PAOLO DIACONO.
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STORIA DEI LONGOBARDI.
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Titolo originale: Pauli Historia Langobardorum. 790.
A cura di Italo Pin.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it
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L'AUTORE.
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Paolo di Vamefrido, comunemente detto Diacono, nacque a Cividale del Friuli intorno al 720- 725, discendente di una nobile famiglia longobarda. Educato da un tale Flavio (apprese, anche se in maniera non soddisfacente, la lingua greca), segu probabilmente la figlia del re Desiderio a Benevento, la quale lo indusse a scrivere il rifacimento e la continuazione della storia romana di Eutropio. Fu monaco nell'ordine benedettino; autore di vari carmi e composizioni poetiche, scrisse gli excerpta del De significatione verborum di Pesto e una storia dei vescovi di Metz. Tornato in patria dopo aver viaggiato a lungo in Francia, nel 787 si ritir a Montecassino, dove scrisse la vita di papa Gregorio Primo e pose mano alla Historia Langobardorum. Mor il 13 aprile, come ci informa il necrologio cassinese, presumibilmente dell'anno 799.
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ALCUNE BREVI NOTIZIE SULL'OPERA.
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La Historia Langobardorum  l'opera pi importante scritta da Paolo Diacono.  suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell'originale, ora perduto, e una delle copie pi antiche e corpose  il Codice Cividalese (Cod. 18) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. 

La Historia  scritta in un latino di tipo monastico, si basa su opere precedenti di vari scrittori ed  un misto di prosa e poesia. Le fonti principali furono l'anonima Origo gentis Langobardorum, la perduta ed omonima Historia di Secondo di Trento, i perduti Annali di Benevento ed un uso libero degli scritti di Beda il Venerabile, Gregorio di Tours e Isidoro di Siviglia. 

Il libro fu scritto nella Abbazia di Montecassino nei due anni successivi al ritorno dalla Francia dopo aver ricoperto il ruolo di grammatico presso la corte di Carlo Magno. La storia  narrata dal punto di vista di un patriota longobardo, e descrive anche l'intreccio delle relazioni fra i Longobardi, i Franchi, i Bizantini ed il Papato. La narrazione della storia si pu suddividere in due fasi: la prima, lineare, descrive le vicende del popolo prima dell'entrata in Italia, un unico indistinto popolo che si muove per i territori quasi si preparasse all'arrivo in una Terra Promessa. La seconda fase descrive invece le gesta di tanti attori che si radicano in territori ben identificati e si fondono con i luoghi e le genti del posto. Tutto l'insieme  legato ad un filo narrante scandito dalla successione dei Re. Una particolare attenzione viene rivolta alla chiesa italiana di quel periodo, e si concentra anche su personaggi che non si intrecciarono con la storia dei Longobardi in Italia.
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PRESENTAZIONE A CURA DI ITALO PIN.
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Se escludiamo l'Origo Gentis Langobardorum, brevissimo scritto, di fatto un elenco dei re, databile a dopo la seconda met del settimo secolo, l'opera di Paolo Diacono resta l'unica fonte specifica sulla storia di questo popolo fino al tempo del re Rachis (744-749).
I Longobardi erano una piccola trib di lingua germanica. Quando si spinsero in Italia, provenivano dalla Pannonia, dove erano giunti dalla zona dell'Elba, e precedentemente venivano forse dalla Scandinavia. Il primo accenno a questo popolo ci giunge dal geografo greco Strabone, e dallo storico romano Velleio Patercolo, il quale li qualifica come "popolo pi fiero persino della fierezza germanica", e li cita in rapporto alla campagna di Tiberio del 5 d.C., quando i Romani giunsero all'Elba. Anche Tacito li ricorda, mettendone in rilievo la bellicosit e lo scarso numero. Quando decisero la migrazione verso il meridione e l'occidente, istituirono un comando affidato a una famiglia, due fratelli con la madre, il che mostra come non fossero retti a monarchia, ma probabilmente vivessero in gruppi autonomi, accentrati intorno a famiglie nobili. In seguito, si costrinsero in un regime monarchico, e, dopo aver progredito con lenti spostamenti da una zona all'altra, nella seconda met del VII secolo li troviamo stanziati nella Pannonia, all'incirca l'odierna Ungheria occidentale, da dove inviano bande in Italia al servizio dei Bizantini. Il 2 aprile dell'anno 568 i Longobardi lasciarono quella sede per entrare in massa in Italia. Li guidava Alboino, il quale trov scarsa resistenza da parte delle truppe di Costantinopoli, e, dopo una prima pausa di fronte all'Adda, dilag fino a Milano e alla Toscana, ostacolato soltanto da Ticinum, chiamata poi Pavia, che resistette per tre anni.  un fatto che la monarchia acquist significato solo con l'entrata in Italia, quando i Longobardi si installarono quali conquistatori in una terra saldamente abitata e di antica civilt, sovrapponendosi agli abitanti, e non pi sostituendoli come avevano fatto fino ad allora, il che fece loro percepire la precariet della scarsa consistenza numerica, e l'insufficienza della forza bruta disorganizzata per conservare l'individualit della propria stirpe. Cos Alboino, bench re gi in Pannonia, dat il suo regno a partire dalla conquista di Milano. La capitale fu scelta nel luogo al centro del territorio, a Pavia. Le ulteriori conquiste nel meridione furono opera di bande indipendenti, forse un ripiego di fronte al blocco opposto dai Franchi al passaggio in Gallia.
Presa la decisione di stanziarsi in modo stabile, i Longobardi, organizzati in corporazioni di famiglie, o fare, come le chiamavano, si insediarono nelle posizioni fortificate, nei castra romano-bizantini. La configurazione difensiva di questa occupazione militare aveva scarsa ragione d'essere nei confronti della popolazione italica, inerme, e delle forze bizantine, scarse e asserragliate a difesa in zone limitate. Era piuttosto un comportamento istintivo, motivato, probabilmente, pi dalla diffidenza verso l'innata aggressiva bellicosit della loro stirpe. L'insediamento fu iure belli nei confronti delle popolazioni italiche, il rapporto verso le quali fatic ad assumere forme pi civili. I ducati si concentrarono specialmente nel nord, assumendo spesso le dimensioni delle precedenti civitates, mentre quelli meridionali, di Spoleto e Benevento, furono estensioni pi vaste, indipendenti del tutto o in parte dal potere reale di Pavia, ove la monarchia, restaurata nel 584 con l'elevazione al trono di Autari, tent di operare una coesione interna politica e militare del mondo longobardo. I duchi concessero met delle loro sostanze alla rinnovata monarchia, con un sacrificio che dovette essere ben doloroso, data l'avidit dei conquistatori. Ma i Longobardi erano ormai radicati in Italia, e la restaurazione del potere monarchico, dopo un decennio di autonomia totale delle varie famiglie nobili, fu il segno di come l'antica struttura tribale non poteva pi soddisfare le esigenze di un dominio territoriale stabile.
In Italia si gioc il destino dei conquistatori, che sconvolse anche il destino dell'Italia stessa, nella quale ormai essi si presentavano come la terza forza, assieme all'impero bizantino e al papato. Autari assunse l'appellativo di Flavio, riprendendolo dai Costantinidi, a riprova dell'aspirazione a legittimarsi come interlocutore paritetico con gli altri due poteri. Con Autari, cautamente, grazie soprattutto all'influenza determinante della regina Teodolinda, d'origine bavara, e con il successore Agilulfo, la monarchia si apr al cattolicesimo - e ci diversamente dai duchi, che restavano prevalentemente ariani -, privilegiando, per, la chiesa scismatica di Aquileia. In effetti, l'ortodossia cattolica romana era la pi grande forza religiosa e spirituale del tempo, ma, nello stesso tempo, il papato deteneva un potere politico e territoriale al centro dell'Italia, il che incideva negativamente sulle prospettive d'azione della monarchia. Lo sforzo di imporre ai riottosi ducati meridionali un effettivo riconoscimento del potere reale di Pavia, e il conseguente passo di tentare l'unificazione territoriale dell'Italia entro il regno longobardo, in analogia a quanto avveniva in Francia, urt contro il papato.
Fu un rapporto faticoso e tormentato, con un susseguirsi di sovrani ariani e non, e con oscillazioni sussultanti nell'atteggiamento verso Roma, che aggravavano, a volta a volta, o alleggerivano la pressione sui territori papali. Intanto Rotari, facendo mettere per iscritto (644) il diritto consuetudinario, ancora tramandato oralmente, sanciva l'evoluzione del suo popolo e l'acquisizione di una veste pi matura per lo stato longobardo, e confermava la forza della monarchia, che, assunta nel 662 dal duca Grimoaldo di Benevento, unific per la prima volta, almeno nella persona del sovrano, i territori del settentrione con il pi lontano ducato del sud. Con il successore Bertarido (671) il cattolicesimo progredisce sia al nord che al sud, ove il duca Grimoaldo il Giovane riceve in moglie la figlia del nuovo re. Tuttavia ci fu la reazione di alcuni duchi della regione nord-orientale, meno legata alla monarchia, per parte longobarda, e alla chiesa di Roma, per parte ecclesiastica.
Nella regione della Venezia e Istria, infatti, i vescovi dissentivano da Roma sulla questione dei Tre Capitoli, la cui condanna, dichiarata da Giustiniano nel 544, venne praticamente imposta al papa Vigilio quattro anni dopo.
In Occidente tale atto fu impopolare, perch lo si sentiva contrario alle decisioni del concilio di Calcedonia.
Ma quando il concilio ecumenico quinto (secondo di Costantinopoli) sanzion la condanna dei Tre Capitoli, il papa Vigilio l'accett pienamente (554). Il suo successore Pelagio primo riusc ad acquietare il dissenso delle chiese occidentali, non per di quelle dell'Italia settentrionale. Il disagio con cui il clero locale vedeva l'autorit di Roma trovava sostegno nella nobilt longobarda, e nello stesso tempo favoriva l'atteggiamento di quei duchi che gi per conto loro si ponevano con fierezza di fronte alla monarchia, sia per l'antichit della loro origine, sia per l'abitudine a decisioni indipendenti e all'efficienza militare, di fronte alla pressione di Avari e Slavi. Essi, dunque, reagirono all'acquiescenza verso Roma, e si appoggiarono al duca Alachi di Trento.
Questi, che si era consolidato a spese dei Bavari, si annett il ducato di Brescia, e, dopo la morte del re Bertarido, occup Pavia, esautorando il successore Cuniberto, e obbligandolo a rifugiarsi nell'isola comacina. La sua autorit fu riconosciuta da molti duchi settentrionali, ma la reazione ai modi brutali del suo governo crearono una coalizione che rimise sul trono Cuniberto. La questione si risolse sul campo di battaglia: Alachi cadde sul campo di Coronate, e i Longobardi orientali si sottomisero. Anche la chiesa scismatica di Aquileia si trov senza appoggio, e rientr nell'ortodossia romana. Verso il 680 la situazione tra impero bizantino, Chiesa di Roma e Longobardi, si defin come stabile sulla base dello status quo territoriale.
La conclusione della guerra civile non aveva, per, eliminato le sue cause n la riottosit insanabile dei duchi di fronte al potere centrale, che continu a creare difficolt interne, rendendo convulse le successioni al trono, e accentuandosi quando i Franchi cominciarono a premere sull'Italia, ammiccando al papato.
In questa situazione furono coinvolte tutte le forze operanti in Italia, e i giochi di potere si immiserirono spesso in scelte sottili di alleanze che si sbriciolavano poco dopo la loro nascita, per riformarsi con gli avversari, e rinnovarsi, poi, rovesciando ancora i rapporti, senza che emergesse nel frattempo una personalit risolutrice. Ne sono un esempio le ultime vicende. Il re Liutprando (712-744), devoto cattolico e generoso verso la chiesa, tanto che conferm la donazione del patrimonio delle Alpi Cozie fatta al papa dal suo predecessore Ariperto, riprese con forza il programma di unificazione dello stato. Fissato il confine verso i Bavari a Mais, presso Merano, stabiliti rapporti di amicizia con i Franchi, adottando Pipino, figlio del re Carlo Martello, che aveva aiutato contro l'invasione dei Saraceni, tent di irrobustire le strutture dello stato col creare una rete di funzionari reali, prelevandoli dal suo seguito, cio dai gasindi, e collegando i ducati e le sedi vescovili con l'affidarle a persone di sua scelta. Il primo passo militare fu contro l'impero. Era costume infatti, che i membri della corte ricevessero terre dal re, e poich i possessi della nobilt erano ovviamente intangibili, il re, onde non ridurre del tutto le propriet regie, era costretto a cercare nuove terre con azioni militari. Occup Classe, il porto di Ravenna, mentre il duca Faroaldo di Spoleto occupava Narni, e Romualdo di Benevento il castello di Cuma.
Mentre Liutprando estendeva l'occupazione nella Pentapoli fino ad Osimo, il duca bizantino di Napoli, associato alle truppe papali, reag riprendendo Cuma; tuttavia il papa vers ugualmente a Romualdo il riscatto per la restituzione della citt, a garanzia di un rapporto pacifico. Sicch, quando Liutprando scese, occupando il castello di Sutri, che rientrava nella sfera d'azione del papa, i duchi di Spoleto e Benevento si collegarono con quest'ultimo, ottenendone difesa, e lo aiutarono, a loro volta, a difendere il confine del ducatus Romae dalle truppe bizantine che volevano imporre al pontefice una sottomissione effettiva a Costantinopoli. Trascorse un breve periodo, e mentre il re stava ricevendo forti pressioni dal papa perch restituisse il castello, l'arrivo dell'esarca bizantino Eutichio rovesci la situazione, per, anzich combattere Liutprando, questi lo sostenne con le sue truppe nell'azione contro i duchi longobardi recalcitranti, prendendoli alle spalle e costringendoli a dichiarare ossequio al re. Liutprando gli diede, in cambio, l'appoggio necessario per condurlo a Roma, ponendo cos il papa nella necessit di prestare atto formale di sottomissione a Costantinopoli (729). Roma, per, non fu invasa dalle truppe longobarde, e Liutprando rese omaggio alle tombe degli apostoli. Ma l'alleanza con l'impero dur poco. Installato il nipote Gregorio nel ducato di Benevento, alla morte di Romualdo il Giovane, Liutprando invi forze ad occupare Ravenna, quando il governatore imperiale di Perugia attacc Bologna. Ravenna fu presa, ma venne perduta in breve tempo, e Liutprando concesse un armistizio agli imperiali per riavere il nipote Ildeprando, caduto prigioniero nell'operazione ravennate.
Prendeva forza, intanto, la corte di Cividale, retta dal duca Pemmone, uomo forte e previdente, che tuttavia si scontr con il re in un conflitto che coinvolgeva anche la chiesa di Aquileia. Detronizzato Pemmone, Liutprando riconobbe, per, la forza del ducato investendo del potere il figlio del deposto duca, Rachis. Dopo aver sistemato le irrequiete forze al confine orientale, il re volle definire anche la situazione di Spoleto, ove il duca Trasamundo, dopo aver conquistato un castello romano, lo aveva restituito al papa, patteggiandone l'alleanza. E fu presso il papa che Trasamundo si rifugi, quando il re scese a Spoleto e, nominato un nuovo duca, occup i quattro castelli di Amelia, Orta, Polimarzio e Bleda del ducatus Romae (739). Ma tale atto di forza non sort effetti, perch, nel frattempo, a Benevento era stato eletto duca il filoromano Godescalco, che, appoggiato dall'esercito romano, ristabil in Spoleto il duca Trasamundo (740).
Le alleanze si rovesciarono immediatamente dopo, quando Trasamundo rifiut di restituire i quattro castelli: il papa, allora, offr il suo esercito a Liutprando per sottomettere Spoleto, dietro promessa della riconsegna delle fortezze (741). Trasamundo fu catturato, Gisulfo reintegrato nel potere, i castelli ridati al papa (742). Sistemate le cose al sud, il re longobardo volle riprendere l'azione contro l'impero, e si volse in forze ad assediare Ravenna (743). Ma i vescovi e l'esarca fecero leva sul papa, che and a Pavia e ottenne la rinuncia all'assedio: si invi a Costantinopoli un'ambasceria per definire le condizioni di pace.
A questo punto, siamo nel 744, Liutprando muore. Aveva dato al regno longobardo una consistenza mai prima raggiunta: ma neppure lui era riuscito a trasformare l'indole della nobilt longobarda. Alla sua morte, Trasamundo torn a Spoleto, il coreggente Liutprando, che gli era succeduto, non trov il consenso unanime dei duchi e, pochi mesi dopo, venne esautorato da Rachis, duca del Friuli, che divenne il nuovo re. Le vicende del tempo di Liutprando sono esemplari anche dell'altro aspetto determinante nel mondo longobardo: la nobilt longobarda non riusc mai ad abbandonare un atteggiamento di esasperato particolarismo individuale, e a rinunciare alle lotte interne per sostenere un regime che creasse un regno unitario.
L'atto di Liutprando, che tolse l'assedio a Ravenna, apparve come un segno di politica filoromana, che fu vista accentuarsi in seguito, quando il successore Rachis tolse l'assedio a Perugia, ancora per intervento del papa. La reazione della nobilt fu netta: elevarono al trono Astolfo, fratello di Rachis, costringendo quest'ultimo ad abdicare (749). Astolfo inizi una politica molto dura nei confronti del ducatus Romae, imponendo il riconoscimento della sovranit longobarda. La tensione sfoci in un appello a Costantinopoli (753), la cui risposta non fu soddisfacente per Astolfo.
Di fronte all'intransigenza longobarda, il papa invoc il sostegno di Pipino, re dei Franchi. L'intervento di quest'ultimo fu ripetuto e ostinato, e Astolfo, che reag impulsivamente all'arrivo delle colonne franche, venne sconfitto in pi riprese, e costretto a rinunciare al sogno di sottomettere il papa.
Con la morte di Astolfo (756) lo stato longobardo entr in una crisi pi accentuata, finch fu eletto re Desiderio, duca della Tuscia, che dovette lottare per ristabilire l'autorit della monarchia sui ducati meridionali, e a questo fine ritenne utile stabilire il riconoscimento dello status quo con il papa. La minaccia, sempre latente, di un'invasione dei Franchi venne fronteggiata rafforzando l'amicizia coi Bavari, anch'essi minacciati dall'espansione dei potenti vicini occidentali, e ci rese pi prudenti i Franchi, al punto che la vedova di Pipino chiese in moglie per suo figlio Carlo una figlia di Desiderio. L'insorgere di nuovi contrasti col papa, l'unificazione del regno dei Franchi nelle mani di Carlo, il rovesciamento della politica di prudenza operato da Carlo, simboleggiato dal ripudio di Ermengarda, diedero inizio alla parabola terminale del regno longobardo. Desiderio tent di intimidire il papa, e questi chiam ancora a sostegno i Franchi. I Longobardi non opposero una resistenza compatta: le forze centrifughe, che avevano reso impossibile la creazione di uno stato forte, divisero i duchi anche di fronte all'invasione, e gi alcuni di loro erano passati ai Franchi prima ancora che questi penetrassero in Italia. Il regno longobardo cadde nel 774 con la resa di Pavia, e Carlo si fece riconoscere re dell'Italia.
Rimaneva il ducato di Benevento, il quale continu con una dinastia longobarda per vario tempo, lottando per la sopravvivenza sotto la pressione al nord dei Franchi, a oriente e al meridione degli imperiali e dei Saraceni, anch'esso dilaniato nel suo interno da lotte fratricide, che lo frantumarono, creando contee e gastaldati ostili fra loro, e lasciando gioco alle scorrerie mussulmane. Della vita di questo ducato meridionale lo storico, ma meglio possiamo chiamarlo cronachista,  Erchemberto nel suo libro Storia dei Longobardi di Benevento a cui si rimanda.
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Su Paolo Diacono.
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Di altra statura  Paolo, figlio di Varnefrido. Meglio conosciuto come Paolo Diacono, nacque a Cividale del Friuli, discendente da una famiglia longobarda, probabilmente nobile, che s'era stanziata a Cividale quando fu creato il ducato, e che sub traversie a causa degli Avari. Paolo racconta che il bisnonno era giunto con Alboino, e che suo nonno, portato via da bimbo come schiavo degli Avari, era tornato dopo alcuni anni e un viaggio fortunoso, ritrovando ben poco di quello che doveva esser stato il patrimonio della famiglia. Il padre si chiamava Varnefrido e la madre Teodolinda; aveva anche un fratello, Arichi. Il suo anno di nascita  sconosciuto, ma abbiamo indicazioni che orientano a porlo non pi tardi del 720-725. Fu educato da un tale Flaviano, ed apprese anche la lingua greca, ma, sembra, non soddisfacentemente. Ebbe contatti con la reggia al tempo di Rachis, poich racconta d'aver visto nelle mani del re la coppa fatta col cranio di Cunimondo. Segu probabilmente Adelperga, la figlia del re Desiderio, andata sposa al duca Arichi di Benevento, la quale lo indusse a scrivere il rifacimento e la continuazione della Storia romana di Eutropio. Non si sa quando ricevette gli ordini sacri;  certo che fu monaco del monastero di San Benedetto, dove lo fu anche Rachis, dopo l'abdicazione. Pare che la conquista dell'Italia e del Friuli da parte di Carlo Magno (776) abbia impoverito la famiglia di Paolo e causato la deportazione del fratello Arichi in Francia come prigioniero. Paolo intercedette per lui con un carme e and di persona dal re. Carlo volle al suo servizio il monaco gi celebre non solo per l'opera storica romana, ma per numerosi carmi e composizioni poetiche, e Paolo, dopo qualche esitazione, cedette. In questo tempo fece anche degli estratti dal De significatione verborum di Festo, e scrisse una storia dei vescovi di Metz, per espressa richiesta di Agilramno, vescovo, appunto, di quella chiesa. Viaggi per la Francia, anche se sembra non abbia sempre goduto di buona salute. Tornato in patria nel 787, a Montecassino, scrisse la vita del papa Gregorio Primo e pose mano alla Storia dei Longobardi. Mor il 13 aprile, come ci informa il Necrologio Cassinense, ma non sappiamo di quale anno: si presume il 799.
La sua Storia dei Longobardi, in sei libri, si chiude all'anno 744, con la morte di Liutprando, chiusura forse sorprendente perch esclude proprio i due re usciti dal ducato al quale Paolo era affettivamente legato, ma che potrebbe corrispondere alle intenzioni dell'autore, se stiamo al giudizio di Erchemberto, il quale afferma che Paolo si astenne dal proseguire la narrazione perch le vicende degli ultimi re videro la rovina del regno longobardo. In ogni caso,  da supporre che la morte gli abbia impedito di rivedere definitivamente il lavoro, al quale manca almeno una breve introduzione, doverosa in base ai buoni canoni retorici.
Questa storia tratta di tutti i Longobardi del settentrione d'Italia, ma privilegia le vicende di Cividale, che, d'altronde, fu uno dei ducati pi potenti. Nella sua preparazione viaggi per l'Italia e raccolse tradizioni orali, ma usa ampiamente fonti scritte, varie e numerose, come spesso egli indica e la critica ha individuato. Gli archivi di Cividale, di Pavia, di Benevento, la biblioteca di Cassino, e i documenti che pot consultare negli altri luoghi che visit, gli posero a disposizione materiale di eccezionale importanza. Sicuramente si valse di fonti latine, tra cui Plinio il Vecchio e Isidoro di Siviglia, fonti longobarde, come l'Editto di Rotari e l'Origo Gentis Langobardorum, e molte altre, quali le opere di Secondo di Trento, Gregorio Magno, Gregorio di Tours, Beda, le Gesta dei Pontefici Romani, l'epitafio di Droctulfo, e molte altre ancora. I dati ricavati da queste fonti, tuttavia, non sempre appaiono verificati e resi coerenti con la necessaria attenzione.
Se la fondatezza dei dati ha il valore delle sue fonti, in lui si coglie, per, sensibilit ad una visione storica di largo respiro, dove entrano in gioco tutte le forze che in quei tempi operavano in Italia: Franchi, Bavari, Longobardi, Slavi, Avari, il papato, l'impero bizantino, e c' anche un accenno agli Arabi. Il suo impianto narrativo  costruito in modo consapevole e abile: alterna l'offerta di notizie storiche precise, ed anche minuziose, a richiami di maggiore ampiezza, variando e arricchendo la narrazione con racconti quasi fiabeschi, con l'inserimento di brani poetici notevolmente ampi, con brani agiografici, relativi ad alcuni santi fra cui san Benedetto  al posto d'onore. Erchemberto lo accusa esplicitamente di esporre soltanto ci che possa servire ad accrescere la gloria dei Longobardi, ma Paolo non nasconde lo smarrimento e la fragilit dei suoi compatrioti di fronte alle passioni, la loro ferocia, rozza spiritualit e insofferenza ad una seria disciplina, il tutto, per, temperato da un tono sereno e da un ritmo narrativo equilibrato, che rendono la Storia un'opera di gradevole lettura, facilitata dalla lingua ariosa, varia, e ricca di espressivit, segno della sua notevolissima cultura classica.
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Italo Pin.
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STORIA DEI LONGOBARDI.
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LIBRO PRIMO.
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1. Poich la Germania nutre molti popoli, da essa emigra molta gente.
La terra posta a settentrione, quanto pi si trova lontana dal calore del sole, ed  gelida per il freddo delle nevi, tanto pi ha effetti salutari per il corpo umano, e favorisce la prolificit dei popoli. Al contrario, ogni terra posta a mezzod, nella misura in cui  pi vicina alla vampa del sole, tanto pi abbonda di morbi, e meno  adatta a far sviluppare le persone. Per questo, le genti che vivono sotto l'asse delle Orse sono tanto popolose: sicch tutta la regione che va dal Tanai(1) fino ad occidente, bench in essa i singoli luoghi abbiano denominazioni proprie, tuttavia  giustamente chiamata Germania(2) nel suo complesso; e tale termine  stato usato anche dai Romani, che hanno denominato, appunto, Germania Inferiore e Superiore le due province che costituirono oltre il Reno, quando occuparono quei luoghi. Da questa terra popolosa, dunque, spesso vennero tratti innumerevoli prigionieri di guerra, che furono portati fuori, venduti e dispersi fra i popoli del meridione; ma, proprio per il fatto che quella terra fatica a sostentare tutte le persone che vi nascono, molti furono anche i popoli che ne uscirono volontariamente e andarono ad affliggere le regioni dell'Asia, e specialmente dell'Europa, che  loro contigua. Ne sono testimonianza le citt semidistrutte che si trovano dappertutto nell'Illirico e in Gallia(3), ma soprattutto nella misera Italia, che speriment la violenza di quasi tutte quelle genti, poich fu dalla Germania che uscirono i Goti, i Vandali, i Rugi, gli Eruli, i Turcilingi, ed anche altre feroci popolazioni barbare. Anche il popolo dei Vinili, cio dei Langobardi(4), che poi si insedi e regn felicemente in Italia, trae origine dalla Germania, e venne dall'isola che chiamano Scandinavia, della quale anche Plinio il Vecchio fa menzione nei libri che scrisse di scienze naturali.
2. Perch dall'isola della Scandinavia usc il popolo dei Vinili, cio dei Longobardi.
Quest'isola - cos ci riferirono quelli che la percorsero -, non si pu tanto dire che sia posta in mezzo al mare, quanto, piuttosto, che sia invasa dai flutti marini, che ne avvolgono all'intorno le terre per la piattezza delle coste. Ora (ma si sostengono anche altri motivi della loro uscita), poich i popoli sviluppatisi nel suo interno erano cresciuti tanto che ormai non riuscivano pi a convivere, v' il racconto che si divisero in tre gruppi, e che tirarono a sorte per decidere quale di essi doveva abbandonare la patria e cercare nuove sedi.
3. Ibor e Aione sono, insieme con la loro madre Gambara, i primi capi dei Vinili.
Quelli del gruppo che il sorteggio aveva costretto ad abbandonare il suolo natio, si scelsero come capi i fratelli Ibor e Airone, giovani e vigorosi e superiori a tutti gli altri e, dicendo addio nello stesso tempo ai loro e alla patria, affrontarono il cammino per cercare le terre nelle quali potessero insediarsi e abitare. La madre di questi due fratelli era una donna chiamata Gambara, che spiccava tra quella gente per il suo acume e per i suoi consigli: e sulla saggezza di lei essi confidavano non poco nei momenti di dubbio.
4.  I sette uomini dormienti che si trovano in Germania.
Penso che non sia fuori luogo se mi allontano un po' dall'argomento specifico della narrazione, e, dato che, finora, la penna tratta della Germania, se racconto brevemente un fatto miracoloso, che l  notissimo a tutti. Verso Circio(5), ai confini della Germania, proprio sulla costa dell'Oceano, si scorge una caverna sotto una rupe che la sovrasta, dove riposano (non si sa da quando) sette uomini, addormentati in un sonno profondo. Costoro non solo hanno il corpo intatto, ma anche i vestiti perfettamente conservati; sicch, proprio per il fatto che continuano a restare integri pur nel corso di tanti anni, sono oggetto di venerazione presso quei popoli barbari e incolti. Dall'aspetto, questi uomini pare che siano Romani. Una volta, un tale, spinto da avidit, voleva spogliarne uno, ma, all'improvviso, raccontano che gli si paralizzarono le braccia. Quella punizione fu un terribile ammonimento perch nessuno ardisse pi toccarli. Si vedr col tempo per quale grande progetto la divina Provvidenza li conservi lungo tante epoche. Forse, dato che si crede non possano essere altro che cristiani, sar proprio la predicazione di costoro a dover salvare in futuro quelle popolazioni.
5. Il popolo degli Scritofinni
Sono vicini a questo luogo gli Scritofinni(6), ch cos quella gente si chiama. Da loro non manca la neve neanche al tempo dell'estate, e il loro cibo non  altro che carne cruda di animali selvaggi; in effetti, loro stessi non sono dissimili da quelle fiere, quanto a criterio di vita e a comportamento, e usano anche coprirsi con le pelli villose di tali animali. Riprendono il loro nome da "saltare", pronunciato nella lingua barbara: infatti, raggiungono le fiere a balzi e, valendosi di un legno incurvato ingegnosamente, a somiglianza di un arco. Nelle loro regioni esiste un animale, abbastanza simile al cervo(7), e io ho veduto un indumento fatto con la sua pelle, tenuta al naturale, che aveva lunghi peli: somigliava ad una tunica, lunga fino al ginocchio, e sembra sia una veste usuale fra gli Scritofinni, a quel che mi  stato riferito. In quei luoghi, al tempo del solstizio d'estate, si vede per alcuni giorni una luce chiarissima anche di notte, e si crede che i giorni, in quella regione, siano molto pi lunghi che altrove; e, d'altra parte, verso il solstizio invernale, anche se c' la luce del giorno, il sole l non si vede, e le giornate sono pi corte, e le notti, poi, sono pi lunghe che in qualsiasi altro posto. Ma  un fenomeno naturale, perch, quanto pi ci si allontana dal sole, tanto pi esso appare basso sull'orizzonte, e le ombre si allungano maggiormente. Per esempio, in Italia, come osservarono anche gli antichi, verso il giorno della Nativit del Signore, all'ora sesta, l'ombra della statura umana risulta di nove piedi. Ma io, quando mi fermai in Gallia Belgica(8), nel luogo chiamato Villa di Totone(9), misurai la dimensione della mia ombra, e trovai che era di diciannove piedi e mezzo. E cos, inversamente, quanto pi ci si accosta al sole andando verso Mezzogiorno, tanto pi brevi gradualmente si vedono le ombre, al punto che, se nel solstizio d'estate c' il sole, in Egitto, e a Gerusalemme, e nei luoghi che stanno in quelle vicinanze, a Mezzogiorno non si vede assolutamente ombra. In Arabia, invece, proprio in quest'ora, il sole si vede spostato oltre la met del cielo, dalla parte di Aquilone(10), e le ombre, al contrario, si vedono allungate verso Mezzogiorno.
6. I due ombelichi del mare Oceano, che si trovano dall'una e dall'altra parte della Britannia.
Non molto lontano dal litorale di cui abbiamo fatto cenno, di fronte alla sua parte occidentale, l dove si estende all'infinito il mare Oceano, c' quello che  chiamato comunemente l'ombelico del mare. Si dice che quella profondissima voragine delle acque(11) ingurgiti i flutti due volte al giorno, e poi di nuovo li rivomiti, come  confermato dalle acque che si accostano e che si ritirano con grandissima rapidit lungo tutte quelle coste. Una voragine, o gorgo, di tal genere,  chiamata Cariddi dal poeta Virgilio, e nei suoi carmi egli afferma che si trova nello stretto di Sicilia. Dice cos:
Scilla il destro, il lato sinistro Cariddi implacabile domina, e ingoia tre volte nel gorgo profondo del baratro i vasti flutti a precipizio, e di nuovo, alternando, li scaglia nell'aria, e con l'onda colpisce le stelle.
Si d per certo che spesso alcune navi vengano attratte con rapidit irresistibile dal gorgo di cui abbiamo fatto cenno, tanto che sembra imitino lo sfrecciare d'una saetta nell'aria, e talvolta sprofondano in quel baratro con fine orribile. Spesso, quando si trovano l l sul punto di precipitare, sono respinte indietro dalla massa delle acque che rifluisce improvvisamente, e vengono allontanate da quella voragine con uno slancio cos impetuoso, quanto era stata intensa la forza che prima ve le aveva attirate. Sostengono che esiste anche un'altra voragine simile, fra l'isola della Britannia e la provincia della Gallia, e per dare credito a questa affermazione mostrano le coste della Sequania e dell'Aquitania(12), le quali vengono sommerse due volte al giorno da inondazioni tanto improvvise, che se uno per caso ne fosse sorpreso stando un po' inoltrato sulla spiaggia, fatica molto a uscirne. In quel momento si possono vedere i fiumi di tali regioni scorrere a ritroso verso la sorgente, con corsa rapidissima, e le loro acque dolci diventare salate per un'estensione di molte miglia. Dalla costa della Sequania dista circa trenta miglia l'isola di Evodia(13), e da essa, come sostengono seriamente i suoi isolani, si ode il frastuono delle acque che precipitano in quella Cariddi. Ho sentito una fra le personalit pi nobili dei Galli riferire che un certo numero di navi, prima schiantate da una tempesta, subito dopo vennero risucchiate proprio da quella Cariddi. Un uomo solo, per, l'unico superstite di coloro che s'erano trovati in quelle navi, giunse vivo, galleggiando ancora sopra i flutti con un filo di respiro, fino al bordo di quel baratro mostruoso, trascinato dalla forza delle acque che correvano. E mentre guardava quella cavit aperta, profondissima senza fine, e, quasi morto per la sola paura, gi aspettava di precipitare l dentro, all'improvviso -cosa che mai avrebbe sperato! -si trov sbattuto contro uno scoglio, e vi si aggrapp. Ormai, tutte le acque che dovevano precipitare erano sprofondate, e quel rifugio si trovava senza pi nulla attorno. Mentre egli stava aggrappato l disperatamente, col cuore in gola per il terrore, stravolto in tanta angoscia, e attendeva sempre la morte, seppure rimandata di poco, ecco che d'improvviso scorge un'enorme montagna d'acqua risalire dal profondo, e insieme riemergere le navi che erano state risucchiate prima. E poich una di quelle lo sfior passando, egli vi si aggrapp con uno sforzo disperato. Come un lampo, il rapido volo lo port vicino alla spiaggia. E cos sfugg alla terribile fine di quella morte, e sopravvisse a testimoniare la sua tremenda vicenda. Anche il nostro mare, l'Adriatico intendo, che, seppure in minor misura, tuttavia copre similmente le spiagge delle Venezie e dell'Istria,  credibile che abbia piccoli, occhi orifizi di tal fatta, nei quali vengano risucchiate le acque quando si ritirano, e di nuovo siano rigurgitate fuori per sovrapporsi alle spiagge. Fatto solo un accenno a questi argomenti, torniamo al racconto della nostra storia.
7. I Vinili giungono in Scoringa; Ambri e Assi, capi dei Vandali, impongono a loro di pagare il tributo.
Ebbene, i Vinili, usciti dalla Scandinavia, con Ibor e Aione che li guidavano, giunti nella regione che si chiama Scoringa, vi si fermarono per alcuni anni. In quel tempo, Ambri e Assi, capi dei Vandali, opprimevano con la guerra ogni terra vicina, e, esaltati dalle molte vittorie, mandarono messaggeri ai Vinili perch pagassero tributo ai Vandali, o si preparassero al confronto della guerra. Allora Ibor e Aione, con l'appoggio della madre Gambara, deliberano che era meglio difendere la libert con le armi piuttosto che macchiarla versando i tributi; fanno sapere per mezzo di ambasciatori ai Vandali che erano pronti a combattere piuttosto che a sottomettersi. In realt, allora i Vinili erano tutti quanti robusti e giovani, ma poco numerosi, per il fatto che corrispondevano soltanto alla terza parte degli abitanti di un'isola non troppo grande.
8. Ridicolo racconto su Wotan e Frea.
L'antichit riferisce a questo punto un racconto ridicolo, e cio che i Vandali, andati da Wotan, gli chiesero la vittoria sui Vinili. Egli rispose che avrebbe dato la vittoria a quelli che avesse visto per primi al sorgere del sole. Gambara, allora, si avvicin a Frea, moglie di Wotan, e le chiese la vittoria per i Vinili, e Frea le diede questo consiglio: che le donne dei Vinili si acconciassero i capelli sciolti davanti al volto a somiglianza di barbe, e che, di prima mattina, si presentassero con gli uomini, e si disponessero per farsi vedere da Wotan, tutte in riga, verso oriente, proprio nella parte dove egli era solito guardare dalla finestra; e cos fu fatto. Vedendole, Wotan esclam, mentre sorgeva il sole: "Chi sono questi Longobardi?". Allora Frea gli ricord che, avendo dato loro il nome, doveva dare anche la vittoria. Perci Wotan concesse la vittoria ai Vinili. Questo racconto  ridicolo e non deve assolutamente essere preso in considerazione. La vittoria, infatti, non dipende dal potere degli uomini, ma piuttosto  amministrata dal cielo.
9. Perch i Vinili furono chiamati Longobardi. Wotan  quello che presso i Romani  chiamato Mercurio.
 certo che i Longobardi, mentre originariamente erano stati chiamati Vinili, furono poi chiamati cos dalla lunga barba che non si tagliavano mai. Infatti, nel loro idioma, lang significa lungo, e baert, barba. Wotan, poi, che con l'aggiunta di una lettera in seguito chiamarono Gwuodan,  proprio quello che dai Romani  chiamato Mercurio, ed  adorato come dio da tutte le genti della Germania. Si narra che esistette non durante i tempi di cui racconto, ma ben precedentemente, e neanche in Germania, ma in Grecia.
10. I Longobardi vincono i Vandali. Fame tra i Longobardi.
I Vinili, dunque, che ormai chiameremo Longobardi, ingaggiata battaglia con i Vandali, combatterono accanitamente per la gloria della libert, e ottennero la vittoria; ma, poi sempre mentre stavano nella regione della Scoringa. avendo subito una grande carestia di cibo, ne rimasero profondamente sgomenti.
11. I Longobardi, volendo passare in Mauringa, ne sono impediti dagli Assipitti.
Mentre si disponevano a uscire dalla Scoringa e a trasferirsi in Mauringa, gli Assipitti li contrastarono, negando in tutti i modi il passaggio per il loro territorio. D'altra parte, i Longobardi, vedendo le grandi soldatesche dei nemici, non osavano battersi per l'esiguit del proprio esercito; e, cos, mentre stavano riflettendo su cosa dovessero fare, alla fine la necessit fece escogitare un piano. Simulano di avere nel loro accampamento dei cinocefali, cio uomini con testa di cane, e fanno correre la voce tra i nemici che questi esseri sono combattenti ostinati, che bevono sangue umano, al punto da succhiare il proprio, se non possono raggiungere un nemico. E per dar credito a questa affermazione, allargano le tende, e accendono moltissimi fuochi nel campo. I nemici, udendo queste voci ed essendo indotti a prestarvi fede da quanto vedevano, persero, allora, la baldanza di mettere in atto la guerra che minacciavano.
12. Duello di due valenti campioni, uno dei Longobardi, l'altro degli Assipitti.
C'era, per, tra loro un campione validissimo, e gli Assipitti avevano fiducia che, grazie alla sua forza, avrebbero sicuramente ottenuto il loro scopo: lo presentano, dunque, da solo, davanti a tutti, pronto a combattere. E mandano a dire ai Longobardi di presentare uno dei loro, quello che volessero, per battersi a duello con il campione. La condizione era, naturalmente, che, se lo sfidante avesse vinto, i Longobardi dovevano tornare indietro per la strada che avevano fatto: se, invece, la vittoria fosse stata dell'avversario, gli Assipitti non avrebbero vietato ai Longobardi il passaggio attraverso il loro territorio. Mentre i Longobardi erano indecisi su chi dei loro scegliere per affrontare quell'agguerritissimo campione, si offr spontaneamente un tale, che era di condizione servile, il quale promise che sarebbe sceso in campo contro il nemico, a patto che, se avesse vinto, togliessero a lui e ai suoi discendenti l'onta della schiavit. Che dire di pi? Promettono con gioia che avrebbero esaudito le sue richieste, ed egli, affrontato il nemico, lo pieg e lo vinse. Cos ottenne per i Longobardi il consenso all'attraversamento, e per s e i suoi, i diritti della libert che aveva bramato.
13. I Longobardi passano in Mauringa, e da l si dirigono in luoghi pi lontani.
I Longobardi, arrivando finalmente in Mauringa, allo scopo di aumentare il numero dei combattenti tolsero numerosi uomini dal giogo della schiavit, e li portarono alla condizione di liberi, e perch la loro libert avesse valore di diritto, la ratificarono con la consueta cerimonia della freccia, pronunciando, a sanzione dell'atto, le formule tradizionali. Usciti, poi, dalla Mauringa, si diressero in Golanda, dove si dice che rimasero stanziati per un certo tempo; e - sempre si racconta - in seguito avrebbero posseduto, per alcuni anni, Antab, Bantaib, e Vurgundaib, i quali termini possiamo ritenere indichino alcune zone, o localit.
14. Morti i capi Ibor e Aione, i Longobardi si danno come primo re Agilmundo.
Morti, frattanto, i capi Ibor e Aione, che avevano fatto uscire i Longobardi dalla Scandinavia e avevano continuato a guidarli fino ad allora, i Longobardi, non volendo pi stare sotto dei capi, si diedero un re, a somiglianza degli altri popoli. Regn, dunque, su di loro per primo Agelmund, figlio di Aione, che traeva origine dalla stirpe dei Gungingi, la quale, fra di loro, era considerata di alta nobilt. Questi, com' tramandato dagli avi, tenne il regno dei Longobardi per trentatr anni.
15. Una meretrice partorisce sette bambini, uno dei quali  Lamissione. Duello di lui con un'Amazzone.
In questi tempi, una meretrice, dopo aver partorito sette gemelli, li gett - madre pi ferina di tutte le belve! - in un abbeveratoio perch morissero. Se questo parto sembra impossibile a qualcuno, si rilegga le storie degli antichi, e trover che ci furono parti non solo di sette, ma perfino di nove piccoli.  certo, in ogni caso, che ci avvenne, specialmente presso gli Egizi. Capit, dunque, che il re Agelmund stava facendo un viaggio, e si ferm a quell'abbeveratoio, e, mentre, trattenuto il cavallo, guardava con meraviglia i sette bambini, e li rivoltava qua e l con la lancia che teneva in mano, uno di essi, protesa una mano, strinse la lancia del re. Il re, mosso da misericordia, e ancor pi stupito, dichiar che quel bimbo avrebbe avuto un grande destino. Subito comand che fosse tolto dalla vasca, lo affid ad una nutrice, e diede ordine che venisse allevato con ogni cura. E, dato che lo aveva tratto da un abbeveratoio, che nella loro lingua si dice lama, gli impose il nome di Lamissione. Il giovane, crescendo, divenne tanto risoluto e valorosissimo, che, dopo la morte di Agilmundo, ricevette le redini del regno. Su di lui tramandano questo racconto. Quando i Longobardi, nelle loro migrazioni con il primo re, erano giunti ad un certo fiume, le Amazzoni impedirono loro di proseguire. Allora Lamissione combatt a nuoto, nel fiume, con la pi forte delle avversarie e l'uccise, ottenendo grande gloria personale e procurando ai Longobardi il passaggio; poich questo s'era convenuto prima tra le due schiere opposte: che, se l'Amazzone avesse vinto l'avversario, i Longobardi si sarebbero ritirati, se invece avesse vinto Lamissione - come in effetti avvenne -, ai Longobardi venisse data facolt di superare il fiume. Questo racconto, per, non sembra riposare sulla verit, perch risulta, a tutti quelli che conoscono le antiche storie, che il popolo delle Amazzoni fu annientato molto prima che succedessero questi fatti. A meno che, forse, non si debba ammettere che sia esistita l, fino a quel tempo, una stirpe di donne simili, poich i luoghi, dove si racconta che questi avvenimenti successero, non furono ben noti agli storiografi, e solo qualcuno di loro ne ha fatto menzione. Infatti anch'io ho sentito dire che nelle parti pi interne della Germania esiste ancor oggi un popolo di queste donne.
16. I Bulgari, di notte, precipitandosi sul campo dei Longobardi, uccidono il re Agilmundo e fanno prigioniera sua figlia.
I Longobardi, dunque, attraversato il fiume di cui dicemmo, giunsero in terre pi lontane, e vi si fermarono per qualche tempo. Intanto, mentre stavano in pace e non avevano sospetto di nessun pericolo, l'abitudine troppo prolungata alla sicurezza, che  sempre madre di danni, caus loro non piccola rovina. Una notte, quando tutti riposavano, rilassati e negligenti, i Bulgari li attaccarono all'improvviso, ne massacrarono molti, ne ferirono ancora di pi, e si scatenarono tanto nel campo dei Longobardi, da uccidere lo stesso re Agelmund, e da rapire la sua unica figlia per un destino di prigionia.
17. Lamissione diviene re e vince i Bulgari.
Riprese le forze dopo questo disastro, i Longobardi elessero loro re Lamissione, di cui abbiamo parlato precedentemente. Egli, ardente com'era per l'et giovanile, e prontissimo agli scontri di guerra, non bramando altro se non di vendicare l'uccisione di Agelmund, volse le armi contro i Bulgari. Ma, appena dato inizio al primo scontro, i Longobardi, volsero le spalle ai nemici, e si rifugiarono nell'accampamento. Allora il re Lamissione, vedendo tale comportamento, cominci a gridare con voce altissima a tutto l'esercito che si ricordassero della vergogna che avevano subito, che ripensassero al disonore di aver lasciato che i nemici scannassero il loro re e portassero via miseramente prigioniera la figlia di lui, la quale avrebbe dovuto diventare loro regina. Alla fine li esort a difendere se stessi e i loro cari con le armi, dicendo che era meglio perdere la vita in battaglia, piuttosto che subire lo scherno dei nemici, come schiavi senza valore. Gridando queste e altre parole simili, e, se vedeva qualcuno anche di condizione servile che combatteva, concedendogli la libert e per giunta dei premi, e ora facendo minacce, ora promesse, rianim il loro cuore ad affrontare il rischio della guerra. Alla fine, i Longobardi, infiammati dalle esortazioni e dall'esempio del principe, che per primo s'era gettato nella mischia, irrompono contro il nemico, si battono ferocemente, e schiacciano gli avversari con una grande strage. E in ultimo, cogliendo la vittoria sui loro vincitori, vendicano sia la morte del re che le offese subite. Quella volta si impadronirono di una grande preda con le spoglie dei nemici, e da quel momento in poi divennero audaci ad affrontare le fatiche della guerra.
18. Morto Lamissione, succede al trono Letu, e, dopo di lui, suo figlio Ildeoc. Dopo questi, regna Gedeoc.
Passate queste vicende, mor Lamissione, che aveva regnato per secondo, e come terzo sal al governo del regno Letu. Egli, dopo un regno di circa quarant'anni, lasci come successore il figlio Ildeoc, che fu quarto nella serie dei re. Defunto anche lui, prese il regno per quinto Gedeoc.
19. Guerra fra Odoacre, re dei Turcilingi, e Feleteo, re dei Rugi. I Longobardi, essendo i Rugi vinti da Odoacre, s 'impadroniscono del loro territorio.
In questi tempi, s'accese un'esca di grandi ostilit fra Odoacre(14), che regnava in Italia gi da alcuni anni, e Feleteo (che fu anche chiamato Feva), re dei Rugi. Questo Feleteo occupava allora la riva esterna del Danubio, quella che il fiume separa dal territorio del Norico. In questo territorio dei Norici c'era allora il cenobio del beato Severino, il quale, vivendo nella santit di una totale continenza, era gi famoso per le sue molte virt. Egli abit in questi luoghi fino al termine della vita, ed ora il suo corpo riposa a Napoli. Ebbene, il sant'uomo aveva ammonito con celesti parole, pi e pi volte, Feleteo e la moglie di lui, che aveva nome Gisa, perch cessassero dall'iniquit. E a loro, che spregiavano quelle pie parole, predisse, con molto anticipo, che sarebbe successo ci che poi, effettivamente, capit. Odoacre, dunque, radunati i popoli che obbedivano al suo potere, cio i Turcilingi e gli Eruli, e parte dei Rugi, sui quali gi da tempo signoreggiava, e perfino anche popoli dell'Italia, venne nel Rugiland (nome che significa patria dei Rugi), e combatt contro costoro, e, nell'ultima battaglia con cui li fiacc, spense anche il loro re Feleteo. Dirigendosi, poi, verso l'Italia, dopo aver devastato tutta la provincia, port con s un gran numero di prigionieri. Allora i Longobardi, usciti dalle loro regioni, vennero nel Rugiland, e l si fermarono per alquanti anni, poich il suolo era fertile.
20. Morto Gedeoc, regna Claffone, e, dopo di lui, Tatone, che cancella il regno degli Bruii.
Frattanto mor il re Gedeoc, al quale successe Claffone, suo figlio. Defunto anche Claffone, sal al trono come settimo re Tatone, figlio di lui. Usciti anche dal Rugiland, i Longobardi abitarono in pianure aperte, che, con termine barbaro, sono chiamate feld. Mentre sostavano in quei luoghi per un tempo di tre anni, scoppi una guerra fra Tatone e Rodolfo, re degli Eruli. In realt, all'inizio essi si erano vincolati con un patto, ma sopravvenne questa causa a creare discordia fra di loro. Il fratello del re Rodolfo era venuto a portare pace a Tatone, e, mentre stava tornando in patria dopo aver assolto l'incarico, gli capit di passare davanti alla casa della figlia del re, che si chiamava Rumetruda. Essa, vedendo quel bel gruppo d'uomini e quel nobile seguito, chiese chi potesse mai essere la persona che aveva un corteggio cos ragguardevole. Le fu risposto che il fratello del re Rodolfo tornava in patria, dopo aver assolto i doveri di un'ambasceria. La giovane, allora, mand ad invitarlo che si degnasse di gradire una coppa di vino. Egli, di cuore semplice, dato che era stato invitato, and. Quando, per, lo vide piccolino di statura, la giovane perse il rispetto, e lo tratt con altezzosit, e gli rivolse parole di scherno. Ma il principe, pieno nel contempo di ritegno e indignazione, le disse di rimando parole tali che causarono nella giovane una profonda mortificazione. Allora essa, avvampando di furia femminile, incapace di dominare il bruciore dell'umiliazione, si volse a prendere vendetta, concependo nell'animo un delitto. Simula sopportazione, rischiara il volto, addolcendo l'ospite con parole piuttosto gradevoli, e lo invita a accomodarsi. E dispone che egli sieda in una posizione tale da avere alle spalle un'apertura che si trovava in una parete. Quell'apertura, per, l'aveva coperta con una tenda, come in segno di onore verso l'ospite, ma, in realt, perch non lo sfiorasse nessun sospetto, e aveva dato ordine - belva ferocissima! - ai propri figli, che, quando avesse detto "Versa!", come parlando al coppiere, lo trafiggessero alle spalle con le lance. E cos fu fatto: appena la crudele donna ebbe dato il segnale, quegli ordini iniqui vennero eseguiti, e l'ospite, trafitto dalle ferite, croll a terra e spir. Quando gli fu annunciato l'accaduto, il re Rodolfo pianse la morte tanto crudele del fratello, e, incapace di sopportare il dolore, avvamp per il desiderio della vendetta, e, infrangendo il patto stretto con Tatone, gli dichiar guerra. Che dire di pi? Le schiere dei due re si scontrarono in campo aperto. Rodolfo mand i suoi alla battaglia, mentre egli restava nella sua tenda a giocare a scacchi, senza avere alcun dubbio sulla vittoria. In effetti, allora gli Eruli erano allenati alle durezze della guerra, e godevano fama di avere distrutto molti popoli. Combattevano nudi, coprendo soltanto le vergogne del corpo, o perch volessero essere meno impacciati, o perch non tenessero da conto le ferite causate dal nemico. Perci il re, fiducioso oltre ogni dubbio nelle forze dei suoi, durante la partita a scacchi, che faceva stando al sicuro, ordin ad uno dei suoi di salire su di un albero che per caso stava vicino, perch gli riferisse al pi presto la vittoria degli Eruli, minacciando di tagliargli la testa, se gli annunciasse che invece fuggivano. Costui, vedendo che il fronte degli Eruli cedeva, e che essi venivano fatti ripiegare dai Longobardi, alle frequenti domande del re sul comportamento degli Eruli, rispondeva invece che combattevano benissimo. E poich non osava dire la verit, rivel il disastro solo dopo che tutte le schiere ebbero volto le spalle al nemico. Allora, sia pure tardi, gli sfuggirono queste parole: "Guai a te, misera Erulia, che sei piegata dall'ira del Signore!". Il re, turbato da queste parole, chiese: "Fuggono, forse, i miei Eruli?". Al che, l'uomo rispose: "Non io, ma tu stesso, o sire, l'hai detto". Allora, come succede di solito in tali situazioni, mentre il re e tutti quelli del seguito, smarriti, non sapevano che decisione prendere, vennero investiti violentemente dai Longobardi che sopraggiungevano. Il re stesso fu ucciso senza che facesse nulla di valoroso, e l'ira del cielo volle che i guerrieri degli Eruli, mentre si disperdevano qua e l, vedendo le piante di lino che verdeggiavano negli spiazzi, le credessero acque in cui gettarsi. Cos, mentre stendevano le braccia quasi per nuotare, venivano crudelmente colpiti dalle spade dei nemici. I Longobardi, poi, ottenuta la vittoria, si divisero l'ingente preda che avevano trovato nell'accampamento. Tatone s'impadron del vessillo di Rodolfo, che chiamano bando, e dell'elmo che quello portava di solito in guerra, e da quel tempo in poi il valore degli Eruli fu cos fiaccato che non ebbero pi re. I Longobardi, divenuti ormai molto ricchi, con un esercito ingrossato grazie ai diversi popoli che avevano vinto, cominciarono a cercare occasioni di guerra, e a diffondere la fama del loro valore per ogni dove tutt'intorno.
21. Morte di Tatone, e regno di Vacone. Vacone supera gli Svevi. Le sue mogli e le sue figlie. Regno di Vaitari, suo figlio.
Dopo questi avvenimenti, Tatone, per, non godette a lungo il trionfo di quella vittoria. Infatti, sub l'invasione di Vacone, figlio di suo fratello germano Zuchilone, che lo priv della vita. Contro Vacone, poi, combatt anche Ildechi, figlio di Tatone, ma, vinto, si rifugi presso i Gepidi, e l rimase esule sino alla fine della vita. Per tale motivo, sin da allora nacque inimicizia tra i Gepidi e i Longobardi. Nello stesso periodo di tempo, Vacone si avvent contro gli Svevi, e li aggiog al suo dominio. Se qualcuno stima che ci sia falso e non una verit di fatto, si rilegga il prologo dell'editto che il re Rotari premise alle leggi dei Longobardi, e trover scritto in quasi tutti i codici ci che noi abbiamo inserito in questa piccola storia. Vacone ebbe tre mogli, la prima fu Ranicunda, figlia del re dei Turingi, poi spos Austrigosa, figlia del re dei Gepidi, dalla quale ebbe due figlie. Di queste, diede in matrimonio al re dei Franchi Teodeberto quella di nome Visegarda; l'altra, invece, chiamata Valderada, fu unita a Cusupald, altro re dei Franchi, ma costui, essendosene stancato, la diede in matrimonio ad uno dei suoi, di nome Garipald. Come terza moglie, Vacone ebbe una figlia del re degli Eruli, chiamata Salinga. Da essa nacque Valtari, il quale, morto Vacone, regn sui Longobardi come ottavo re. Tutti questi furono Litingi, cos, infatti, viene chiamata presso di loro una nobile schiatta.
22. Morto Valtari, regna Audoino, che porta i Longobardi in Pannonia.
Dopo che ebbe tenuto il regno per sette anni, Vaitari fu tolto alla luce di questo mondo. Come nono re, ottenne il regno dopo di lui Audoino, il quale, passato qualche tempo, port i Longobardi in Pannonia.
23. Guerra dei Gepidi con i Longobardi. In essa, Alboino uccide il figlio del re dei Gepidi.
I Gepidi e i Longobardi, infine, portarono alla luce l'ostilit latente da tempo, e ambedue le parti prepararono la guerra. Quando si attacc battaglia, mentre i due schieramenti combattevano accanitamente, e nessuno cedeva all'altro, capit che, durante lo scontro, Alboino, figlio di Audoino, e Turismodo, figlio di Turisindo, si trovarono di fronte, e Alboino colp l'altro con la spada, e lo uccise disarcionandolo. I Gepidi, vedendo caduto il figlio del re, che era stato l'anima della battaglia, persero il coraggio, e si diedero subito alla fuga. I Longobardi, inseguendoli, si accanirono a colpirli, e, dopo averne uccisi un numero enorme, tornarono indietro a far preda dei caduti. Ottenuta completa vittoria, i Longobardi tornarono alle proprie sedi, e suggerirono al re Audoino di associare al trono Alboino, grazie al cui valore avevano ottenuto la vittoria in battaglia, perch fosse collega del padre anche nel banchetto, cos come lo era stato nel pericolo. Ma Audoino rispose loro che non poteva assolutamente farlo, senza infrangere la tradizione avita. "Perch voi sapete - disse - che non  consuetudine presso di noi che il figlio del re pranzi con il padre, se prima non abbia ricevuto le armi dal re di una gente straniera".
24. Alboino con quaranta uomini si presenta al re Turisendo, del quale aveva ucciso il figlio, chiedendo di ricevere le armi da lui per poter sedere in banchetto assieme al padre, e le riceve.
Udite queste parole di suo padre, Alboino, presi con s soltanto quaranta giovani, and dal re dei Gepidi Turisindo, con il quale aveva appena combattuto, e gli fece presente il motivo per cui era giunto. Questi, accogliendolo con benignit, lo invit a banchetto, e lo pose alla sua destra, dove prima sedeva abitualmente il figlio Turismodo. Frattanto, mentre gustavano le varie portate, Turisindo, che ripensava alla morte del figlio, e vedeva che al posto di lui stava seduto, sotto i suoi occhi, il suo uccisore, traeva profondi sospiri, e, alla fine, non pot trattenersi, e diede sfogo al suo dolore con queste parole: "Quel seggio mi d gioia, ma la persona che vi siede mi crea molto peso a vederla". Allora il secondo figlio del re, che era presente, stimolato dalle parole del padre, cominci a insolentire i Longobardi dicendo che essi, poich usavano fasce bianche per la parte inferiore del polpaccio, erano simili alle cavalle, le cui zampe sono bianche fino all'inizio del ginocchio. E diceva: "Le cavalle, alle quali somigliate, puzzano". Allora uno dei Longobardi gli rispose: "Scendi sul campo di Asfeld, e potrai verificare fuori di ogni dubbio quanto forte sappiano scalciare queste che tu chiami cavalle, l dove le ossa di tuo fratello sono disperse in mezzo ai prati come quelle di un giumento senza valore". Udite queste parole, i Gepidi, incapaci di sopportare l'umiliazione, furono travolti dall'ira, e si apprestavano a vendicare l'offesa aperta; i Longobardi, a loro volta, pronti allo scontro, avevano tutti la mano sull'elsa delle spade. Ma il re, balzando su dalla mensa, si gett in mezzo ai suoi, ne fren l'ira e imped la mischia, minacciando punizioni per colui che avesse iniziato a battersi, e dicendo che non  una vittoria gradita a Dio, quando uno sopprime un nemico in casa propria. Alla fine, sedato cos il litigio, da quel momento continuarono il banchetto con allegria. Turisindo prese le armi di suo figlio Turismodo, le diede ad Alboino, e lo rimand nel regno di suo padre, incolume e in pace. Tornato dal padre, Alboino divenne da questo momento suo commensale. E mentre, lieto, godeva del banchetto regale, raccont per ordine tutto quello che gli era accaduto presso i Gepidi, nella reggia di Turisindo. I presenti rimasero ammirati, ed esaltarono l'audacia di Alboino, come pure la profonda lealt di Turisindo.
25. Il regno di Giustiniano e le sue vittorie.
In questo periodo, reggeva con felice sorte l'impero romano l'Augusto Giustiniano, il quale sostenne guerre vittoriose e fu mirabile nelle attivit civili. Infatti, per mano del patrizio Belisario sconfisse pesantemente i Persiani, e sempre grazie allo stesso Belisario stermin fino all'annientamento il popolo dei Vandali, catturando il loro re Gelismero, e, dopo novantasei anni, restitu all'impero romano tutta l'Africa. E, ancora con le forze di Belisario, vinse il popolo dei Goti in Italia, catturando il loro re Vitige. Nello stesso modo, schiacci anche, per opera del proconsole Giovanni, i Mauri e il loro re Amtalan, che, dopo queste vicende, infestavano l'Africa, e rintuzz con la guerra altri popoli. Per tale motivo, grazie alle vittorie su tutti questi, merit di avere gli appellativi di cui era onorato, cio Alamannico, Gotico, Francico, Germanico, Antico, Alanico, Vandalico, e Africano. Riordin anche, in una meravigliosa sintesi, le leggi dei Romani, la cui dispersione era troppa e che erano inutilmente discordanti. Infatti, restrinse in dodici libri tutte le disposizioni degli imperatori, che prima erano comprese in molti volumi, e ordin che l'opera risultante fosse chiamata Codice Giustinianeo. E ancora, fece condensare in cinquanta libri le leggi dei singoli magistrati o giudici, che erano distribuite in quasi duemila volumi, e denomin tale opera Codice del Digesto o delle Pandette. Compose anche ex novo quattro libri di Istituzioni, nei quali  riassunto brevemente il testo di tutte le leggi. Decret che venissero riunite in un solo volume anche le leggi che egli aveva emesso, e che tale volume fosse chiamato Codice delle Novelle. Sempre lo stesso principe costru all'interno della citt di Costantinopoli, in onore di Cristo Signore, che  la sapienza di Dio Padre, un tempio, che, con parola greca, chiam Aghia Sophia, cio Santa Sapienza. Tale costruzione eccelle su tutti gli edifici, al punto che non si pu trovare nulla di simile in nessuna regione della terra. Infatti questo principe era cattolico nella fede, retto nelle opere, giusto nei giudizi, e perci tutto in lui era indirizzato al bene. Durante il suo tempo, nella citt di Roma rifulse di scienza, tanto profana che divina, Cassiodoro(15), il quale scrisse nobilmente su vari argomenti, e, in particolare, svel con acuta penetrazione il significato profondo dei salmi. Egli fu prima console, poi senatore, e infine monaco. In questo tempo, Dionisio(16), nominato abate a Roma, stabil con mirabile argomentazione il calcolo del ciclo della Pasqua. Intanto, a Costantinopoli, Prisciano di Cesarea(17) esplorava le profondit, per cos dire, della scienza della grammatica, e Aratore(18), suddiacono della Chiesa di Roma, meraviglioso poeta, riscriveva in versi esametri gli Atti degli Apostoli.
26. Il beato Benedetto. I suoi miracoli e le sue lodi. In questi giorni, il pio e beatissimo Padre Benedetto, brill per i meriti della sua grande vita e per virt apostoliche, prima nel luogo chiamato Subiaco, che dista da Roma quaranta miglia, e poi nella rocca di Cassino, che  chiamata Arx. Come  noto, il beato papa Gregorio ne scrisse la vita nei suoi Dialoghi, usando gradevole linguaggio. Anch'io, per quanto le mie modeste capacit hanno potuto, ho voluto onorare cos grande Padre, esponendo ciascuno dei suoi miracoli nei distici elegiaci(19) che seguono:
Donde inizio a esaltare i tuoi trionfi, o santo Benedetto? il cumulo delle tue virt, donde inizio a esaltare?
Gloria a te, Padre beato, che manifesti il tuo merito gi nel nome: o fulgida luce del secolo, gloria a te, o Padre beato.
O alta Norcia, d tutto il tuo plauso ad un figlio s grande: tu che porti gli astri nel mondo, d tutto il tuo plauso, o alta Norcia(20).
O splendore di bimbo, che superi gli anni col senno, che superi i vecchi, o splendore di bimbo.
Il tuo fiore, o paradiso, guard dall'alto i fiori del mondo, e spregi il fasto di Roma, il tuo fiore.
Port il vaso la nutrice, rotto, triste nel petto: lieta, aggiustato port il vaso la nutrice(21).
Colui che trae nome da Roma, cela tra rupi il novizio: gli porta l'aiuto della piet, colui che trae nome da Roma(22). Risuonan di lodi gli spechi, celati a tutti i mortali, ma a te noti, o Cristo: risuonan di lodi gli spechi.
Freddo, vento, neve, per tre anni sopporti inesausto: per amore di Dio tu spregi freddo, vento, neve.
Piace il venerabile inganno, si approvano i furti pietosi, con cui il santo venne nutrito, piace il venerabile inganno.
Segnala l'arrivo del cibo l'amore, ma il Maligno s'oppone: eppure la fede nutrice segnala l'arrivo del cibo(23).
Pratica le cerimonie secondo il rito, perch volge l'orecchio a Cristo: pascendo chi digiuna, pratica le cerimonie secondo il rito(24).
Portano cibi graditi gli avari porcari agli spechi: lieti nei cuori riportano cibi graditi(25).
Il fuoco s'estingue col fuoco, fuoco di carne con quello celeste: mentre i rovi lacerano il corpo, il fuoco s'estingue col fuoco.
L'iniqua peste nascosta fu scoperta dall'acume: non sopport le armi della croce, l'iniqua peste nascosta(26). Le sferze leggere rinsaldano la mente errante: allontanano la peste errante, le sferze leggere(27). Un'onda di acqua perenne emana dal marmo: gli aridi cuori incide un'onda di acqua perenne(28).
Il fondo del gorgo cercasti, o acciaio avulso dal legno: l'alto cercando, o acciaio, abbandoni il fondo del gorgo(29).
Seguendo la voce del padre, corre veloce sul filo dell'acqua: rapido corre sull'acqua, seguendo la voce del padre.
L'onda offr strada a chi obbediva al maestro: a colui che ignaro correva, l'onda offr strada.
Tu pure, fanciullo, rapito nelle onde non muori: sei teste verace, tu pure, fanciullo(30).
I perfidi cuori si dolgono, agitati da punte maligne; per le fiamme del Tartaro, i perfidi cuori si dolgono. Alimento porta il corvo, offerto da dita benigne: ispirato, lontano il mortale alimento porta il corvo(31).
Il santo cuore compiange il nemico esanime caduto: la morte del discepolo il santo cuore compiange(32).
Tu vieni ai bei luoghi del Liri, seguendo duci opulenti: dal cielo attirato, tu vieni ai bei luoghi del Liri(33).
O serpe, iniquo tu infuri, spogliato del luogo e di altari, e perdute le genti: o serpe, iniquo tu infuri.
O maligno seduto, vattene! lascia che i marmi siano posti sui muri: dovrai obbedire al comando, o maligno seduto, vattene!(34)
Il fuoco vorace sembra insorga con falsi bagliori, ma a te, gemma splendente, non appare il fuoco vorace(35). Mentre il muro vien fatto, si strazia la carne del frate: integro torna il fratello, mentre il muro vien fatto(36).
Il fatto nascosto si svela, alla luce il goloso finisce: del dono goduto il fatto nascosto si svela(37).
O crudele tiranno, la tua frode ha le reti svelate, la tua vita un freno riceve, o crudele tiranno(38).
Le alte mura di Numa non son rovesciate da nessun nemico: un gran turbine rovescer le alte mura di Numa(39).
Sei colpito dal duro nemico, affinch tu non porti doni all'altare: tu porti doni agli altari, e sei colpito dal duro nemico(40).
Tutti i recinti del gregge - fu detto - cadranno in mano a gente nemica: la medesima gente ripara tutti i recinti del gregge(41).
O giovane amico della frode, sei preso dal fascino del serpe: non sei preso dal serpe, o giovane amico della frode(42).
O mente orgogliosa, silenzio! taci, e non criticare chi vede: tutto  chiaro per il vate, o mente orgogliosa, silenzio!(43)
La nera fame  cacciata con cibo calato dal cielo, e pure dell'animo la nera fame  cacciata(44).
Tutti i cuori stupiscono che tu fossi presente incorporeo: che tu dica ci che hai previsto, tutti i cuori stupiscono(45).
Al comando della voce non possono ai riti esser presenti: sono presenti ai riti al comando della voce(46). La terra scavata respinge dal seno il corpo deposto: avuto il comando, trattiene quel corpo la terra scavata(47).
Quel perfido serpe invoglia il fuggiasco a far fretta: s'oppone alla corsa proibita, quel perfido serpe(48). Il male mortale sottrasse dal capo l'onore: subito il comando, se ne fugge il male mortale(49).
Il biondo metallo, dal pio  promesso al meschino, e non l'ha: dal cielo  ottenuto, il biondo metallo, dal pio(50).
Tu, misero, al quale la pelle si squama come quella d'un serpe: intatta ricevi la pelle, tu misero(51).
I ciottoli aguzzi non frangono il vetro caduto: conservano indenne quel vetro, i ciottoli aguzzi. Perch temi, dispensiere, di offrire la goccia d'un vaso? Negli orci trabocca, perch temi, dispensiere?(52) 
Donde verr medicina per te, che non hai speranza di salvezza? Tu, che sempre temi: donde verr medicina per te?
Oh, misero vecchio! tu cadi per colpo nemico: ma per un colpo risani, oh, misero vecchio!(53)
Le barbare cinghie stringono mani ignare di colpa: lasciano spontanee le mani, le barbare cinghie.
Quel superbo sul cavallo grida minacce con urla: abbattuto a terra egli giace, quel superbo sul cavallo(54).
Il collo del padre porta il corpo del piccolo estinto: porta il figlio vivo, il collo del padre(55).
Tutto vince amore, la sorella vince il santo con la pioggia, il sonno  lontano dagli occhi: tutto vince amore(56).
Cara per la sua limpidezza, cerca l'alto come colomba: sale ai regni del cielo, cara per la sua limpidezza(57).
O tu, del tutto dedito a Dio, al quale si apre ogni mondo, che illumini le cose nascoste: o tu, del tutto dedito a Dio.
Il cielo fiammante tiene il giusto che spazia sull'etere: chi bruci di pio amore, lo domina il cielo fiammante.
 presente tre volte chiamato, qual teste del fatto: caro all'amore del padre,  presente tre volte chiamato(58).
O buon condottiero, esortando alle lotte, rinsaldi i cuori con esempi: per primo ti precipiti contro le armi, o buon condottiero, esortando alle lotte.
Diede validi segni, lasciando i legami della vita: affrettandosi alla vita, diede validi segni(59).
Salmista assiduo, mai dava ozio al plettro: cantando sacri canti mor, salmista assiduo.
Coloro che ebbero un animo solo son racchiusi nello stesso tumulo, pari gloria avvolge coloro che ebbero un animo solo(60).
Splendente appare la via, costeggiata di fiaccole scintillanti: per dove sale il santo, splendente appare la via(61).
Cercando rupestri recinti, trov dall'errore salvezza: usc dall'errore, cercando rupestri recinti.
Umile carme compose il supplice servo in offerta: esule, povero, debole, umile carme compose.
Giunga a te, prego, o guida al sentiero celeste: o Padre Benedetto, giunga a te, prego.
Componemmo anche un inno in metro giambico archilocheo(62), che illustra anch'esso ciascun miracolo del medesimo Padre:
Fratelli con cuore vivace, venite con pari armonia, godiamo di questa inclita festa le gioie.
Di qua Benedetto, mostrando lo stretto sentiero, sal agli aurei regni, a ricevere i premi delle fatiche, rifulse come nuova stella respingendo le nebbie del mondo.
Alla soglia della giovent, non bad alle gioie del mondo, potente per i miracoli, ispirato dall'alto spirito, rifulse di prodigi, profetando al secolo futuro.
Destinato a portare cibo al popolo, raggiusta il vaso del pane, cercando un angusto abituro, spense il fuoco col fuoco.
Spezz il vaso portatore di veleno
con le armi della croce,
domin la mente errante
col leggero flagello del corpo.
Scendono i fiumi dalle rupi,
torna l'acciaio dal gorgo,
corre obbediente sulle onde,
col mantello evita la morte al piccolo.
Il veleno nascosto si svela,
volando d gli ordini,
annienta nella rovina il nemico.
Cede ruggendo profondo il leone, 
il peso diventa leggero.
Svanisce il rogo apparente, 
la salute torna al ferito, 
l'intemperanza degli assenti si svela. 
Guida astuta, sei presa, 
iniquo possessore, tu fuggi; 
il futuro sar conosciuto.
Il cuore non tocca l'arcano, 
nei sogni si crean le dimore, 
la terra restituisce le salme, 
il fuggiasco  frenato dal drago, 
il cielo piove monete.
Il vetro resiste alle pietre, 
gli orci riversano olio,
lo sguardo scioglie il prigioniero, 
i morti riprendon la vita.
Il potere di tanta luce 
 vinto dal voto della sorella: 
quanto pi ama, pi uno vale.
Lo si vede volare nel cielo, 
il suo splendore sfolgora di notte, 
ignoto ai secoli prima, 
per cui tutto il mondo si vede 
e pio s'avvia tra le fiamme.
Traeva dal plettro dolcissimo 
nettare, intanto, di canti.
Bene tracci la condotta 
per i seguaci della santa vita, lui, 
guida ben forte agli alunni. 
Sii presente ai sospiri del gregge,
che cresca nel bene, evitando il serpente,
che sia di tua strada seguace.
Mi piace riferire brevemente quello che il beato papa Gregorio non espose nella Vita di questo santissimo Padre. Quando, per divina ispirazione, da Subiaco si appressava a questo luogo dove ora riposa, tre corvi, che aveva l'abitudine di nutrire, lo seguirono volandogli intorno per circa cinquanta miglia, e due angeli, apparendogli in figura di giovani, gli mostrarono ad ogni bivio la via da seguire, fin quando arriv qui. In questo luogo aveva il suo abituro, allora, un servo di Dio, al quale dal cielo era stato detto cos: "Lascia intatti questi luoghi:  vicino un altro amico". Giunto qui, cio sulla rocca di Cassino, si disciplin sempre con una grande continenza; e vi rimase chiuso, lontano dalla confusione del mondo, massime durante il tempo della quaresima. Ho ricavato tutte le notizie dal carme del poeta Marco, il quale venne qui, vicino a quel Padre, e compose alcuni versi a sua lode, che non ho riportato in questo libro per evitare un'eccessiva lunghezza.  certo, tuttavia, che il glorioso Padre venne in questo luogo, che  fertile e al quale sottost una valle ferace, chiamato dal cielo a farvi nascere una congregazione di molti monaci, come c' anche ora, sotto la guida di Dio. Narrate sommariamente queste cose, che non si dovevano tralasciare, ora torniamo al seguito della nostra storia.
27. Muore Audoino, e sale al trono Alboino. Alboino supera Cunimondo, re dei Gepidi, e prende in matrimonio la figlia di lui Rosemunda.
Il re dei Longobardi Audoino, dunque, di cui abbiamo gi raccontato, ebbe in matrimonio Rodelinda, la quale gli partor Alboino, uomo battagliero e valoroso in tutto. Quando Audoino mor, sal al trono, con i voti di tutti, Alboino, a guidare la patria, decimo re. Poich aveva il nome ormai dappertutto famosissimo e illustre per la sua forza, il re dei Franchi Clotario gli diede in matrimonio sua figlia Clotsuinda, dalla quale ebbe soltanto una figlia, di nome Alpsuinda. Intanto mor Turisindo, re dei Gepidi, e gli successe nel regno Cunimondo, il quale, volendo vendicare gli antichi affronti che i Gepidi avevano subito, ruppe il trattato con i Longobardi, e scelse la guerra, ripudiando la pace. Ma Alboino, prima di partire per affrontare i Gepidi, strinse un patto perpetuo con gli Avari (che prima erano chiamati Unni, e poi furono detti Avari, dal nome del loro re). E cos, mentre i Gepidi si affrettavano contro di lui per una strada, gli Avari, come avevano concordato con Alboino, ne invasero le terre. Un triste messaggio, quindi, raggiunse Cunimondo, e lo inform che gli Avari erano penetrati nella sua patria. Egli, pur scoraggiato, e trovandosi in difficolt dall'una e dall'altra parte, esort tuttavia i suoi a combattere prima di tutto contro i Longobardi: se fossero stati capaci di vincerli, poi avrebbero cacciato l'esercito degli Unni dalla loro patria. Fu attaccata, dunque, battaglia, e si combatt con tutte le forze. I Longobardi risultarono vincitori, e infierirono con tanta rabbia sui Gepidi da distruggerli fino all'annientamento, sicch di un grande numero di loro ne sopravvisse, si pu dire, uno soltanto per raccontare. In quella battaglia Alboino uccise Cunimondo, e toltagli la testa, ne fece una coppa per bere, coppa che nella loro lingua si dice scala, e in lingua latina patera. Poi, insieme ad una grande moltitudine di prigionieri di ogni sesso e di ogni et, cattur anche la figlia di lui, di nome Rosemunda, e, poich Clotsuinda era morta, la prese come moglie. Ma la spos per sua rovina, come poi fu chiaro. In quell'occasione i Longobardi fecero cos tanta preda da giungere ad una condizione di grandissima ricchezza. Invece la stirpe dei Gepidi fu cos fiaccata che, da allora in poi, non ebbero pi re, ma tutti quelli che poterono scampare vivi da quella guerra, o furono prigionieri dei Longobardi, o gemono soggetti al duro imperio degli Unni, che fino ad oggi dominano la loro patria. Il nome di Alboino si diffuse, cos, famoso per ogni parte, sicch ancor oggi la sua liberalit, la sua gloria e fortuna in guerra, e il suo valore, vengono celebrati nei canti della gente dei Bavari, e di quella dei Sassoni, e anche presso altri uomini della stessa lingua. Si racconta, poi, da molti anche ora, che sotto di lui furono fabbricate speciali armi.
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LIBRO SECONDO.
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1. Mercenari longobardi, assoldati dal cartulario imperiale Narsete, gli forniscono aiuto contro i Goti.
Mentre le ripetute vittorie dei Longobardi risuonavano tutto intorno, il cartulario(63) imperiale Narsete, che allora governava l'Italia e preparava la guerra contro Totila, re dei Goti, invi ambasciatori ad Alboino perch gli fornisse truppe ausiliarie, dato che, appunto, intendeva combattere contro i Goti, e aveva gi da tempo un legame di alleanza con i Longobardi stessi. Alboino gli mand in appoggio una scelta schiera dei suoi. Essi, passati in Italia attraverso il golfo del mare Adriatico e congiuntisi ai Romani(64), attaccarono battaglia contro i Goti, e, dopo che li ebbero annientati assieme al loro re Totila, tornarono vincitori in patria, carichi di molti doni e riconoscimenti. E per tutto il tempo in cui i Longobardi possedettero la Pannonia, furono di aiuto allo stato romano contro gli avversari.
2. Narsete vince Buccellino e Amingo, condottieri dei Franchi. Morte di Leutario, terzo condottiero.
In questo tempo, Narsete mosse guerra anche contro Buccellino, un condottiero che il re dei Franchi, Teodeberto, tornando in Gallia dopo esser sceso in Italia, aveva qui lasciato per sottometterla, assieme ad un altro condottiero, Amingo. Questo Buccellino devastava e metteva a sacco quasi tutta l'Italia, inviando al suo re Teodeberto copiosi donativi dalle prede che faceva, e si disponeva a svernare in Campania, ma, alla fine, fu vinto e ucciso da Narsete in una grave battaglia, nel luogo che ha nome Tanneto. A sua volta, Amingo tent di portare aiuto a Vidin, conte dei Goti, che si era ribellato contro Narsete, ma questi li vinse ambedue. Vidin, fatto prigioniero, fu esiliato a Costantinopoli; Amingo, che gli aveva offerto aiuto, venne ucciso dalla spada di Narsete. Anche il terzo condottiero dei Franchi, di nome Leutario, fratello di Buccellino, mentre intendeva tornare in patria carico di molta preda, mor suicida tra Verona e Trento, vicino al lago Benaco(65).
3. Narsete uccide Sinduald, principe degli Eruli, a lui ribelle.
Narsete ebbe, inoltre, uno scontro con Sinduald, re dei Brenti(66), un superstite della stirpe degli Eruli, che Odoacre aveva portato con s venendo in Italia. Narsete lo aveva ricoperto di molti benefici, finch gli era stato lealmente fedele, ma alla fine, quando egli si ribell per superbia, aspirando a diventare re, lo vinse in battaglia e, fattolo prigioniero, lo impicc ad un'alta trave. In quel tempo, il patrizio Narsete tenne in suo potere tutti i territori dell'Italia grazie all'opera di Dagisteo, comandante dell'esercito, uomo forte e battagliero. Questo Narsete fu prima cartulario, poi merit l'onore del patriziato per i suoi meriti e il suo valore. Era un uomo piissimo, di religione cattolica, munifico verso i poveri, pieno di zelo nel ricostruire le chiese, e cos fervente nelle veglie di preghiera che otteneva la vittoria pi con le suppliche rivolte a Dio, che con le armi della guerra.
4. I segni della peste. La mortalit che devast l'Italia al tempo di Narsete.
Ai tempi di costui, scoppi una gravissima pestilenza, principalmente nella provincia della Liguria.
 Comparivano, infatti, all'improvviso, certe macchie nelle case, sulle porte, sui vasi o sui vestiti, e se uno voleva nettarle, riapparivano sempre pi numerose. Passato un anno, cominciarono a farsi sentire all'inguine delle persone, o in altri luoghi pi delicati, alcune ghiandole, grandi pressappoco come una noce o un dattero, e poi seguiva subito una febbre ardente intollerabile, sicch nel giro di tre giorni l'uomo si spegneva. Se, per, uno superava i tre giorni, aveva speranza di vivere. C'era ovunque lutto, ovunque lacrime. E poich circolava la voce tra il popolo che la peste potesse evitarsi fuggendo, le case venivano abbandonate dagli abitanti, affidate alla sola custodia dei cani, le greggi restavano sole nei pascoli, senza pastori che le guardassero. Prima avresti potuto vedere le fattorie e le borgate popolose di gente: il giorno dopo, invece, ogni cosa era in preda al silenzio, perch tutti erano fuggiti. In questa fuga, i figli abbandonavano insepolti i corpi dei genitori; i genitori, dimentichi dell'affetto pi naturale, abbandonavano i figli che ardevano per il male. Chi, per caso, preso dall'antico senso di piet, si fosse fermato a seppellire il prossimo, restava lui stesso insepolto, e mentre cedeva alla piet, ne veniva distrutto, e mentre prestava cure alla morte, la sua morte restava negletta. Il mondo sembrava riportato all'antico silenzio. Nessuna voce nelle campagne, nessun fischio di pastori, nessun assalto delle fiere alle greggi, nessun danno ai volatili domestici. Le coltivazioni, superato il tempo del raccolto, aspettavano intatte il mietitore, i vigneti, perse le foglie, restavano integri, con i grappoli che splendevano. Gi s'avvicinava l'inverno, e nelle ore del giorno e della notte risuonava la tromba di combattimento e ai pi pareva di udire il rumoreggiare di un esercito, ma non c'era impronta di gente che passasse, non si vedeva nessuno a uccidere: eppure i cadaveri dei morti erano pi di quanti l'occhio riuscisse a scorgere. Gli spazi per il pascolo erano mutati in luoghi di sepoltura per gli uomini, mentre le abitazioni erano diventate rifugi per le bestie. Questo male dilag solo all'interno dell'Italia, fino al confine col territorio degli Alamanni e dei Bavari, e ne furono colti i Romani soltanto. Nel frattempo, essendo deceduto l'imperatore Giustiniano, a Costantinopoli assunse il governo dello stato Giustino minore. Sempre in questo torno di tempo, il patrizio Narsete, la cui attenzione era vigile a tutto, imprigion e condann all'esilio in Sicilia Vitale, vescovo della citt di Aitino, che moltissimi anni prima s'era rifugiato nel regno dei Franchi, e precisamente nella citt di Magonza(67).
5. Ostilit dei Romani contro Narsete.
Annientata, dunque, come gi si  detto, o, comunque, vinta tutta la gente dei Goti, e sgominati del pari gli Unni, cui accennammo, Narsete, dopo aver accumulato molto oro, argento, e ricchezze di tutte le specie, divenne oggetto di una grande ostilit da parte dei Romani, bench avesse affrontato molte fatiche per difenderli dai loro nimici. Si rivolsero, infatti, all'Augusto Giustino e alla sua consorte Sofia, lamentandosi che era meglio per i Romani servire ai Goti, piuttosto che ai Greci, "quando ci comanda l'eunuco Narsete, e ci opprime come schiavi, e queste cose il nostro piissimo principe non le sa. Liberaci dalla sua mano, oppure, senza fallo, consegneremo la citt di Roma e noi stessi alle genti barbare". Quando l'ebbe saputo, Narsete ribatt seccamente queste parole: "Se male mi sono comportato con i Romani, male possa io avere". L'Augusto si adir talmente contro Narsete che mand subito in Italia, come prefetto, Longino a sostituirlo. Narsete, allora, saputa questa decisione, prov un grandissimo timore; ed era spaventato specialmente per motivo dell'Augusta Sofia, tanto che non osava pi tornare a Costantinopoli. Si racconta, infatti, che essa fra l'altro lo avesse incaricato, dato che era eunuco, di sovrintendere all'organizzazione del lavoro di tessitura delle donne nel gineceo. Ma, ricevuto quell'ordine, pare che Narsete avesse dato questa risposta: che avrebbe fatto tessere una tela che ella non avrebbe potuto pi togliersi di dosso finch fosse viva. Perci, tormentato dall'astio e dalla paura, si ritir nella citt di Napoli, e invi subito degli ambasciatori al popolo dei Longobardi, invitandoli ad abbandonare le terre povere della Pannonia e a venire a impadronirsi dell'Italia, colma di tutte le ricchezze. E mand, insieme, frutta di tutte le specie e ogni altro prodotto di cui l'Italia  ricca, per riuscire ad invogliarli a venire. I Longobardi accettarono con gioia quel messaggio cos di buon augurio, che, oltretutto, rispondeva al desiderio che nutrivano in cuor loro, e si entusiasmarono per i futuri vantaggi. Subito comparvero in Italia terribili prodigi durante la notte, cio si videro nel cielo delle strisce di fuoco, sfavillanti -  evidente - di quel sangue che poi fu versato.
6. Alboino invita i Sassoni a venire in suo aiuto.
Alboino, deciso a venire in Italia con i Longobardi, chiese aiuto ai suoi antichi amici Sassoni, per entrare con pi gente a impossessarsi degli spazi dell'Italia. I Sassoni si presentarono con pi di ventimila uomini, assieme alle mogli e ai figli, per dirigersi con lui in Italia, secondo il suo volere. Udendo ci, Clotario e Sigisberto, re dei Franchi, installarono gli Svevi ed altre genti nei luoghi dai quali erano usciti questi Sassoni.   
7. Alboino, abbandonata la Pannonia, viene in Italia con i Longobardi.
Quindi, Alboino consegn ai suoi amici Unni la sede che lasciava, cio la Pannonia, col patto, chiaramente, che i Longobardi riavessero le loro terre, se in un qualche momento capitasse loro di tornare. I Longobardi, dunque, abbandonata la Pannonia, si affrettarono con le mogli e i figli e tutto quanto possedevano, verso l'Italia per impadronirsene. Erano rimasti in Pannonia per quarantadue anni; ne uscirono nel mese di aprile, al tempo della prima indizione(68), il giorno dopo la festivit della Pasqua, che, in base ai calcoli, in quell'anno cadde il primo giorno di aprile, quando erano gi trascorsi 568 anni dall'Incarnazione del Signore.
8. Alboino, venendo in Italia, sale sul monte del re. I bisonti.
Il re Alboino, dunque, giunto che fu ai confini dell'Italia con tutto il suo esercito e con tutto il popolo che lo seguiva in massa, sal su di un monte che si erge in quei luoghi, e da l contempl quella parte dell'Italia fin dove pot spingere il suo sguardo. Per tale fatto, si tramanda che da allora quel monte ebbe il nome di monte del Re. Dicono che su queste alture vivano bisonti selvaggi; e non  strano, dato che esse continuano fino alla Pannonia, la quale  prolifica di questi animali. Mi rifer una persona anziana, assolutamente degna di fede, di aver visto la pelle di un bisonte ucciso su queste montagne, dentro la quale avrebbero potuto distendersi - a quel che raccontava - quindici uomini, uno di fianco all'altro. 
9. Alboino, entrato nel territorio delle Venezie, costituisce suo nipote Gisulfo signore di Cividale.
Da l, Alboino, avendo oltrepassato senza nessun ostacolo i confini della Venezia, che  la prima provincia dell'Italia, cio essendo entrato nel territorio della citt, o meglio della rocca di Cividale, cominci a riflettere su chi fosse meglio affidare la prima provincia che aveva occupato. In effetti, tutta l'Italia che si estende verso mezzogiorno, o piuttosto verso Euro(69),  circondata dalle onde del mare Tirreno e dell'Adriatico, mentre verso occidente e Aquilone(70),  talmente racchiusa dalle catene delle Alpi, che non ci pu essere un'entrata, se non per angusti passaggi e attraverso altissime catene di monti. Dalla parte orientale, invece, per dove si congiunge con la Pannonia, ha un ingresso che si apre con pi larghezza, ed  molto piano. Riflettendo, dunque, come dicemmo, su chi dovesse porre come signore in questi luoghi, si dice che Alboino decise di dare la signoria della citt di Cividale, e di tutta quella regione, a suo nipote Gisulfo, uomo capace di affrontare ogni situazione, che era suo scudiero, cio suo marpahis, come si dice in quella lingua. Gisulfo, tuttavia, dichiar che non avrebbe accettato il governo di quella citt e di quella popolazione, se prima Alboino non gli concedesse quelle fare, cio quelle stirpi, o famiglie, di Longobardi, che egli volesse, lasciandogliele scegliere. Cos si fece, e, col consenso del re, ricevette quelle famiglie eccellenti di Longobardi che aveva desiderato, perch abitassero con lui, e finalmente in tal modo ottenne l'onore della signoria. Chiese anche al re mandrie di generose cavalle, e anche in questo fu esaudito dalla liberalit del principe.
10. I re che in quel tempo regnavano sui Franchi. Il papa Benedetto.
Nei giorni in cui i Longobardi invasero l'Italia, il re Clotario era morto, e i suoi figli reggevano il regno dei Franchi diviso in quattro parti: il primo di loro, Ariperto, aveva sede a Parigi, il secondo, Guntramno, dominava la citt di Orlans, il terzo, Ilperico, aveva il trono a Soissons, come successore di suo padre Clotario. Il quarto, Sigisberto, infine, regnava, a sua volta, nella citt di Metz. In questo tempo, reggeva la Chiesa romana il papa Benedetto, uomo santissimo; e presiedeva alla citt di Aquileia, e alle sue popolazioni, il santo patriarca Paolo, il quale, temendo la barbarie dei Longobardi, da Aquileia si rifugi nell'isola di Grado, e port via con s tutto il tesoro della sua Chiesa. All'inizio dell'inverno di quest'anno, cadde in pianura tanta neve, quanta di solito ne cade sulle cime delle Alpi. Nell'estate che poi segu, ci fu un raccolto cos abbondante, che nessuno dichiarava di averne visto tanto. In quel tempo, gli Unni (quelli chiamati anche Avari), saputa la morte del re Clotario, si scagliarono contro suo figlio Sigisberto. Ma egli, fronteggiandoli in Turingia, li super con una vittoria schiacciante presso il fiume Elba, e, quando la chiesero, concesse loro la pace. A Sigisberto fu unita in matrimonio Brunichilde, proveniente dalla Spagna, dalla quale ebbe un figlio di nome Childeberto. Gli Avari, poi, ripresa la lotta con Sigisberto, ottennero la vittoria, sbaragliando l'esercito dei Franchi, proprio in quei luoghi dove avevano combattuto precedentemente.
11. Morte di Narsete.
Narsete, tornato a Roma dalla Campania, non molto tempo dopo lasci questo mondo. Il suo corpo, posto in una cassa di piombo, fu trasportato a Costantinopoli con tutte le sue ricchezze.
12. Felice, vescovo di Treviso.
Quando Alboino giunse al fiume Piave, gli si fece incontro Felice, vescovo della Chiesa di Treviso, e il re, generosissimo com'era, ne soddisfece le richieste, concedendogli di conservare tutte le risorse della sua Chiesa; e convalid la concessione con un suo documento prammatico. 
 13. A proposito di quello stesso Felice, e di Fortunato, uomo sapientissimo
 Dal momento che abbiamo fatto menzione di questo Felice, gradiamo riferire alcune notizie sul venerabile e sapientissimo Fortunato, il quale afferma che Felice fu suo compagno. Fortunato ebbe nascita in un luogo chiamato Vadobbiadene(71)  che non  molto distante dalla rocca di Ceneda e dalla citt di Treviso; tuttavia, venne allevato ed istruito a Ravenna, e divenne famosissimo nella scienza della grammatica, della retorica e della composizione poetica. Avvenne che gli capit un'infermit dolorosissima agli occhi, e, poich ne soffriva anche questo suo amico Felice, ambedue si recarono alla basilica dei beati Paolo e Giovanni, che sorge all'interno di quella citt. Entro si trova l'altare in onore del beato martire Martino, e vicino c' una nicchia, nella quale era posta una lucerna per far luce. Subito Fortunato e Felice si bagnarono gli occhi dolenti con quell'olio: immediatamente il dolore pass, ed ebbero la guarigione che imploravano. Per questo motivo Fortunato vener tanto il beato Martino che, lasciata la patria poco prima che i Longobardi invadessero l'Italia, volle andare al sepolcro di quel santo, a Tours. E, come descrive nelle sue poesie, nel viaggio che fece per arrivare fin l, super il Tagliamento e Ragogna, e attravers Osoppo e l'Alpe Giulia, e, poi, Innichen(72) e i fiumi Drava e Rienza, e i Breoni(73) e la citt di Augsburg, bagnata dal Lech e dal Wertach. Dopo ch'ebbe soddisfatto il suo voto visitando Tours, giunse a Poitiers e vi si ferm. Ivi scrisse le gesta di molti santi, sia in prosa che in versi. Alla fine, sempre in quella citt, fu prima ordinato prete, e poi vescovo, ed ora vi riposa, sepolto con degno onore. Egli scrisse la Vita del beato Martino in quattro libri di versi esametri, e compose molte altre poesie, specialmente inni per le singole festivit brevi carmi per qualche amico, con linguaggio gradevole e ricco, e in ci non fu secondo ad altro poeta. Quando giunsi alla sua tomba per pregare, su richiesta di Apro, abate di quel luogo, composi questo epitafio:
Splendido d'ingegno, vivo nei sentimenti, dolce nella parola,
la sua ispirazione soave molte pagine cantano;
Fortunato, vetta dei poeti, venerabile negli atti,
egli, nato in Ausonia,  sepolto in questa terra.
Dalla sua santa bocca le gesta dei precedenti santi
imparammo: esse additano a salire la via della luce.
Fortunata tu, o Gallia, che sei ornata di tante gemme:
per la cui luce la nera notte ti fugge.
Questi versi modesti composi in umile carme,
perch il tuo onore, o santo, non restasse ignoto alle genti.
Ricambia, o beato: chiedi, ti prego, o eccelso pei meriti,
ch'io, misero, non venga spregiato dal Giusto Giudice.
Abbiamo fatto un breve accenno alle vicende di un uomo cos grande, perch i suoi concittadini non ne ignorino completamente la vita; ora torniamo alla narrazione della storia.
14. Alboino conquista la provincia delle Venezie.
Alboino prese Vicenza, Verona, e le altre citt della Venezia, eccettuate Padova, Monselice e Mantova. La provincia della Venezia, infatti, non consta solo delle poche isole che ora chiamiamo Venezia, ma il suo confine si estende dal territorio della Pannonia(74)  fino al fiume Adda. Ci  confermato dai libri Annali, nei quali si legge che Bergamo  una citt delle Venezie. Infatti, anche a proposito del lago Benaco leggiamo cos nelle storie: "Il Benaco  un lago delle Venezie, dal quale esce il fiume Mincio". Il vocabolo Eneti, bench in latino si aggiunga una lettera, in greco significa "degni di lode"(75). Alla Venezia si collega anche l'Istria, e tutt'e due sono considerate come una provincia sola. L'Istria prende nome dal fiume Istro, che nella storia romana si tramanda sia stato pi grande di quel che  ora. Capitale della Venezia fu la citt di Aquileia, ma ora in suo luogo sta Cividale, detta cos perch Giulio Cesare aveva istituito l una piazza per il commercio(76).
15. La Liguria, seconda provincia d'Italia.  
Non credo sia fuori argomento se trattiamo in breve anche le altre province dell'Italia. La seconda  chiamata Liguria, dalla raccolta dei legumi di cui  grande produttrice(77) ; in essa si trovano Milano e Ticino, che, con altro nome,  chiamata Pavia(78). Essa si estende fino al territorio dei Galli. Tra questa e la Svevia, cio la patria degli Alemanni, che sta a settentrione, si trovano sulle Alpi due province, la Rezia Prima e la Rezia Seconda, nelle quali si sa che abitano i Reti veri e propri.
16. La quinta provincia dell'Italia  chiamata Alpi Cozie, e la sesta, Tuscia.
La quinta provincia  chiamata Alpi Cozie, e ha preso questo nome dal re Cozio, che visse al tempo di Nerone; essa si estende, verso Euro, dalla Liguria fino al mare Tirreno, mentre a occidente si unisce al territorio dei Galli. Vi si trovano le citt di Acqui, con le sue acque calde, Tortona, il monastero di Bobbio, e anche Genova e Savona. La sesta provincia  la Tuscia, che  stata cos chiamata dall'incenso(79), che il suo popolo ha l'abitudine di bruciare per devozione quando sacrifica agli dei. Essa ha dentro di s, verso Circio(80), l'Aurelia, e dalla parte d'oriente, l'Umbria. In questa provincia si svilupp Roma, che un tempo fu capitale di tutto il mondo. Nell'Umbria, che  posta in una parte di questa provincia, si trovano Perugia, il lago Clitorio e Spoleto. L'Umbria fu chiamata cos perch scamp alle piogge, quando, nell'antichit, un diluvio rovinoso devast i popoli(81).
17. La Campania, settima provincia dell'Italia, e la Lucania, ovvero Bruzia, che ne  l'ottava.
La settima provincia, la Campania, va dalla citt di Roma sino al fiume Sele della Lucania; in essa si svilupparono citt opulentissime, quali Capua, Napoli e Salerno. Fu chiamata Campania proprio a causa della fecondissima pianura di Capua; per il resto,  montuosa in massima parte. L'ottava, la Lucania, prende nome da un bosco sacro(82), comincia dal fiume Sele insieme con la Bruzia, la quale fu chiamata cos dal nome di una sua antica regina, e si estende fino allo stretto di Sicilia lungo le coste del mare Tirreno, come anche le due precedenti province, occupando la diramazione destra dell'Italia; in essa si trovano le citt di Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio.
18. Le Alpi Appennino rappresentano la nona provincia dell'Italia, e l'Emilia la decima.
La nona provincia, infine, trae nome dalle Alpi Appennine, e prende origine da dove terminano le Alpi Cozie. Queste Alpi Appennine, estendendosi in mezzo all'Italia, dividono la Tuscia dall'Emilia e l'Umbria dalla Flaminia. In tale provincia stanno le citt di Ferroniano e Montebello, di Bobbio e Urbino, ed anche una cittadella chiamata Verona. Fu detta Alpi Appennine dai Punici, cio da Annibale e dal suo esercito, i quali la attraversarono nella loro marcia verso Roma. C' chi sostiene che le Alpi Cozie e le Appennine costituiscano una sola provincia, ma li confuta la storia di Vittore(83), che dice le Alpi Cozie una provincia a s stante. La decima, l'Emilia, prendendo inizio dalla Liguria, si volge verso Ravenna tra le Alpi Appennine e il corso del Po.  adorna di ricche citt, vale a dire Piacenza, Parma, Reggio, Bologna, e Foro Cornelio, la cui rocca  chiamata Imola. C' stato chi ha definito l'Emilia, con la Valeria e la Norcia, un'unica provincia, ma questa affermazione non pu reggere, perch tra l'Emilia, la Valeria e la Norcia, si trovano la Tuscia e l'Umbria. 
19.  La Flaminia, undicesima provincia dell'Italia, e il Piceno, che ne  considerato la dodicesima.
Segue poi, l'undicesima delle province, la Flaminia, che  posta fra le Alpi Appennine e il mare Adriatico, in essa si trova la citt pi nobile di tutte, Ravenna, e altre cinque, dette, con parola greca, Pentapoli. Risulta che l'Aurelia, l'Emilia e la Flaminia, hanno preso il nome dalle vie lastricate che vengono da Roma, che, a lor volta, furono chiamate con i nomi di chi le costru. Dopo la Flaminia, si presenta come dodicesima provincia il Piceno, che ha dalla parte dell'Austro(84)  i monti Appennini, e dall'altra parte il mare Adriatico. Questa provincia si estende fino al fiume Pescara, e in essa ci sono le citt di Fermo, Ascoli e Penne, ed anche Adria, ormai cadente per la sua antichit, la quale diede il nome al mare Adriatico(85). Mentre gli abitatori di questa provincia vi arrivavano, provenendo dalla Sabina, si ferm sul loro vessillo un picchio, e per questo motivo la zona ebbe il nome di Piceno.
20. La Valeria e la Norcia, tredicesima, e il Sannio, quattordicesima provincia.
La tredicesima provincia, la Valeria, alla quale  annessa la Norcia si trova fra l'Umbria, la Campania e il Piceno, e a oriente tocca la regione dei Sanniti(86). La sua parte occidentale, che prende inizio dalla citt di Roma, un tempo prendeva il nome di Etruria, dal popolo degli Etruschi. In essa ci sono le citt di Tivoli, Carsoli, Rieti, Furconia, e Amiterno, e la regione dei Marsi, con il loro lago chiamato Fucino. Stimo che anche la regione dei Marsi vada considerata all'interno della provincia Valeria, per il fatto che non  indicata dagli antichi nell'elenco delle province dell'Italia. Se, per, qualcuno dimostrer con un'argomentazione valida che essa  una vera provincia a s stante, si dovr tener conto di tale ragionato parere. Quattordicesima provincia  considerato il Sannio, che sta fra la Campania, il mare Adriatico e l'Apulia, e prende inizio dal fiume Pescara. In questa provincia ci sono le citt di Chieti, Aufidena, Isernia, e Sannio, consunta per la sua vetust, dalla quale prende nome tutta la provincia, e la stessa capitale di queste zone, la ricchissima Benevento. I Sanniti ricevettero il nome anticamente dalle lance che solitamente portavano, e che i Greci chiamano saunia.
21. Calabria, Apulia e Salente, sono chiamate la quindicesima provincia.
La quindicesima delle province  l'Apulia, con la Calabria associata ad essa, entro la quale sta la regione del Salento. Essa ha il Sannio e la Lucania dalla parte di occidente e dell'Africo(87), invece dalla parte del sorgere del sole la delimita il mare Adriatico. Possiede citt ben opulente, Lucera, Siponto, Canosa, Agerenzia, Brindisi, e Taranto, e, nella diramazione sinistra dell'Italia, che si estende per cinquanta miglia, Otranto, adatta alle attivit commerciali. L'Apulia prende il nome da "distruzione": infatti, l, le piante vengono distrutte presto dal troppo calore del sole(88).
22. La sedicesima provincia dell'Italia  la Sicilia. Diciassettesima  la Corsica, diciottesima la Sardegna.
Sedicesima provincia  considerata l'isola della Sicilia, che  bagnata sia dal mare Tirreno che dallo Ionio, e riprende il nome da quello di un capo, Siculo. Diciassettesima  la Corsica, diciottesima  detta la Sardegna, e tutt'e due quest'ultime sono circondate dai flutti del Tirreno. La Corsica  chiamata cos da Corso, un suo capo, la Sardegna da Sardi, figlio di Ercole.  
23. Per quale motivo una parte dell'Italia  chiamata Gallia Cisalpina.
 certo, per, che gli antichi storiografi chiamarono col nome di Gallia Cisalpina la Liguria, una parte della Venezia, e anche l'Emilia e la Flaminia. Ci fa capire perch mai il grammatico Donato, nella spiegazione di Virgilio, abbia detto che Mantova era in Gallia, e perch si legga nella storia romana che Rimini fu fondata in Gallia. In effetti, in tempi antichissimi, il re dei Galli Brenno, che regnava su una citt dei Senoni, venne alla volta dell'Italia con trecentomila dei suoi, e l'occup fino a Senigallia, la quale deriv il suo nome, appunto, da quei Galli Senoni. Si racconta che la causa per cui i Galli vennero in Italia sia stata la vogliosit del vino: infatti, avevano degustato un vino italico, e ne erano rimasti cos sedotti che vollero venire in questa terra. Centomila di loro, mentre passavano non lontano dall'isola di Delfi(89), furono distrutti dalle spade dei Greci. Altri centomila, entrati nella Galazia, furono chiamati prima Gallo-Greci, e poi Galati, e sono quelli ai quali scrisse una lettera il dottore delle genti Paolo. I centomila Galli che rimasero in Italia, fondarono le citt di Pavia, Milano, Bergamo, Brescia, e diedero il nome di Gallia Cisalpina alla regione. Furono proprio questi Galli Senoni che una volta invasero la citt di Romolo. E, come diciamo Gallia Transalpina quella che sta al di l delle Alpi, cos usiamo il nome di Gallia Cisalpina per la parte che ne sta al di qua.   
24. Perch l'Italia  chiamata cos, e perch viene detta anche Ausonia o Lazio.
L'Italia, che contiene queste province, prese il nome da Italo, un capo dei Siculi, che la invase in tempi antichissimi. Oppure viene detta Italia per il fatto che in essa si trovano grandi buoi, cio itali: il termine italus, infatti, modificandolo con l'aggiunta di una lettera e il cambiamento di un'altra, d vitulus(90). L'Italia vien detta anche Ausonia, da Ausono, figlio di Ulisse. Originariamente, tuttavia, era chiamata con questo nome la regione di Benevento, ma poi si prese a definire cos l'Italia intera. L'Italia viene detta pure Lazio(91), per il fatto che Saturno, fuggendo da suo figlio Giove, avrebbe trovato in essa rifugio. Ora, dopo che ho trattato a sufficienza del nome e delle province dell'Italia, riprendiamo il filo delle vicende che si svolgono entro questa terra.
25. Alboino entra in Milano.
Alboino, invase la Liguria, all'inizio della terza indizione, il tre di settembre(92), ed entr in Milano quand'era arcivescovo Onorato. Poi conquist tutte le citt della Liguria, eccetto quelle poste sulla riva del mare. L'arcivescovo Onorato, allora, abbandonata Milano, si rifugi nella citt di Genova. Il patriarca Paolo, dopo undici anni di sacerdozio, fu tolto a questa luce, e lasci il governo della Chiesa a Probino(93).
26. La citt di Pavia viene assediata per tre anni. I Longobardi invadono la Tuscia.
In quel tempo, la citt di Pavia resistette fortemente a pi di tre anni di assedio, mentre l'esercito dei Longobardi si era accampato non lontano da essa, presso il lato occidentale. Intanto Alboino, sguinzagliati i soldati, invase ogni luogo fino in Tuscia, eccettuate Roma, Ravenna, e alcune piazzeforti che erano state costruite sul litorale del mare. Erano tempi in cui i Romani non avevano energie per resistere, perch la peste, che era scoppiata sotto Narsete, aveva spento moltissime vite in Liguria e nelle Venezie, e, dopo l'anno di grande abbondanza, che abbiamo gi riferito, una crescente carestia continuava a devastare tutta l'Italia.  certo, inoltre, che Alboino condusse con s molta parte di quei popoli che, o lui stesso, o altri re, avevano sottomesso, per cui i villaggi dove quelli andarono ad abitare li chiamiamo ancor oggi, da costoro, Gepidi, Bulgari, Sarmati, Pannoni, Svevi, Norici, o con altri nomi dello stesso tipo. 
27. Alboino entra in Pavia.
La citt di Pavia, bench avesse sopportato l'assedio per tre anni e alcuni mesi, alla fine, per, si arrese ad Alboino ed ai Longobardi che la stringevano. Quando Alboino stava per farvi ingresso dalla porta chiamata di San Giovanni, nella parte orientale della citt, il suo cavallo croll nel bel mezzo della porta, n vi fu verso di farlo rialzare, per quanto stimolato con gli sproni e uno scudiero lo coprisse di sferzate da ogni parte. Allora uno dei suoi Longobardi si rivolse al re, dicendogli queste parole: "Ricorda, o re mio signore, il voto che hai fatto. Rinuncia ad una promessa cos dura, ed entrerai nella citt, perch il popolo di questa citt  veramente cristiano". Effettivamente, Alboino aveva preso solenne impegno di passare a fil di spada tutti quelli che non avessero voluto cedergli. Cos, quando egli infranse tale voto e promise clemenza agli abitanti, subito il cavallo si rialz. Il re entr nella citt e non fece danno a nessuno, mantenendo la sua parola. Allora tutto il popolo, affollandosi intorno a lui nel palazzo costruito un tempo dal re Teodorico, cominci a sentire consolazione dopo tante miserie, avendo fiducia di poter sperare nel futuro.
28. Alboino, dopo aver regnato per tre anni, viene soppresso da Elmechi, con un piano ordito dalla regina.
Alboino fu ucciso dalle trame di sua moglie, quando regnava gi da tre anni e sei mesi. La causa del suo assassinio fu questa. Mentre prendeva parte a un banchetto presso Verona, ebbro pi di quanto sarebbe stato opportuno, ordin di porgere alla regina del vino nella coppa che aveva fatto fare con il cranio del re Cunimondo, suo suocero, e la invit a brindare lietamente in compagnia di suo padre. Che a nessuno sembri impossibile ci che dico -  la verit in nome di Cristo -: io stesso vidi questa coppa nelle mani del principe Rachis in un giorno di festa, quando la mostrava ai suoi invitati. Quando Rosemunda si rese conto della coppa, prov un dolore immenso nel suo cuore, e fu travolta da una bruciante e incontenibile bramosia di uccidere il marito per vendicare la morte del padre. Prepar, dunque, subito, con Elmechi, che era schilpor, cio armigero, e fratello di latte del re, un piano per ucciderlo, e lo scudiero persuase la regina ad associare al piano Peredeo, che era un uomo valorosissimo. Ma, dato che Peredeo non voleva dare il suo assenso al delitto cos nefando che la regina gli proponeva, una notte ella sostitu nel letto l'ancella che conviveva con Peredeo, e costui, ignaro, giacque con la regina. Quand'ebbe compiuto l'adulterio, la regina gli chiese chi credeva di avere accanto, ed egli rispose pronunciando il nome della sua amante, come credeva che fosse. Al che essa ribatt: "Non  affatto come credi, io sono invece Rosemunda. E certo, Peredeo, quello che hai appena compiuto  atto s grave che, ormai, o tu devi uccidere Alboino, o lui deve uccidere te con la sua spada". Allora egli cap il male che aveva compiuto, anche se ne era stato inconsapevole, e si trov, cos, forzato a partecipare al complotto. Rosemunda, dunque, quando Alboino si fu dato al riposo meridiano, ordin che nel palazzo si facesse profondo silenzio, e, sottraendo al re tutte le altre armi, leg strettamente la sua spada alla testiera del letto, in modo che non potesse n staccarla, n sguainarla; poi - pi crudele di ogni belva! -, introdusse Peredeo a ucciderlo, seguendo il piano di Elmechi. Alboino, svegliato all'improvviso dal sonno, capendo il pericolo che gli sovrastava, stese subito la mano alla spada, ma non riusc a estrarla, dato che era legata strettamente. Allora abbranc uno sgabello da piedi e con quello si difese per qualche tempo. Ma - oh, dolore! -, quell'uomo che pur era bellicosissimo e di somma audacia, non riusc a prevalere sull'aggressore, e fu ucciso come un inerme, morendo per l'intrigo di una donnetta, lui che era divenuto famosissimo per la strage di tanti nemici sul campo di battaglia. La sua salma, fra il pianto e gli altissimi lamenti dei Longobardi, fu sepolta sotto una gradinata, che era contigua al palazzo. Ebbe alta statura, e un corpo perfettamente conformato per fare il guerriero. Ai nostri giorni, Giselberto, che era stato duca di Verona, apr la sua tomba, e ne tolse la spada con tutti gli ornamenti che vi si trovavano; e, per questo motivo, con la sua solita vanit, si vantava presso gli ignoranti di aver visto Alboino.
29. Elmechi vuol salire al trono, ma fallisce.
Elmechi, spento Alboino, tent di prendere il suo regno, ma non pot, perch i Longobardi, troppo addolorati per la morte del re, progettavano di ucciderlo. Allora Rosemunda mand subito una richiesta al prefetto Longino di Ravenna, che inviasse prestissimo una nave a raccoglierli. Longino, rallegrato da tale notizia, invi con premura una nave, sulla quale si imbarcarono di notte, in fuga, Elmechi e Rosemunda, ormai sua moglie, arrivando in tutta fretta a Ravenna con Alpsuinda, figlia del re, e portandosi via tutto il tesoro dei Longobardi. Allora Longino cominci a istigare Rosemunda a uccidere Elmechi per unirsi con lui in matrimonio. La donna, disponibile com'era ad ogni delitto, lusingata dall'ambizione di diventare signora di Ravenna, acconsent a perpetrare un crimine cos grave, e, cogliendo l'occasione in cui Elmechi faceva il bagno, gli offr un bicchiere di veleno nel momento che usciva dall'acqua, assicurandolo che gli avrebbe fatto bene. Quando egli si accorse d'aver bevuto un bicchiere di morte, sguainata la spada costrinse Rosemunda a trangugiare quello che restava nella tazza. E cos, per giudizio di Dio onnipotente, quei feroci assassini perirono in uno stesso momento. 
30. Dopo la loro morte, Longino invia Alpsuinda all'imperatore, col tesoro dei Longobardi. Peredeo a Costantinopoli uccide un leone.
Morti i due in questo modo, il prefetto Longino invi all'imperatore, a Costantinopoli, Alpsuinda con i tesori dei Longobardi. Alcuni sostengono che venne a Ravenna anche Peredeo, con Elmechi e Rosemunda, e che assieme ad Alpsuinda da l fu mandato a Costantinopoli, dove uccise un leone di straordinaria grandezza sotto gli occhi dell'imperatore, durante uno spettacolo pubblico. Raccontano, pure, che, data la sua audacia, per ordine dell'imperatore gli furono strappati gli occhi, nel timore che ordisse qualcosa di pericoloso nella capitale. Dopo qualche tempo, egli prepar due pugnali, li nascose uno in una manica, uno nell'altra, e and a palazzo, promettendo che avrebbe fatto alcune rivelazioni utili all'Augusto, se fosse stato introdotto alla sua presenza. L'Augusto gli mand due patrizi che erano al suo servizio, perch raccogliessero le parole di lui. Quando costoro furono giunti da Peredeo, egli si accost ancor pi vicino, quasi per dire qualcosa di molto riservato, e us i pugnali, che teneva nascosti in ciascuna mano, per colpirli con tanta violenza da farli cadere subito a terra, dove spirarono. Cos, richiamando per qualche aspetto il fortissimo Sansone, quell'uomo si vendic dei torti subiti, e per rivalersi della perdita degli occhi uccise due uomini utilissimi all'imperatore.
31. Il regno di Clefi, che fu secondo re.
I Longobardi in Italia, tutti con decisione unanime, elessero re a Pavia, Clefi, uomo di altissima nobilt fra di loro. Egli uccise con la spada molti potenti Romani, altri li cacci dall'Italia. Fu scannato per mano di un giovane del suo seguito, dopo che ebbe tenuto il regno, con sua moglie Massane, per un anno e sei mesi.
32. I duchi longobardi restano senza re per dieci anni, e intanto soggiogano l'Italia.
Dopo la morte di Clefi, i Longobardi furono privi di re per dieci anni, restando sotto il governo dei duchi. Ciascuno dei duchi, infatti, dominava una sua citt: Zaban Pavia, Vallari Bergamo, Alichis Brescia, Evin Trento, Gisulfo Cividale. Ma, oltre a questi, ci furono anche altri trenta duchi nelle loro singole citt. In questo tempo furono uccisi molti nobili Romani per avidit, gli altri furono spartiti tra i conquistatori, come tributari, obbligati a versare ai Longobardi la terza parte dei loro raccolti. Nel settimo anno dall'arrivo di Alboino e del popolo longobardo, questi duchi, spogliate le chiese, uccisi i sacerdoti, distrutte le citt, sterminati i popoli che erano cresciuti come le messi, occuparono e soggiogarono la massima parte dell'Italia, se si escludono le regioni che aveva gi conquistato Alboino.
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LIBRO TERZO.
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1. I duchi dei Longobardi si dirigono a far preda in Gallia.
Entrarono, dunque, in Gallia con un robusto esercito alcuni duchi dei Longobardi. L'uomo di Dio Ospizio, che viveva in clausura presso Nizza, aveva previsto il loro arrivo molto tempo prima, per rivelazione dello Spirito Santo, e aveva predetto ai cittadini di quella citt i mali che stavano per cadere su di loro. Egli era uomo di grande continenza, e di vita edificante; aveva costretto il corpo entro catene di ferro, e vi teneva indossato sopra un cilicio. Usava come cibo solo pane con pochi datteri; nei giorni, poi, della Quaresima, si nutriva con le radici delle erbe egizie, di cui fanno uso gli eremiti, che gli venivano offerte dai mercanti. Il Signore si degn di operare per mezzo di lui grandi miracoli, che il venerabile Gregorio, vescovo di Tours, ha descritti nei suoi libri. Il sant'uomo, dunque, profetizz cos la venuta dei Longobardi in Gallia: "Verranno - disse - i Longobardi nella Gallia, e saranno devastate sette citt, per il fatto che la loro malizia  cresciuta al cospetto del Signore. Infatti, tutto il popolo  dedito agli spergiuri, volto ai furti e alle rapine, pronto agli omicidi, e in esso non c' frutto di giustizia. Non si versano le decime, non si nutre chi  povero, non si copre chi  nudo, non si d ospitalit al pellegrino. Perci tale piaga sta per cadere sopra questo popolo". Ai suoi monaci diede l'ammonimento: "Allontanatevi da questo luogo, portando con voi quello che avete. Ecco che si avvicina la gente che ho predetto". E poich essi gli dicevano: "Non ti lasceremo, santissimo padre", rispose: "Non temete per me. Succeder che mi faranno ingiuria, ma non tanto male da portarmi fino alla morte".
2. Un Longobardo vuole uccidere il beato Ospizio.
Andati via i monaci, arriv l'esercito dei Longobardi. E devastando tutto quello che trovavano, giunsero fino al luogo dove il sant'uomo stava rinchiuso. Egli si mostr loro da una finestra della torre, perci essi la circondarono, cercando un'apertura per raggiungerlo. Poich non la trovavano, due di loro salirono sul tetto e lo scoperchiarono, e vedendo l'uomo cinto di catene e vestito di cilicio, esclamarono: "Questo  un malfattore che ha commesso un omicidio: per tale motivo  tenuto legato con queste catene". Chiamato un interprete, lo interrogarono, chiedendogli che male avesse fatto per essere tormentato con un tale supplizio. Al che, egli confess di essere omicida, e reo di tutti i crimini. Allora un Longobardo estrasse la spada per tagliargli la testa, ma proprio mentre vibrava il colpo, il suo braccio improvvisamente si paralizz, cosicch, non potendo pi muoverlo, lasci cadere a terra l'arma. Vedendo questo fatto, i suoi compagni levarono alte grida fino al cielo, scongiurando il santo di dir loro per piet che cosa dovessero fare. Egli allora, impartito il segno della salvezza, restitu la salute al braccio paralizzato. Il Longobardo che era stato risanato e convertito alla fede di Cristo, divenne prima chierico e poi monaco, e rimase al servizio di Dio proprio in quel luogo, fino alla fine della sua vita. Il beato Ospizio, poi, espose ai Longobardi la parola di Dio, e due duchi, che lo ascoltarono con venerazione, tornarono incolumi in patria; altri, invece, che avevano disdegnato le sue parole, perirono miseramente in quella provincia stessa.
3. Il patrizio Amato porta guerra all'esercito dei Longobardi, ma viene vinto e ucciso da loro.
Mentre i Longobardi devastavano la Gallia, Amato, patrizio della Provenza, che obbediva al re dei Franchi Guntramno, condusse contro di loro l'esercito, ma, ingaggiata battaglia, volt le spalle e fu ucciso sul posto. In quell'occasione, i Longobardi fecero tanta strage dei Burgundi, che non si pu elencare il numero degli uccisi. E, carichi di una preda inestimabile, tornarono in Italia.
4. I Longobardi entrati in Gallia vengono vinti dal patrizio Mummulo.
Mentre si allontanavano, Eunio, chiamato anche Mummulo, fatto venire dal re, merit l'onore del patriziato. Quando i Longobardi fecero una seconda irruzione in Gallia e giunsero fino a Mustiascalmi, luogo che  vicino alla citt di Embrun, Mummulo mosse l'esercito, e si diresse col assieme ai Burgundi. Circondati i Longobardi con l'esercito, e sbarrati anche i sentieri dei boschi, si precipit su di loro, e ne uccise molti, facendo, per, alcuni prigionieri, che invi al suo re Guntramno. Finita cos la spedizione, i Longobardi tornarono in Italia.
5. I Sassoni che vennero in Italia assieme ai Longobardi.
Dopo queste vicende, irruppero nella Gallia i Sassoni, che erano venuti in Italia con i Longobardi, e, posto il campo nel territorio di Rege, presso la localit di Stablone(94), si sparpagliarono per le fattorie delle citt vicine, saccheggiando, facendo prigionieri, e riempiendo tutto di devastazione. Quando Mummulo lo venne a sapere, si gett su di loro con l'esercito, e ne fece strage, e non cess di colpirli, finch la notte non pose fine al massacro. Infatti, li aveva colti di sorpresa, quando non si aspettavano affatto quello che poi successe. Venuto mattino, i Sassoni disposero l'esercito, preparandosi con coraggio alla battaglia, ma, intercorse trattative, conclusero un accordo. E, offerti dei donativi a Mummulo, ripiegarono, lasciando i prigionieri e tutta la preda.
6. I Sassoni entrano nuovamente in Gallia con le loro mogli e i figlioletti.
Tornati in Italia, i Sassoni decisero di venire nuovamente in Gallia, portando con s le mogli e i piccoli e tutte le masserizie, con l'intendimento di rientrare nella vecchia patria grazie all'aiuto del re Sigisberto.  certo che questi Sassoni erano venuti in Italia con le mogli e i figli per stanziarvisi, per, a quanto si pu capire, non vollero sottostare alla supremazia dei Longobardi. E poich i Longobardi non permisero loro neppure di insediarsi liberi e indipendenti, si crede che per questo motivo abbiano ripreso il cammino onde tornare nella loro patria. Decisi a entrare in Gallia, creano due colonne armate, e una entra per la citt di Nizza, l'altra attraversa Embrun, rifacendo il percorso dell'anno precedente. Dato che era il tempo della mietitura, si nutrivano col frumento che raccoglievano e macinavano, e ne davano da mangiare ai loro animali. Depredavano le greggi, e non si astenevano neppure dagli incendi. Giunti al fiume Rodano, si accingevano ad attraversarlo per entrare, cos, nel regno del re Sigisberto, ma si fece loro incontro Mummulo, con un esercito fitto e agguerrito. Quando lo videro, ne ebbero grande paura, e preferirono patteggiare l'attraversamento del Rodano pagando molte monete d'oro in loro riscatto. Durante il loro viaggio verso il re Sigisberto, truffarono molti, vendendo sbarre di rame, colorate non so in qual maniera s da simulare l'apparenza di oro pesato e controllato. Alcune persone, ingannate da questa frode, si resero poveri dando oro e ricevendo in cambio rame. Giunti, infine, dal re Sigisberto, ebbero il consenso di tornare nel luogo dal quale erano usciti precedentemente.
7. I Sassoni cacciano dalla loro patria gli Svevi ed altre popolazioni che vi risiedevano.
Quando furono giunti nella vecchia patria, trovarono che era occupata dagli Svevi e da altri popoli, come prima abbiamo ricordato. Allora li aggredirono, e tentarono di annientarli. Ma quelli proposero loro la terza parte della regione, dicendo: "Possiamo vivere insieme, e abitare in comune senza contrasto". Poich l'offerta non soddisfaceva i Sassoni, concessero allora met del territorio; e poi due terzi, riservando a s quanto restava. Ma quelli continuavano a rifiutare: sicch, alla fine, gli Svevi offersero con la terra anche tutti gli armenti, purch rinunciassero all'idea della guerra. Nemmeno questo accontent i Sassoni, che cercavano lo scontro; e, anzi, prima del combattimento, stabilirono come spartirsi le donne degli Svevi. Ma non and come essi credevano. Infatti, attaccata battaglia, caddero ventimila di loro, mentre degli Svevi, invece, ne caddero solo quattrocentottanta, e gli altri colsero la vittoria. I seimila Sassoni sopravvissuti fecero voto che non si sarebbero tagliati n barba, n capelli, se non dopo aver preso vendetta sui loro nemici Svevi, ma, ingaggiata una seconda battaglia, furono duramente battuti, e cos rinunciarono alla guerra.  
8. Tre duchi longobardi, Amone, Zaban e Rodano, sono vinti da Mummulo.
Dopo questi avvenimenti, tre duchi dei Longobardi, cio Amone, Zaban e Rodano, irruppero in Gallia. Amone, prendendo la via per Embrun, arriv fino a Macoavilla(95), che Mummulo aveva meritato di ricevere in dono dal re, e l fiss le tende. Zaban, scendendo per la citt di Die, venne fino a Valence. Rodano assal Grenoble. Amone, dunque, conquist con le armi la provincia di Arles, con le citt che vi stanno intorno e, arrivando fino al campo Lapideo, che sta accosto alla citt di Marsiglia, devast tutto quello che poteva trovare. Mentre preparava l'assedio ad Aix, desistette e si allontan avendo ricevuto ventidue libbre d'argento. Rodano e Zaban, a loro volta, portavano distruzione, con incendi e rapine, nei luoghi dove arrivavano. Quando questi fatti vennero riferiti al patrizio Mummulo, egli, giungendo con una robusta colonna, si scontr prima con Rodano, che stava conquistando Grenoble, e costrinse lo stesso duca, ferito da un colpo di lancia, a fuggire sulle cime dei monti. Da l, Rodano, con i cinquecento uomini che gli erano rimasti, passando per sentieri dei boschi, arriv presso Zaban, che allora assediava la citt di Valence, e raccont tutto quel che gli era successo. Allorch i due, devastando tutto, giunsero alla citt di Embrun, si fece loro incontro Mummulo con un immenso esercito e, attaccata battaglia, li vinse entrambi. Allora Zaban e Rodano si diressero verso l'Italia, e pervennero a Susa. Questa citt era governata in nome dell'imperatore da Sisinnio, allora comandante militare. Mummulo gli invi uno schiavo per avvertirlo che stava arrivando al pi presto. Venuti a saperlo, Zaban e Rodano partirono subito da l per tornare alle proprie sedi. Udite queste cose, Amone raccolse tutto il bottino, e part per tornare in Italia, ma l'attraversamento delle Alpi gli riusc faticoso a causa delle nevi persistenti. E cos giunse in patria, dopo aver abbandonato gran parte della preda per uscire dai sentieri alpini.
9. I Franchi prendono Nanno, roccaforte dei Longobardi. Il conte Ragilone viene ucciso dal duca dei Franchi Cramnichi.
In questi giorni i Franchi arrivarono fino alla fortezza di Nanno, che sta sopra Trento, al confine dell'Italia, e ne ebbero la resa. Per questo motivo, il conte dei Longobardi di Lagare, di nome Ragilone, si spinse fino a Nanno e la saccheggi. Ma, tornando carico di preda, si scontr con il duca dei Franchi Cramnichi nel campo Rutiliano, e fu ucciso con molti dei suoi. Non pass molto tempo che questo Cramnichi venne a devastare Trento, ma il duca di Trento, Evin, dopo averlo inseguito, lo uccise con i suoi nel luogo detto Salorno, ricuperando tutta la preda che l'altro aveva fatto. Espulsi i Franchi, Evin riprese il territorio di Trento.
10. Morte di Sigisberto, re dei Franchi. Nozze del duca Evin.
In questo tempo Sigisberto, re dei Franchi, fu ucciso con l'inganno da suo fratello Ilperico, con il quale stava in guerra. Sal, quindi, al trono del suo regno il figlio Childeberto, ancora bambino, sotto la tutela della madre Brunichilde. Il duca di Trento Evin, di cui abbiamo gi detto, prese come moglie la figlia di Garibaldo, re dei Bavari.
11. Morte di Giustino minore.
Durante questi avvenimenti, regnava a Costantinopoli Giustino minore, persona avida di ogni cosa, che non rispettava i poveri e che spogliava i senatori. Ebbe tanta furia di possedere, che fece costruire casse di ferro nelle quali ammassare i talenti d'oro che rapinava. Dicono, anche, che abbia aderito all'eresia pelagiana. Poich distoglieva l'orecchio del cuore dai divini insegnamenti, il giusto giudizio di Dio gli fece perdere la ragione, e divenne pazzo. Egli si era associato Tiberio Cesare, che governasse il suo palazzo e alcune province: uomo - questi - giusto, utile, valoroso, sapiente, misericordioso, equo nei giudizi, illustre nelle vittorie, e, dote che sopravanza tutte queste, sincerissimo cristiano. Poich egli dava ai poveri molti dei tesori che Giustino aveva ammassato, l'Augusta Sofia lo rimproverava frequentemente di aver ridotto lo Stato in povert, dicendogli: "Quello che io ho raccolto in molti anni, tu lo disperdi, con la tua prodigalit, nel giro di poco tempo". Ma egli le rispondeva: "Confido nel Signore, che al nostro fisco non mancher il denaro per fare elemosina ai poveri, e per riscattare i prigionieri. Questo significa, infatti, mettere da parte un gran tesoro, poich Dio dice: "Mettetevi da parte tesori in cielo, dove n la ruggine, n la tignola li consumano, e dove non li scavano e non li rubano i ladri". Perci facciamoci tesori in cielo con le Cose che d il Signore, e il Signore si degner di farci prosperare in questa vita". Giustino, dopo aver regnato per undici anni, depose insieme la vita e la pazzia nella quale era incorso. Fu al tempo di questo imperatore che avvennero le guerre combattute dal patrizio Narsete contro i Goti e i Franchi, e che gi abbiamo raccontato. Sempre lui, infine, al tempo del papa Benedetto, sostenne con la premura della sua misericordia Roma, che soffriva per la carestia provocata dalle devastazioni dei Longobardi sul territorio tutto all'intorno, inviandole per mare molte migliaia di misure di frumento dall'Egitto.
12. Il principato di Tiberio Costantino e le sue buone azioni.
Morto, dunque, Giustino, prese il potere Tiberio Costantino, cinquantesimo re dei Romani. Egli, che gi, come abbiamo detto precedentemente, reggeva il palazzo come Cesare sotto Giustino, e faceva ogni giorno molte elemosine, ricevette dal Signore il dono di una grande quantit d'oro. Infatti, mentre passeggiava per il palazzo imperiale, vedendo sul pavimento una lastra marmorea, nella quale era stata scolpita la croce del Signore, disse: "Ecco! la croce del Signore, che dobbiamo portare sulla nostra fronte e sul nostro petto, la calpestiamo sotto i piedi!". E, in men che non si dica, ordin che quella lastra venisse levata. Ma, una volta che fu presa e tirata su, ne scoprirono un'altra sotto, che aveva lo stesso segno; e anche questa ordin che venisse tolta. Levata che fu, ne trovarono una terza, e, quando pure essa fu rimossa per suo ordine, scoprirono un grande tesoro, che arrivava a pi di mille centenari d'oro. Egli lo prese, e ne elarg ai poveri con pi generosit del solito. Anche il patrizio d'Italia Narsete, che aveva un grande palazzo in una citt d'Italia, era venuto nella capitale con molti tesori, e l, nel suo palazzo, fece scavare di nascosto una grande cavit, nella quale deposit molte migliaia di centenari d'oro e d'argento. Poi, fatti eliminare tutti coloro che ne erano al corrente, ne affid la custodia solo a un vecchio, vincolandolo al segreto per giuramento. Morto Narsete, questo vecchio venne da Tiberio Cesare, e gli disse: "Se avr un premio, o Cesare, ti dir una cosa importante". E quello gli rispose: "Di' quello che vuoi, e se ci racconterai qualcosa di utile, vedrai che torner anche a vantaggio tuo". "Io serbo nascosto il tesoro di Narsete - spieg l'altro - cosa che, giunto alla fine della vita, non posso pi tenere segreta". Allora Tiberio Cesare, tutto lieto, mand fino a quel luogo i suoi schiavi, che seguirono stupiti il vecchio avanti a loro. Giunti alla cavit, e apertala, vi entrarono. In essa fu trovato tanto oro e argento che occorsero molti giorni agli operai per portarlo via, e il principe lo dispens quasi tutto ai bisognosi, elargendolo generosamente secondo il suo costume. Quando Tiberio stava per ricevere la corona di Augusto, il popolo, come di consueto, lo aspettava allo spettacolo nel Circo, ma poich si era ordita una congiura per elevare alla dignit imperiale Giustiniano, nipote di Giustino, egli, prima percorse i luoghi santi, poi, chiamato vicino a s il patriarca della citt, entr nel palazzo assieme ai consoli e ai prefetti, coperto della porpora e coronato col diadema: e cos si insedi sul trono imperiale e venne confermato con immensi applausi nella gloria del regno. All'udire ci, i suoi avversari, che non erano assolutamente in grado di opporsi, poich egli aveva posto la sua speranza in Dio, furono coperti di gran vergogna e confusione. Passarono pochi giorni, e arriv Giustiniano, che si gett ai piedi dell'imperatore, offrendogli quindici centenari d'oro per ottenere grazia. Ma egli, rialzandolo con la sua abituale clemenza, gli ordin di stargli a fianco nel palazzo. Invece l'Augusta Sofia, immemore della promessa che aveva fatto un tempo a Tiberio, tent di complottare contro di lui: chiam di soppiatto Giustiniano e tent di insediarlo sul trono, mentre l'imperatore andava alla villa di campagna, per passare in allegrezza trenta giorni durante la vendemmia, secondo l'usanza di corte. Saputa la cosa, Tiberio con rapida corsa torn a Costantinopoli, e, fatta prigioniera Augusta, la spogli di tutti i suoi mezzi, lasciandole solo l'alimento del vitto quotidiano. Inoltre, le tolse i servi che aveva, e gliene mise al servizio altri, fedeli a lui, ordinando che nessuno assolutamente di quelli precedenti potesse accostarla. A Giustiniano riserv solo un rimprovero a parole, e gli port, in seguito, tanto affetto che promise la propria figlia al figlio di lui, e, inversamente, chiese la figlia di lui per suo figlio. Ma questo progetto, non so per quale motivo, non giunse a conclusione. Sotto il suo comando, le sue truppe ottennero una schiacciante vittoria sui Persiani, ed egli, tornando vittorioso, port venti elefanti e una tale quantit di bottino, da far credere che avrebbe saziato ogni cupidigia umana.   
13. Gli aurei che l'imperatore mand a Ilperico. Il beato Gregorio.
Quando Ilperico, re dei Franchi, mand a Tiberio i suoi ambasciatori, ricevette da lui molti doni ed anche alcuni aurei(96)  del peso di una libbra ciascuno, che portavano da un lato l'effigie dell'imperatore, ed intorno l'iscrizione "DI TIBERIO COSTANTINO AUGUSTO PERPETUO", e dall'altro una quadriga con il conducente, e la scritta "GLORIA DEI ROMANI". Nei giorni di questo imperatore, il beato diacono Gregorio, che poi fu papa, inizi a comporre le sue Opere Morali mentre era delegato apostolico nella capitale, e, al cospetto dell'imperatore, vinse in un dibattito Eutichio, vescovo della citt di Costantinopoli, il quale sosteneva una tesi erronea a proposito della Resurrezione. In questo stesso tempo, Faroaldo, primo duca di Spoleto, assal la florida citt di Classe con un esercito di Longobardi, e la lasci spoglia e priva di tutti i beni.
14. Morte del patriarca Probino.
Morto ad Aquileia il patriarca Probino, che aveva retto quella Chiesa per un anno, venne posto a succedergli il sacerdote Elia.
15. Morte dell'Augusto Tiberio Costantino. Regno di Maurizio.
Tiberio Costantino, dopo che ebbe retto l'impero per sette anni, sentendo che si avvicinava il giorno della morte, in armonia col consiglio dell'Augusta Sofia, scelse quale successore al trono Maurizio, di stirpe Cappadoce, uomo valoroso, e gli diede in matrimonio sua figlia, adorna di ornamenti regali, dicendo: "Sia concesso a te il mio impero insieme con questa fanciulla: regna con buona fortuna, e ricordati di amare sempre equit e giustizia". Dopo che ebbe detto queste parole, pass da questa luce alla patria eterna, lasciando nei popoli un grande lutto per la sua morte. Fu, infatti, uomo di estrema bont, pronto all'elemosina, giusto nelle sentenze, cautissimo nel giudicare, mai disdegnoso di nessuno, ma amorevole verso tutti, e, a sua volta, lui stesso amato da tutti. Quando fu morto, Maurizio entr nel Circo ricoperto con la porpora e coronato col diadema, e, in mezzo alle acclamazioni, elarg donativi al popolo, e fu confermato nel potere. Fu il primo imperatore di stirpe greca.  
16. Regno di Autari. La sicurezza di vita nel suo tempo.
I Longobardi, dopo che furono rimasti per dieci anni sotto il governo dei duchi, alla fine, decisero all'unanimit di darsi come re Autari, figlio di quel re Clefi, che abbiamo ricordato precedentemente. Come segno della dignit regia, fu onorato col nome di Flavio, appellativo che usarono felicemente in seguito tutti i re dei Longobardi. Sotto questo re, i duchi di allora diedero, per la restaurazione della monarchia, la met delle loro sostanze onde sovvenire alle necessit regali, affinch ci fossero i mezzi con cui potessero mantenersi il re stesso e quelli del seguito, e chi era dedito al suo servizio per i diversi uffici. La popolazione, che subiva il peso del tributo, venne spartita fra gli occupatori Longobardi(97). Questo, davvero, era ammirevole nel regno dei Longobardi, che non c'era nessuna violenza, non si macchinavano insidie, nessuno angariava un altro ingiustamente, nessuno lo spogliava; non c'erano furti, n rapine: ciascuno andava sicuro, senza timore, dove gli piaceva.
17. Childeberto entra in Italia, ma, fatta la pace, ne esce.
In questo tempo, l'imperatore Maurizio fece giungere al re Childeberto per mezzo dei suoi ambasciatori cinquantamila solidi(98), perch si precipitasse sui Longobardi con l'esercito, e li cacciasse fuori d'Italia. Egli entr subito in Italia con un numero grandissimo di Franchi, i Longobardi, per, si fortificarono nelle citt e conclusero la pace con lui, grazie a trattative e all'offerta di doni. Childeberto torn in Gallia, e l'imperatore Maurizio, venuto a sapere che aveva fatto un trattato con i Longobardi, cominci a chiedere in restituzione i solidi che gli aveva dato, invece, per far guerra contro di quelli. Ma il re, fiducioso nella potenza delle sue forze, non volle neppure rispondere alla richiesta. 
18. Espugnazione di Brescello e fuga del duca Droctulfo.
Dopo questi avvenimenti, il re Autari inizi ad assalire la citt di Brescello, posta sulla riva del Po, dove si era rifugiato il duca Droctulfo, il quale, abbandonati i Longobardi e passato dalla parte dell'imperatore, resisteva validamente agli assalitori coi suoi soldati. Costui era originario del popolo degli Svevi, cio degli Alemanni, ma era cresciuto fra i Longobardi, e, poich si presentava idoneo, aveva meritato l'onore del ducato. Ma quando pot cogliere l'occasione di vendicarsi della sua prigionia, subito insorse in armi contro i Longobardi. Contro di lui i Longobardi combatterono aspre azioni di guerra, e, alla fine, messolo alle strette insieme con i soldati che guidava, lo costrinsero a rifugiarsi in Ravenna. Brescello fu presa, e furono rase al suolo anche le sue mura. Dopo questi fatti, il re Autari fece una pace per tre anni con patrizio Smaragdo, che allora governava Ravenna.
19. Morte di Droctulfo. L'epitafio con cui fu onorato.
Col sostegno, appunto, di questo Droctulfo, di cui abbiamo gi parlato, spesso i soldati di Ravenna combatterono contro i Longobardi, e, costruita una flotta, con l'aiuto di lui li cacciarono dalla citt di Classe che tenevano. Quando Droctulfo giunse al termine della vita, gli tributarono l'onore d'esser sepolto davanti alla soglia del beato martire Vitale, e tesserono le sue lodi con tale epitafio:
In questo tumulo  chiuso, ma solo col corpo, Droctulfo,
perch, grazie ai suoi meriti, egli vive in tutta la citt. 
Egli fu con i Bardi, ma era Svevo di stirpe: 
e perci era soave(99)  a tutte le genti.
Il volto era tremendo all'aspetto, ma l'animo buono, 
la sua barba fu lunga sul petto robusto. 
Am sempre le insegne del popolo romano, 
stermin la sua stessa gente. 
Per amor nostro, sprezz gli amati genitori, 
reputando che qui, Ravenna, fosse sua patria. 
Prima gloria fu occupare Brescello. 
E in quel luogo restando, terrifico fu pei nemici. 
Poi sostenne con forza le sorti delle insegne romane, 
Cristo gli di da tenere il primo vessillo. 
E, mentre Faroaldo con frode trattiene ancora Classe, 
egli prepara le armi e la flotta per liberarla. 
Battendosi su poche tolde nel fiume Badrino, 
ne vinse infinite dei Bardi(100), e poi super 
l'Avaro nelle terre orientali, conquistando 
la massima palma per i suoi sovrani. 
Con l'aiuto del martire Vitale, giunse da loro: 
spesso vincitore, acclamato, trionfa. 
Per le membra egli chiese riposo nel tempio 
del martire: qui  giusto che, morto, egli resti. 
Egli stesso lo chiese, morendo, al sacerdote Giovanni, 
per il cui pio amore venne a queste terre.
 20. Sacerdozio del papa Pelagio. Errore del patriarca Elia.
Dopo il papa Benedetto, fu ordinato pontefice della Chiesa di Roma Pelagio, ma senza il consenso imperiale, per il fatto che i Longobardi assediavano Roma tutt'intorno, e nessuno poteva uscire dalla citt. Pelagio invi una lettera assai utile ad Elia, vescovo di Aquileia, che non voleva accettare i tre capitoli del sinodo di Calcedonia; tale lettera fu scritta dal beato Gregorio, il quale, allora, era ancora diacono. 
21.  Guerra di Childeberto contro gli Ispani.
Intanto il re dei Franchi, Childeberto, che sosteneva una guerra contro gli Ispani, li vinse in battaglia campale. La causa di tale conflitto fu questa. Il re Childeberto aveva dato in matrimonio sua sorella Ingonda a Ermenegildo, figlio del re degli Ispani Levigildo. Questo Ermenegildo, grazie alla predicazione di Leandro, vescovo di Siviglia, e per incitamento di sua moglie, s'era convertito alla fede cattolica, abbandonando l'eresia ariana nella quale intristiva suo padre, e il padre empiamente lo aveva ucciso, facendolo colpire con la scure nello stesso giorno sacro della Pasqua. Ingonda, allora, fuggendo dall'Ispania dopo il martirio del marito, e volendo rientrare in Gallia, cadde nelle mani dei soldati che stazionavano sul confine a fronteggiare gli Ispani e i Goti, e, presa col figlioletto, fu portata in Sicilia dove chiuse l'ultimo giorno della sua vita. Il figlio di lei fu inviato dall'imperatore Maurizio, a Costantinopoli.
22. L'esercito dei Franchi viene in Italia.
L'Augusto Maurizio, inviando ancora una volta ambasciatori a Childeberto, lo persuase a portare il suo esercito in Italia contro i Longobardi. Childeberto, stimando che sua sorella fosse ancora viva a Costantinopoli, per poterla riavere acconsent alle richieste di Maurizio, e invi nuovamente l'esercito dei Franchi in Italia contro i Longobardi. Ma, mentre le schiere dei Longobardi si affrettavano a incontrarli, i Franchi e gli Alamanni ebbero dei dissensi tra di loro, e rientrarono in patria senza aver conquistato nessun guadagno.
23  Il diluvio, e il miracolo che avvenne nella basilica di San Zenone.
In quel tempo ci furono piogge torrenziali nel territorio delle Venezie e della Liguria, e nelle altre regioni d'Italia, quali si crede non siano mai cadute dal tempo di No. Si verificarono smottamenti di terreni e di fattorie, e perirono molti uomini e animali. Si cancellarono dei percorsi, scomparvero delle vie, e il fiume Adige crebbe tanto che l'acqua tocc le finestre superiori della basilica del beato Zeno martire, che  situata fuori le mura della citt di Verona: eppure non ne entr per niente nella basilica, come scrisse il beato Gregorio, poi papa. Le mura stesse della citt di Verona subirono crolli parziali per causa di quell'inondazione. Ci successe il diciassette ottobre. E ci furono tanti tuoni e fulmini quanti capitano di solito in tempo d'estate. Due mesi dopo, sempre la citt di Verona fu bruciata per gran parte da un incendio. Estendendosi la zona coperta dalle piogge, il fiume Tevere crebbe tanto attorno a Roma, che le sue acque sormontarono le mura della citt e ne inondarono estesissimi quartieri. In quell'occasione, lungo l'alveo del fiume, insieme ad un gran numero di altri serpenti, ne pass attraverso la citt uno di straordinaria grandezza, che prosegu fino al mare. A questa inondazione fece seguito una gravissima pestilenza, che chiamarono inguinaria. Essa fece tante vittime tra la popolazione, che, di una moltitudine incalcolabile, ne sopravvissero pochi a stento. Per primo colp il papa Pelagio, uomo venerando, e lo port a morte subito; poi, spento il pastore, si diffuse tra il popolo.
24. Il pontificato del beato Gregorio, e la strage che avvenne allora a Roma.
In mezzo a una tribolazione cos grande, fu eletto papa all'unanimit il beatissimo Gregorio, che allora era diacono. Egli ordin che tutto il popolo si unisse in preghiera, e, nel tempo di un'ora, mentre pregavano il Signore, ottanta fedeli caddero di colpo a terra ed esalarono l'anima. In occasione di quella cerimonia, tutta la popolazione venne divisa dal beato Gregorio in sette gruppi di preghiera. Nel primo stava riunito il clero; nel secondo, gli abati con i monaci; nel terzo, le badesse con le loro congregazioni; nel quarto, i fanciulli; nel quinto, gli uomini; nel sesto, le vedove; nel settimo, infine, le donne coniugate. Rinunciamo a dire di pi del beato Gregorio, perch, con l'aiuto di Dio, ne abbiamo gi scritto la vita qualche anno fa, dove abbiamo narrato - per quel che ci hanno consentito le nostre deboli forze - tutto quello che c'era da dire.
25. Il beato Gregorio converte gli Angli.
In questo tempo, il medesimo beato Gregorio invi in Britannia Agostino, Mellito e Giovanni, insieme a numerosi altri monaci timorati del Signore, e grazie alla loro predicazione convert gli Angli a Cristo.
26. Morte del patriarca Elia. Sacerdozio di Severo.
Mor in questi giorni il patriarca di Aquileia Elia, dopo quindici anni di sacerdozio, e gli successe Severo nel governo della Chiesa. Il patrizio Smaragdo, venuto a Grado da Ravenna, lo trasse fuori personalmente dalla basilica, e lo port con la forza a Ravenna, insieme ad altri tre vescovi dell'Istria, cio Giovanni di Parenzo, Severo e Vindemio, ed insieme anche al difensore della Chiesa Antonio, gi vecchio. E minacciandoli di esilio e usando loro violenza, li costrinse a entrare in comunione con Giovanni, vescovo di Ravenna, che condannava i tre capitoli, e si era separato dalla Chiesa di Roma al tempo dei papi Vigilio e Pelagio. Passato un anno, tornarono a Grado da Ravenna, ma n il popolo, n gli altri vescovi vollero accettarli nella comunit con loro. Intanto, il patrizio Smaragdo - divenuto preda non ingiustamente del demonio -, dopo aver ricevuto come successore il patrizio Romano, torn a Costantinopoli. Dopo questi avvenimenti, si tenne un sinodo di dieci vescovi a Marano, e in esso fu accettato il patriarca di Aquileia Severo, che presentava una ritrattazione scritta sull'errore commesso quando, a Ravenna, aveva dato il suo assenso a quelli che condannavano i tre capitoli. I nomi dei vescovi che si astennero da questo scisma, sono: Pietro di Aitino, Chiarissimo(101), Ingenuino di Sabione, Agnello di Trento, Iuniore di Verona, Oronzio di Vicenza, Rustico di Treviso, Fonteio di Feltre, Agnello di Asolo, Lorenzo di Belluno, Massenzio di Zuglio, e Adriano di Pola. Restarono concordi col patriarca, invece, questi vescovi: Severo, Giovanni di Parenzo, Patrizio, Vindemio e Giovanni. In questo tempo, il re Autari mand in Istria un esercito, comandato da Evin, duca di Trento. Dopo aver depredato e incendiato, fatta la pace per un anno, consegnarono al re una grande quantit di denaro. Intanto altri Longobardi assediavano, nell'isola Comacina, Francione, comandante di un esercito, che s'era schierato dalla parte di Narsete, ma che gi da vent'anni si reggeva sulle proprie forze. Questo Francione, dopo sei mesi di assedio, consegn ai Longobardi l'isola. Come aveva richiesto, fu lasciato libero dal re, e si diresse a Ravenna con la moglie e i suoi beni. Nell'isola furono trovate molte ricchezze, lasciate l in custodia da varie citt.
27. Il re Autari chiede in matrimonio la sorella di Childeberto.
II re Flavio Autari mand ambasciatori a Childeberto, chiedendo di unirsi in matrimonio con sua sorella. Ma Childeberto, che pure aveva accettato i doni dagli ambasciatori dei Longobardi e s'era impegnato a dare al loro re la sorella, quando giunsero ambasciatori dai Goti dell'Ispania, promise anche a loro quella sua stessa sorella, quand'ebbe saputo che quel popolo si era convertito alla fede cattolica.
28. I Franchi entrano in Italia e sono vinti dai Longobardi.
Frattanto Childeberto invi un'ambasceria all'imperatore Maurizio, informandolo che ora dichiarava, contro la gente dei Longobardi, quella guerra che prima non aveva fatto, e che intendeva rimuoverli dall'Italia secondo il suo consiglio. E, senza perdere tempo, mand l'esercito in Italia per sconfiggere i Longobardi. Il re Autari e le schiere dei Longobardi mossero incontro al nemico sollecitamente, e si batterono con forza per la loro libert. In quella battaglia i Longobardi ottennero la vittoria, i Franchi furono violentemente massacrati, alcuni vennero catturati, moltissimi si dispersero in fuga e ritornarono in patria a stento. L fu fatta tanta strage dell'esercito dei Franchi, quanta non si ricorda in nessun altro posto. E sorprende che Secondo, il quale scrisse sulle vicende dei Longobardi, abbia trascurato questa vittoria cos grande, mentre quanto abbiamo raccontato sul disastro dei Franchi si trova riferito nella loro storia quasi con queste medesime parole.
29. Il re Alitati va in Bavaria per vedere la sua promessa sposa.
Il re Flavio Autari, dopo queste cose, mand ambasciatori in Bavaria, che chiedessero in matrimonio per lui la figlia del re Garibaldo. Egli li accolse con benevolenza, e promise che avrebbe dato ad Autari sua figlia Teodolinda. Al ritorno, gli ambasciatori riferirono questa risposta ad Autari, ed egli, desiderando vedere con i propri occhi la sua promessa, presi pochi uomini decisi, e portando con s un anziano, a lui fedelissimo, a far le viste di capo della legazione, senza indugio si diresse in Bavaria. Furono introdotti al cospetto del re Garibaldo, com' d'uso per gli ambasciatori, e dopo che chi sosteneva la parte di capo della delegazione ebbe espresso il consueto indirizzo di saluto, Autari, che non era conosciuto da nessuno di quel popolo, si fece pi vicino al re Garibaldo e gli disse: "Il mio signore, il re Autari, mi ha inviato qui espressamente con l'ordine di vedere vostra figlia, la sua promessa, che sar nostra regina, perch possa riferire con una certa precisione al mio signore quale sia il suo aspetto". Udendo queste parole, il re ordin che sua figlia si presentasse, e Autari, dopo averla ammirata con tacito assenso, dato che era molto fine di aspetto, ed essendogli ben piaciuta per ogni cosa, disse al re: "Poich vediamo che la persona di vostra figlia  tale che meritatamente possiamo desiderarla come nostra regina, se piace alla vostra maest, gradiremmo molto ricevere una coppa di vino dalla sua mano, cos come in futuro essa far per noi". Il re acconsent che ci si facesse, ed ella, presa una coppa di vino, la offr da bere per primo a colui che appariva essere pi anziano, poi la offr ad Autari, non sapendo che fosse il suo fidanzato. Egli, dopo che ebbe bevuto, nel restituire la coppa tocc con un dito la mano di lei, senza che nessuno se ne accorgesse, e poi si fece scorrere la mano dalla fronte lungo il naso e il volto. La principessa raccont il fatto alla nutrice, coprendosi di rossore. E la nutrice le disse: "Se quella persona non fosse il re tuo fidanzato, non avrebbe ardito assolutamente toccarti. Ma intanto stiamo zitte, perch tuo padre non lo venga a sapere. Infatti,  davvero una persona degna di tenere un regno e di unirsi a te in matrimonio". Autari, in effetti, era allora un giovane vigoroso, bello di statura, con una cascata di capelli biondi, e di aspetto molto nobile. Ricevuto, poi, il congedo dal re, i Longobardi ripresero il cammino per tornare in patria, e si allontanarono rapidamente dal territorio del Norico. Questa provincia, che  abitata dal popolo dei Bavari, ha ad oriente la Pannonia, ad occidente la Svevia, a mezzogiorno l'Italia, dalla parte di Aquilone le acque del Danubio. Autari, dunque, quando fu giunto ormai quasi al confine con l'Italia, e aveva ancora con s i Bavari che lo scortavano, si eresse quanto pot sul cavallo su cui stava in sella, e scagli con tutte le sue forze la piccola scure che portava in mano sull'albero che stava pi vicino, e ve la lasci conficcata, aggiungendo queste parole: "Tale  il colpo che suol dare Autari". Quando ebbe dette queste parole, allora i Bavari che lo accompagnavano capirono che era proprio il re Autari. Infine, dopo qualche tempo, quando nacquero delle difficolt al re Garibaldo per l'arrivo dei Franchi, sua figlia Teodolinda si rifugi in Italia assieme ad un fratello che aveva nome Gundoaldo, e fece sapere al suo fidanzato Autari che stava arrivando. Egli le and subito incontro con un grande corteggio, per celebrare le nozze nel campo di Sardi, che sta sopra Verona, e la ricevette in matrimonio il quindici di maggio, tra la festa di tutti. C'era allora fra gli altri duchi longobardi Agilulfo, duca della citt di Torino. Scoppiato un temporale, un palo, che stava dentro i recinti regi, fu colpito da un fulmine con grande fragore di tuoni. Capit che un servo del seguito di Agilulfo, il quale per arte diabolica capiva quale presagio significassero i colpi del fulmine, si trov vicino al duca per soddisfare i bisogni naturali in un luogo appartato. E cos gli disse: "Questa donna, che ora ha sposato il nostro re,  destinata ad essere tua moglie fra non molto tempo". All'udire ci, Agilulfo minacci che gli avrebbe tagliato la testa se avesse detto una parola di pi su tale argomento. Ma quello ribatt: "Io posso anche venire ucciso, ma il destino non pu essere cambiato, ed  certo che quella donna  venuta in questa terra perch deve unirsi in matrimonio con te". E la cosa, infatti, in seguito avvenne. In questo tempo, non si sa per quale motivo, fu ucciso a Verona Ansul, cognato del re Autari.  
30.  L'esercito dei Franchi viene di nuovo in Italia.
Sempre in questo periodo, Grippone, ambasciatore di Childeberto, re dei Franchi, torn da Costantinopoli, e rifer al suo re con quali onori fosse stato ricevuto dall'imperatore Maurizio, e che l'imperatore aveva promesso di punire, secondo la sua richiesta, l'affronto che Childeberto aveva subito a Cartagine(102). Childeberto, allora invi subito un esercito dei Franchi in Italia con venti duchi per sconfiggere la gente dei Longobardi. Tra questi duchi, quelli che spiccavano erano Andualdo, Olone e Cedino. Olone, essendosi avvicinato imprudentemente al castello di Bellinzona, colpito da una freccia sotto la mammella, cadde e mor. Gli altri Franchi, che si erano sparsi a far preda, vennero abbattuti nei singoli luoghi dai Longobardi che li assalivano da ogni parte. Andualdo, invece, ed altri sei duchi dei Franchi, arrivando alla citt di Milano, posero il campo l, a una qualche distanza, in una zona di campagna. In quel luogo li raggiunse una delegazione dell'imperatore, e annunci che stava arrivando un esercito a loro sostegno. "Verremo con loro fra tre giorni - dissero -. Tenete conto di questo segnale: quando vedrete bruciare l'edificio della fattoria che sta posta su questo monte, e il fumo dell'incendio alzarsi fino al cielo, saprete che noi stiamo arrivando con l'esercito che promettiamo". Ma i duchi dei Franchi, pur aspettando per sei giorni secondo gli accordi, non videro nessuno di quegli aiuti che gli ambasciatori dell'imperatore avevano promesso. Cedino, a sua volta, entrato dalla parte sinistra dell'Italia con tredici duchi, prese cinque roccaforti, dalle quali volle atto di sottomissione. Gli eserciti dei Franchi giunsero fino a Verona attraversando Piacenza, e abbatterono moltissimi castelli senza dover combattere; ne massacrarono, anche, gli abitanti che si erano arresi, e che non si aspettavano nessun inganno da loro, bench si fossero impegnati con giuramento a risparmiarli. I nomi dei castelli che demolirono nel territorio di Trento sono questi: Tesana, Mal, Sermiana, Albiano, Fagitana, Cembra, Vezzano, Brentonico, Volano, Ennemase, due in Valsugana, e uno nel Veronese. Una volta distrutti questi castelli, i Franchi condussero via tutti i loro abitanti come prigionieri. Il castello di Ferruge, grazie all'intercessione dei vescovi Ingenuino di Bressanone e Agnello di Trento, ottenne il riscatto di ciascun suo uomo prigioniero per la somma di seicento solidi a testa. Intanto il morbo della dissenteria cominci a travagliare gravemente l'esercito dei Franchi, poich era tempo d'estate, ma il clima era cattivo fuor del consueto, e numerosi di loro morirono per quella malattia. Che dire di pi? L'esercito dei Franchi vag per tre mesi in Italia, senza ottenere risultati, e senza poter colpire i nemici, che si erano rifugiati in luoghi assai ben difesi, mentre il re si era protetto all'interno della munita citt di Pavia. Alla fine, indebolito dalle intemperie, come dicemmo, e stretto dalla fame, l'esercito decise di prender la via delle proprie terre. Mentre tornavano in patria, dovettero affrontare una tale scarsezza di rifornimenti, che, prima di giungere alla terra natale, finirono per offrire dapprima le vesti, e poi anche le armi, per procurarsi il cibo.
31. Il re Autan giunge a Benevento.
In tale periodo si crede che sia accaduto questo fatto che si racconta del re Autari.  fama che allora il re giunse a Benevento passando per Spoleto, prese quella regione, e arriv fino a Reggio, estrema citt dell'Italia, vicina alla Sicilia. E, poich l stava posta nelle onde del mare una colonna, si narra che la raggiunse in groppa al cavallo, e la tocc con la punta della sua lancia, dicendo: "Fin qua saranno i confini dei Longobardi". Si dice che quella colonna esista ancor oggi, e che sia chiamata Colonna di Autari.
32. Zottone, primo duca di Benevento.
Il primo duca dei Longobardi di Benevento ebbe nome Zottone, e fu signore di quella citt per un periodo di vent'anni.  
33. Autari manda ambasciatori a Guntramno. Meravigliosa visione di lui.
Intanto il re Autari aveva mandato un'ambasceria con parole di pace al re dei Franchi Guntramno. Il re accolse con cordialit gli ambasciatori, ma li rinvi a Childeberto, che era suo nipote per parte di un fratello, perch la pace con la gente dei Longobardi si facesse col suo consenso. Questo Guntramno era un re pacifico e ricco di ogni bont. E di lui ci piace inserire brevemente in questa nostra storia un fatto assai degno di ammirazione, oltretutto perch sappiamo che non  riportato nella storia dei Franchi. Egli, una volta, era andato in un bosco a cacciare, e, come suole succedere, i suoi compagni si erano dispersi chi di qua, chi di l. Rimasto solo con un suo fedelissimo, era stato preso da un sonno eccezionalmente profondo, e s'era addormentato reclinando il capo sulle ginocchia di quel suo uomo. Successe che dalla sua bocca usc un animaletto che pareva un rettile, il quale cominci ad affannarsi per riuscire ad attraversare un ruscelletto che scorreva l vicino. Allora, l'uomo, sul cui grembo il re dormiva, estratta la spada dal fodero, la pose di traverso sul rigagnolo, e il rettile, di cui stiamo parlando, vi strisci sopra. Passato dall'altra parte, entr in un foro della collina che stava non lontano da l, uscendone dopo un po' di tempo, e, riattraversato il rigagnolo sopra la stessa spada, rientr nella bocca di Guntramno dalla quale era uscito. Guntramno, destatosi dopo questo fatto, raccont di aver avuto una meravigliosa visione. Rifer, infatti, che gli era parso in sogno di aver attraversato un fiume su di un ponte di ferro, e di essere entrato in un monte, dove aveva visto una grande quantit d'oro. Allora, quello sul cui grembo aveva tenuto il capo mentre era addormentato, gli raccont per filo e per segno quanto aveva visto di lui. Per farla breve, il luogo fu scavato e furono trovati tesori inestimabili, sotterrati fin dai tempi antichi. Con quell'oro il re, poi, fece fare un ciborio massiccio di meravigliosa grandezza e di grande peso, e, ornatolo con molte preziosissime gemme, volle mandarlo al sepolcro del Signore a Gerusalemme. Per, non avendo potuto farlo giungere, ordin di porlo sopra il corpo del beato Marcello martire, che sta sepolto nella citt di Chalon-sur-Sane, dove era la sede del suo regno, e l sta ancor oggi. E un'opera in oro, di cui non s' fatta un'altra che possa starle alla pari. Abbiamo raccontato brevemente queste cose, perch erano degne di ricordo, ma ora torniamo alla nostra storia.
34. Morte del re Autari. Regno di Agilulfo.
Intanto, mentre gli ambasciatori Longobardi si attardavano in Francia, il re Autari mor a Pavia, di veleno, come dicono, il cinque di settembre, dopo aver regnato per sei anni. Subito fu inviata una legazione a Childeberto, re dei Franchi, per annunciargli la morte del re Autari, e per chiedergli la pace. Egli, udendo ci, accolse gli ambasciatori longobardi, ma, quanto alla pace, promise che l'avrebbe concessa in futuro. Tuttavia, pochi giorni dopo s'impegn alla pace, e conged l'ambasceria. I Longobardi permisero alla regina Teodolinda, che piaceva loro molto, di mantenere la dignit regale, consigliandole di scegliere fra tutti i Longobardi il marito che volesse, persona tale, naturalmente, che potesse governare in modo valido il regno. Essa, allora, tenuto consiglio con persone assennate, scelse quale marito per s e come re per la gente dei Longobardi, Agilulfo, duca di Torino. Egli era, in realt, un uomo valoroso e battagliero, e adatto a tenere le redini del regno, sia per aspetto che per animo. La regina gli ordin subito di venire da lei, e gli and incontro personalmente nella cittadina di Lomello. Quando le si present, essa, dopo poche parole, si fece portare una coppa di vino, e, bevutone per prima, offr il resto ad Agilulfo. Ma, dato che il duca aveva baciato con rispetto la sua mano nel ricevere la coppa, ella, arrossendo con un sorriso, osserv che non doveva baciarle la mano chi doveva darle un bacio sulla bocca. Poi, alzatolo per dargli il bacio, gli parl del matrimonio con lei e della dignit del trono. Per farla breve, le nozze vennero celebrate con grande festa, e Agilulfo, che era parente del re Autari, ricevette la dignit regale quando gi iniziava il mese di novembre. Riunitisi, poi, a Milano in assemblea, i Longobardi confermarono Agilulfo re all'unanimit nel mese di maggio.
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LIBRO QUARTO.
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1. Il re Agilulfo manda ambasciatori in Francia per ricuperare i prigionieri.
Confermato sul trono, Agilulfo (che fu detto anche Agone) invi in Francia Agnello, vescovo di Trento, per ricuperare gli abitanti dei castelli tridentini che i Franchi avevano portato via prigionieri. Egli torn, riportando un certo numero di persone che la regina dei Franchi Brunichilde aveva riscattato col proprio denaro. Anche il duca di Trento, Evin, and in Gallia per ottenere la pace, ed ebbe successo in questa legazione.
2. La siccit che avvenne quell'anno. Le locuste.
In quest'anno ci fu una siccit molto grave, dal mese di gennaio fino a quello di settembre, e una grande carestia di cibo. Nel territorio di Trento giunse anche un enorme stuolo di locuste, che erano di dimensione maggiore di quelle solite. Queste - cosa strana - divorarono erbe e piante palustri, ma toccarono poco le messi dei campi. Anche l'anno dopo si verific parimenti un'invasione di locuste.
3. Il re Agilulfo uccide Minulfo. Gaidulfo e Ulfari si ribellano.
In questi giorni il re Agilulfo uccise Minulfo, duca dell'isola di San Giuliano, per il fatto che, precedentemente, s'era dato ai condottieri dei Franchi. Gaidulfo, duca di Bergamo, si ribell contro il re, e si trincer in quella sua citt; ma, dopo uno scambio di ostaggi, si rappacificarono. In seguito, per, Gaidulfo ripar nell'isola Comacina, ma il re Agilulfo, entratovi, ne cacci gli uomini del duca, e trasfer a Pavia il tesoro che si trovava sull'isola e che vi era stato depositato dai Romani. Gaidulfo si rifugi a Bergamo una seconda volta, e, fatto prigioniero dal re Agilulfo, fu ancora perdonato. Si ribell contro Agiulfo anche il duca Ulfari, a Treviso, ma fu assediato e catturato dal re.
 4. La peste a Ravenna. Guerra di Childeberto contro il figlio di llpenco.
 Quest'anno ricomparve la peste inguinaria a Ravenna, Grado, e in Istria, in forma molto grave, cos com'era scoppiata trent'anni prima. Nel frattempo il re Agilulfo fece la pace con gli Avari. Childeberto, invece, entr in conflitto con suo cugino, figlio di Ilperico, e nella battaglia che segu furono uccisi quasi trentamila uomini. Capit allora un inverno rigidissimo, che quasi nessuno ne ricordava uno simile. Nella regione dei Brioni piovve sangue dalle nubi. E, intanto, le acque dei fiumi scorrevano quasi come ruscelli di sangue.
 5. Il beato Gregorio invia alla regina Teodolinda il Libro del Dialogo.
 In questi giorni, il sapientissimo e beatissimo Gregorio, papa della Chiesa di Roma, che aveva gi scritto molti altri lavori utili alla santa Chiesa, compose anche quattro libri sulle vite dei santi, opera che intitol Libro del Dialogo, cio colloquio fra due persone, poich l'aveva composta conversando col suo diacono Pietro. Detto papa invi questi libri alla regina Teodolinda, che sapeva essere straordinariamente dedita alla fede di Cristo e alle buone opere. 
 6. Le opere buone della regina Teodolinda.
 Grazie a questa regina la Chiesa di Dio ebbe del gran bene. Infatti, quando i Longobardi erano ancora dominati dall'errore della religione pagana, s'erano impadroniti di quasi tutti i beni delle chiese, ma il re, toccato dalle benefiche preghiere di lei, abbracci la fede cattolica e don molti possedimenti alla Chiesa di Cristo, e riport all'onore della consueta dignit i vescovi che erano sviliti e sprezzati.
 7. Tassilone fatto re da Childeberto, re dei Franchi.
 In questi giorni, Tassilone fu fatto re dei Bavari da Childeberto, re dei Franchi, ed entrato subito con un esercito nella provincia degli Slavi, li vinse, e torn alla sua terra con prede ingenti.
 8. Il patrizio Romano invade le citt dominate dai Longobardi. Il re Agilulfo uccide il duca Maurisione, e fa la pace col beato Gregorio e con i Romani.
 In questo tempo, il patrizio Romano, esarca di Ravenna, si port a Roma. Mentre tornava alla sua sede, riconquist alcune citt tenute dai Longobardi, e precisamente: Sutri, Bomarzo, Orte, Todi, Amelia, Perugia, Luceoli, e altre. Quando tale fatto fu annunciato al re Agilulfo, egli usc subito da Pavia con un forte esercito e mosse verso la citt di Perugia, dove assedi per alcuni giorni Maurisione, duca dei Longobardi, che era passato dalla parte dei Romani, e, presolo in breve, lo priv della vita. Il beato Gregorio fu tanto intimorito per l'arrivo del re, che rinunci a spiegare la visione del tempio di cui si legge in Ezechiele, come egli stesso riferisce nelle sue omelie. Il re Agilulfo, quindi, sistemate le cose, torn a Pavia. E non molto dopo, massime per suggerimento della regina Teodolinda, sua consorte, che era stata consigliata pi volte in questo senso dal papa Gregorio, strinse una pace saldissima con il santissimo papa Gregorio e con i Romani. Allora quel venerabile sacerdote diresse alla regina, come ringraziamento, questa lettera.
9. Lettera del beato Gregorio alla regina Teodolinda.
"Gregorio a Teodolinda, regina dei Longobardi.
Abbiamo saputo, per informazione del nostro figlio, l'abate Probo, che la vostra eccellenza s' impegnata con molto cuore e molta passione, com' solita, per far stringere la pace. E, del resto, non c'era da attendersi altro dalla vostra fede cristiana, se non che manifestaste chiara a tutti la vostra dedizione e la bont del vostro animo, impegnate per la causa della pace. Perci rendiamo grazie a Dio onnipotente, che nel suo amore dirige il vostro cuore, perch, come vi elargisce sempre la retta fede, cos anche vi concede di realizzare sempre le cose che a lui piacciono. Non credere, infatti, o eccellentissima figlia, di aver guadagnato una piccola ricompensa per lo spargimento di sangue che evitasti da ambedue le parti. Perci, manifestando gratitudine alla vostra volont, preghiamo la misericordia del nostro Dio perch vi dia, ora e in futuro, la ricompensa di tali beni sia nel corpo che nell'anima. Salutandovi con paterno affetto, vi esortiamo ad adoperarvi presso il vostro eccellentissimo consorte affinch non dinieghi di partecipare alla comunit cristiana. Infatti, come crediamo che anche voi capiate,  utile per molti aspetti se egli vorr giungere ad amicizia con essa. Voi, dunque, com' il vostro costume, impegnatevi sempre in quegli atti che promuovono la concordia delle parti, e, dove si dar occasione di ben meritare, operate per rendere ancor pi grate le vostre buone azioni agli occhi di Dio onnipotente". 
10. Lettera dello stesso papa al re Agilulfo.
"Gregorio ad Agilulfo, re dei Longobardi.
Esprimo gratitudine all'eccellenza vostra, perch, ascoltando la nostra richiesta ed esaudendo la fiducia che ebbimo in voi, avete ordinato la pace che ritenevamo sarebbe stata utile ad ambedue le parti, e per questo motivo lodiamo assai la vostra prudenza e bont, perch, amando la pace, avete mostrato di amare Dio, che di essa  fonte. Infatti, se, deprecabilmente, non fosse stata conclusa, quali sforzi sarebbero occorsi perch non venisse versato, con peccato e pericolo delle parti, il sangue dei poveri rurali, il cui lavoro giova a tutti? Ma perch possiamo sentire quanto giovamento ci d questa pace, cos come  stata da noi conclusa, salutandovi con paterno amore, vi chiediamo che, ogniqualvolta ci sar l'occasione, esortiate con vostri autorevoli atti ovunque i vostri duchi, e specie quelli stabiliti in queste parti, a tutelare sinceramente questa pace come  stato promesso, e a non cercare per s occasioni da cui nascano contese o motivi di scontento, almeno in quegli aspetti per i quali possiamo esprimere riconoscenza alla vostra volont. Abbiamo accolto col sentimento che convenne i latori della presente lettera, come uomini veramente vostri, perch fu giusto che dovessimo accogliere e congedare con carit quegli uomini giusti venuti ad annunciare che, con l'aiuto di Dio, la pace era stata conclusa".    
11. La stella cometa. Morte del vescovo Giovanni e del duca Evin. I Bavari.
Durante questi avvenimenti, nel mese di gennaio che segu si vide una stella cometa, al mattino e alla sera, per un mese intero. Sempre in questo mese, mor l'arcivescovo di Ravenna, Giovanni, e fu posto a succedergli il cittadino romano Mariano. Essendo morto anche il duca Evin, a Trento fu insediato il duca Gaidoaldo, uomo buono e di fede cattolica. Proprio nei medesimi giorni, i Bavari, in numero di circa duemila, si avventarono sugli Slavi, ma furono tutti uccisi per il sopraggiungere di Cacano. Fu allora che, per la prima volta, vennero portati in Italia cavalli selvatici e bufali e furono oggetto di grande meraviglia per queste popolazioni.
 12. Morte di Childeberto, re dei Franchi, e guerra degli Avari con i Franchi. Morte del re Guntramno.
 In questo torno di tempo, venne ucciso di veleno, come si racconta, insieme con la moglie, il re dei Franchi Childeberto, all'et di venticinque anni. Gli Unni (che si dicono anche Avari), entrati in Turingia dalla Pannonia, ebbero scontri durissimi contro i Franchi. Reggeva allora la Gallia la regina Brunichilde, con i nipoti Teodeberto e Teoderico, ancora piccoli; gli Unni, ricevuto denaro da loro, tornarono alle proprie sedi. Mor anche Guntramno, re dei Franchi, e prese il suo regno la regina Brunichilde, con i nipoti ancora piccoli, figli di Childeberto.
 13. Cacano invia ambasciatori ad Agilulfo. Pace con il patrizio Gallicino.
 In questo stesso tempo, Cacano, re degli Unni, invi a Milano ambasciatori ad Agilulfo, e fece la pace con lui. Mor anche il patrizio Romano, e gli successe Gallicino, il quale s'accord e strinse un impegno di pace col re Agilulfo.
 14. Pace di Agilulfo con i Franchi. Morte di Zangrulfo e Varnecauzio.
Sempre in questo periodo, inoltre, Agilulfo strinse una pace perpetua con Teoderico, re dei Franchi. Dopo questi avvenimenti, Agilulfo mise a morte il duca di Verona Zangrulfo che gli si era ribellato. Uccise anche il duca di Bergamo Gaidulfo, che aveva perdonato gi due volte; e in pari modo elimin anche Varnecauzio a Pavia. 
15. Peste a Ravenna. Mortalit a Verona.
Nel tempo che segu, una gravissima epidemia devast Ravenna e le genti che vivevano sulla costa del mare. L'anno dopo, una violenta mortalit decim la popolazione dei Veronesi.
16. Segnale di sangue nel cielo. Guerra intestina dei Franchi.
Allora parve che comparisse in cielo un segno color del sangue, quasi delle striature sanguigne, e ci fu una luce chiarissima per tutta la notte. Il re dei Franchi Teodeberto, in quel tempo, faceva guerra con suo cugino Clotario, e batt gravemente l'esercito di lui.
17. Morte di Ariulfo, duca di Spoleto. Ducato di Teodelapio.
L'anno successivo mor il duca Ariulfo di Spoleto, che era subentrato a Faroaldo. Questo Ariulfo, dopo essersi scontrato con i Romani a Camerino, ed aver ottenuto la vittoria, cominci a chiedere ai suoi uomini chi fosse stato quell'ardimentoso che egli aveva visto combattere con tanto valore nella battaglia. E poich i suoi uomini gli risposero che non avevano visto nessun altro battersi pi valorosamente del duca stesso, ribatt: " sicuro che l ho visto un altro molto pi valoroso di me in tutto, il quale, ogni volta che uno della parte avversa voleva colpirmi, mi proteggeva sempre col suo scudo". Quando, poi, quel duca venne a Spoleto, dove si trova la basilica del beato martire Sabino, nella quale giace il venerabile corpo di lui, chiese di chi fosse un palazzo cos maestoso. Gli risposero i fedeli che l riposava il martire Sabino, che i cristiani erano soliti invocare a loro protezione ogni qualvolta andavano in battaglia contro i nemici. Ariulfo, che era ancora pagano, obiett: "Come pu succedere che un uomo morto dia aiuto ad uno vivo?". Ci detto, scese da cavallo ed entr nella basilica per visitarla. E, mentre gli altri pregavano, egli cominci a guardare le pitture della chiesa. Subito ch'ebbe scorta la figura dipinta del beato martire Sabino, dichiar giurando che tale era l'aspetto e l'abbigliamento dell'uomo che lo aveva protetto in battaglia, e allora si cap che era stato il beato martire Sabino a dargli aiuto. In seguito, essendo morto Ariulfo, i due figli del duca precedente Faroaldo combatterono fra di loro per il ducato. Ebbe la vittoria, e ottenne la successione nel ducato, quello di loro che si chiamava Teodelapio.
18. Devastazione fatta dai Longobardi nel cenobio di San Benedetto.
Circa in questo tempo, il cenobio del beato Padre Benedetto, che  situato nella rocca di Cassino, fu invaso di notte dai Longobardi. Essi saccheggiarono ogni cosa, ma non poterono prendere neppure uno dei monaci, cosicch si realizz la profezia che il venerabile Padre Benedetto aveva pronunciato molto tempo prima, quando disse: "A stento ho potuto ottenere da Dio che mi fossero concesse salve le vite di questo luogo". I monaci, in fuga da l, andarono a Roma, portando con loro il libro della santa Regola che il Padre aveva composto ed alcuni altri scritti, e anche una libbra di pane con una misura di vino, e quelle suppellettili che potevano portar via. Dopo il beato Benedetto, aveva retto la congregazione Costantino, a cui segu Simplicio, e poi Vitale, ed infine Bonito, sotto il quale avvenne questo saccheggio.
19. Morte di Zottone e ducato di Arichi.
Morto Zottone, duca di Benevento, gli successe Arichi, inviato dal re Agilulfo. Egli era nato in Friuli, ed aveva educato i figli del duca del Friuli Gisulfo, che gli era consanguineo. Resta una lettera del beato papa Gregorio diretta a questo Arichi, la quale  di questo tenore.  
20. Lettera del beato papa Gregorio ad Arichi.
"Gregorio al duca Arichi.
Poich confidiamo nella gloria vostra, come in quella d'un vero nostro figlio, ci sentiamo spinti a rivolgervi fiduciosi alcune richieste, ritenendo che non vorrete contristarci, principalmente su cosa da cui la vostra anima potr trarre gran giovamento. Vi facciamo sapere che per la chiesa dei beati Pietro e Paolo ci  necessario un certo numero di tronchi, e perci abbiamo dato ordine al nostro suddiacono Sabino di tagliarne alcuni dalle parti dei Bruzzi, e di trasportarli fino al mare in un luogo adatto. Dato che per questa incombenza ha bisogno di aiuti, salutando la gloria vostra, chiediamo con paterna carit che incarichiate i vostri intendenti, che sono sul luogo, di inviare in suo appoggio gli uomini alle loro dipendenze, con i loro buoi, affinch, col vostro concorso, egli possa realizzare meglio il compito che gli abbiamo imposto. Noi vi promettiamo, intanto, che, quando la cosa sar stata compiuta, vi invieremo un dono degno di voi e che non sar inadeguato. Infatti, noi sappiamo apprezzare e ricambiare i nostri figli che ci dimostrano la loro buona volont. Per cui vi chiediamo nuovamente, glorioso figlio, di agire in modo che noi possiamo esservi obbligati per il beneficio prestatoci; e voi possiate avere ricompensa per il bene fatto alle chiese dei santi".
21. Prigionia della figlia del re Agilulfo. Il re Agilulfo invia artigiani da Cacano.
In questi giorni fu fatta prigioniera dall'esercito del patrizio Gallicino la figlia del re Agilulfo, con suo marito Godescalco, originario della citt di Parma; e furono portati nella citt di Ravenna. Sempre in questo tempo, il re Agilulfo invi a Cacano, re degli Avari, alcuni artigiani per costruire navi, e fu con queste che Cacano espugn un'isola della Tracia.   
22. La basilica del beato Giovanni, edificata dalla regina Teodolinda a Monza.
Nel medesimo torno di tempo, la regina Teodolinda dedic la basilica del beato Giovanni Battista, che aveva fatto costruire a Monza, localit che si trova dodici miglia sopra Milano, e la abbell con molti ornamenti d'oro e d'argento, e la dot in buona misura di propriet terriere. Anche Teodorico, che fu un tempo re dei Goti, aveva costruito un palazzo in questo luogo, per il fatto che l'ambiente ha clima fresco e sano d'estate, essendo vicino alle Alpi.
23. Palazzo costruito da Teodolinda.
Detta regina ivi costru, anche, un suo palazzo, nel quale fece dipingere alcune delle gesta dei Longobardi. In quelle pitture si mostra evidente che i Longobardi, in quel tempo, si radevano la chioma del capo, e qual era il vestito e l'abbigliamento loro. Si radevano la nuca, scoprendola fino all'occipite; dalla parte davanti, tenevano i capelli lunghi fino all'altezza della bocca, e, dividendoli con una scriminatura sulla fronte, li facevano scendere da ambedue le parti. I loro vestiti erano larghi, fatti prevalentemente di lino, come li portano di solito gli Anglo-Sassoni, ornati con bordature piuttosto larghe, e intessuti di vari colori. Avevano calzari aperti quasi fino alla punta dell'alluce, e tenuti stretti da lacci di cuoio incrociati. In seguito, per, cominciarono a mettere le uose, e quando cavalcavano le coprivano con gambiere rossastre; ma questa fu una consuetudine che presero dai Romani.
24. Distruzione della citt di Padova.
La citt di Padova aveva combattuto contro i Longobardi fino a questo tempo, grazie ai suoi soldati che respingevano gli attacchi con grandissimo vigore. Ma, alla fine, vi fu appiccato il fuoco, e venne tutta divorata dalle fiamme; quindi, per ordine del re Agilulfo fu rasa fino al suolo. Ai soldati che vi si trovavano, tuttavia, fu concesso di riparare a Ravenna.   
25. La pace con gli Avari. I Longobardi entrano nell'Istria.
In questo tempo, gli ambasciatori di Agilulfo, di ritorno da Cacano, annunciarono che era stata stipulata una pace perpetua con gli Avari. Un ambasciatore di Cacano, inoltre, venuto con loro, prosegu fino in Gallia, intimando ai re dei Franchi, che, come avevano pace con gli Avari, cos i Franchi l'avessero anche con i Longobardi. Nel frattempo, questi ultimi, entrati nel territorio degli Istri con gli Avari e gli Slavi, saccheggiarono e misero tutto a ferro e fuoco.
26. Nascita di Adaloaldo, figlio di Agilulfo. Invasione di Monselice.
Nacque, allora, nel palazzo di Monza, un figlio al re Agilulfo, partorito dalla regina Teodolinda, e gli fu messo nome Adaloaldo. Nel tempo che segu, i Longobardi invasero la rocca di Monselice. Durante il medesimo periodo, cacciato da Ravenna Gallicino, torn Smaragdo, che era stato precedentemente patrizio della citt.
27. Morte dell'imperatore Maurizio.
L'Augusto Maurizio, assieme ai figli Teodosio, Tiberio e Costantino, fu ucciso da Foca, scudiero del patrizio Prisco. Aveva regnato per ventun anni. Fu sovrano utile allo Stato: infatti, spesso ottenne la vittoria combattendo contro i nemici. Anche quegli Unni, che vengono chiamati Avari, furono vinti dal suo valore. 
28. I duchi Gaidoaldo e Gisulfo. Battesimo di Adaloaldo.
In quest'anno, i duchi Gaidoaldo di Trento e Gisulfo del Friuli, che prima erano in dissenso col governo del re Agilulfo, furono accolti da lui in pace. Ci fu anche il battesimo del piccolo Adaloaldo, figlio del re, nella chiesa di San Giovanni a Monza, e lo trasse dal fonte battesimale Secondo di Trento, il servo di Cristo del quale abbiamo fatto spesso menzione. Il giorno di Pasqua, quell'anno, fu il sette di aprile(103) 
29. Conquista di Cremona e di Mantova. Morte della figlia del re. Guerra con i Franchi.
 In quei giorni continuava il contrasto tra i Longobardi e i Romani per la prigionia della figlia del re. Per questo motivo, il re Agilulfo, uscito da Milano, nel mese di luglio assedi la citt di Cremona, usando gli Slavi, che gli aveva mandato in appoggio il re degli Avari Cacano; la prese il ventuno di agosto, e quindi la rase al suolo. Allo stesso modo espugn anche Mantova, e, sfondate le sue mura con gli arieti, dopo aver consentito ai soldati che vi erano di riparare a Ravenna, entr in essa il tredici di settembre. Allora si consegn ai Longobardi il castello di Valdoria. A Brescello, invece, i soldati fuggirono, dando alle fiamme la citt. Di fronte a queste atti, il patrizio Smaragdo restitu la figlia del re, insieme con il marito, i figli e tutti i loro beni; e si fece una tregua da settembre fino al primo di aprile dell'ottava indizione(104). La figlia del re, per, tornata a Parma da Ravenna, mor subito per gravi difficolt legate al parto. Nello stesso anno, Teodeberto e Teoderico, re dei Franchi, combatterono contro il loro zio paterno Clotario, e durante questo contrasto caddero da ambedue le parti molte migliaia di uomini.  
 30. Morte del beato papa Gregorio. Santit di questo papa.
 Allora migr a Cristo anche il beato papa Gregorio, quand'era gi il secondo anno in cui Foca regnava, nell'ottava indizione. In suo luogo fu eletto al compito apostolico Sabiniano. Si present quell'anno un inverno molto freddo, e le viti morirono in quasi tutti i luoghi. Anche le messi furono in parte devastate dai topi, in parte scomparvero, colpite dalla siccit. Fu inevitabile che il mondo subisse fame e sete, poich con la morte di un cos grande maestro, l'aridit prese le anime degli uomini non pi nutriti da spirituale alimento. Mi piace inserire in questa breve opera una lettera, piccolo esempio davvero degli scritti del beato papa Gregorio, perch si possa conoscere con pi chiarezza quanto umile sia stato quest'uomo, e di quale innocenza e santit. Quando egli fu accusato, al cospetto dell'Augusto Maurizio e dei suoi figli, di aver fatto uccidere in prigione, per denaro, un certo vescovo Malco, scrisse per questo motivo una lettera al suo nunzio Sabiniano, che stava a Costantinopoli, e fra l'altro disse cos: "C' una cosa che dovresti far presente ai nostri serenissimi signori: che se io, loro servo, avessi voluto adoperarmi per la rovina dei Longobardi, oggi la gente dei Longobardi non avrebbe pi n re, n duchi, n conti, e si troverebbe divisa in una grandissima confusione. Ma poich temo Dio, ho sgomento a immischiarmi nella morte di un qualsiasi uomo. Il vescovo Malco, non lo ebbi in custodia, n gli procurai alcun patimento, ma il giorno in cui sostenne la sua difesa dalle accuse e fu portato via, senza che io lo sapessi, il notaio Bonifacio lo condusse in casa sua, dove pranz, e fu da lui onorato, e nella notte mor improvvisamente". Ecco che umilt ebbe quell'uomo, il quale, pur essendo sommo pontefice di Dio, si disse servo di uomini! Ecco quanta innocenza ebbe, lui che non volle immischiarsi nella rovina dei Longobardi, che pure continuavano ad essere non credenti e devastavano tutto!
31. Regno di Adaloaldo. Pace fatta con i Franchi.
Nel mese di luglio dell'estate seguente, Adaloaldo fu elevato al trono dei Longobardi nel Circo di Milano, alla presenza di suo padre, il re Agilulfo, e degli ambasciatori del re dei Franchi Teodeberto. Nell'occasione, venne fidanzata ufficialmente al giovane principe la figlia del re Teodeberto(105), e fu firmata una pace perpetua con i Franchi.  
32. Guerra dei Franchi con i Sassoni.
Nel medesimo tempo, in una battaglia tra i Franchi e i Sassoni, si ebbe una grande strage da ambedue le parti. A Pavia, il cantore Pietro fu colpito da un fulmine nella basilica del beato Pietro apostolo.
33. Pace con il patrizio Smaragdo. Conquista di citt della Tuscia.
Infine, nel mese di novembre che segu, il re Agilulfo pattu col patrizio Smaragdo una pace per la durata di un anno, ricevendo dai Romani dodicimila solidi. Furono anche invase dai Longobardi alcune citt della Tuscia, cio Bagnoregio e Orvieto. Nei mesi di aprile e maggio apparve in cielo una stella che chiamano cometa. In seguito, il re Agilulfo fece di nuovo pace con i Romani per tre anni.
34. Morte del patriarca Severo. Sacerdozio di Giovanni e di Candidiano.
Morto in questi giorni il patriarca Severo, fu ordinato patriarca in Aquileia vecchia l'abate Giovanni, col consenso del re e del duca Gisulfo. A Grado fu ordinato vescovo per i Romani Candidiano. Di nuovo, nei mesi di novembre e di dicembre, apparve la stella cometa. Morto Candidiano, fu ordinato patriarca a Grado, dai vescovi che sottostavano ai Romani, Epifanio, che era stato protonotario; e da quel tempo cominciarono ad esservi due patriarchi.  
25. Invasione della citt di Napoli. Morte del falso imperatore Eleuterio.
In questo periodo Giovanni di Conza invase Napoli ma, trascorsi non molti giorni, il patrizio Eleuterio lo cacci dalla citt e lo uccise. Dopo questi avvenimenti, lo stesso patrizio Eleuterio, un eunuco, assunse il potere imperiale ma, mentre andava da Ravenna a Roma, fu ucciso dai soldati nel castello di Luceoli e il suo capo fu portato all'imperatore a Costantinopoli.
36. Pace fra il re Agilulfo e l'imperatore.
In questo tempo, il re Agilulfo mand Stabiliciano, suo notaio, a Costantinopoli, dall'imperatore Foca. Egli torn con alcuni rappresentanti dell'imperatore, i quali, conclusa pace per un anno, offrirono al re Agilulfo doni imperiali.
37. L'Augusto Foca. Sua morte. Regno di Eraclio.
Foca, dunque, come abbiamo premesso, uccisi Maurizio e i suoi figli, s'impadron del regno dei Romani, e regn per un periodo di otto anni. Egli, poich la Chiesa di Costantinopoli s'arrogava il primato su tutte le Chiese, stabil, esaudendo la preghiera del papa Bonifacio, che la sede della Chiesa romana e apostolica fosse a capo di tutte le Chiese. Sempre lui, in altro momento, per richiesta del papa Bonifacio, ordin che l'antico tempio chiamato Pantheon, tolte le sozzure dell'idolatria, diventasse la chiesa della beata sempre vergine Maria e di tutti i martiri, e dove un tempo c'era il culto non di tutti gli dei, ma di tutti i demoni, l, d'ora in poi, ci fosse il ricordo di tutti i santi. In questo tempo, i Prasini e i Veneti provocarono una guerra civile in Oriente e in Egitto, e si distrussero con reciproca strage(106). I Persiani, facendo guerre gravissime contro lo stato, strapparono molte province dei Romani ed anche la stessa Gerusalemme; e distruggendo le chiese, e profanando ogni luogo sacro, portarono via, oltre agli ornamenti di tali sacri luoghi, anche il vessillo della croce del Signore. Contro Foca si ribell Eracliano, che governava l'Africa, e, venuto con un esercito, lo priv del regno e della vita. Assunse il governo dello stato romano suo figlio Eraclio.  
38. Morte del duca Gisulfo. Saccheggio della citt di Cividale, e altri mali che i Longobardi patirono da parte degli Unni.
Verso questo tempo, il re degli Avari (che nella loro lingua  chiamato Cacano), venendo con una moltitudine innumerevole, entr nel territorio delle Venezie. Lo fronteggi audacemente, con quei Longobardi che poteva avere, il duca Gisulfo di Cividale, il quale, combattendo con grande coraggio, ma con pochi uomini, contro quel numero sterminato, alla fine, circondato da ogni parte, venne a morte con quasi tutti i suoi. La moglie di Gisulfo, Romilda, si chiuse entro le mura fortificate della rocca di Cividale, con i Longobardi rimasti e con le mogli e i figli di quelli che erano caduti. Suoi figli maschi erano Caccone e Tasone, gi adolescenti, Radoaldo e Grimoaldo ancora in et di bambini; aveva anche quattro figlie, una delle quali si chiamava Appa e un'altra Gaila, mentre non sappiamo i nomi delle altre due. I Longobardi si erano rafforzati anche nelle altre rocche vicine a questa, cio Cormons, Nimis, Osoppo, Artegna, Ragogna, Gemona, e anche in Invillino(107), la cui posizione era assolutamente inespugnabile. In pari modo, si rafforzarono anche nelle altre roccaforti, per non diventare preda degli Unni, cio degli Avari. A questo punto, gli Avari, che si erano sparsi per tutto il territorio di Cividale, devastando ogni cosa con incendi e con rapine, chiusero in assedio la citt di Cividale, e si ingegnarono con tutte le loro forze per espugnarla. Mentre il loro re, cio il Cacano(108), cavalcava in armi con un grande seguito di cavalieri attorno alle mura, per esaminare da che parte potesse esser pi facile penetrarvi, Romilda lo scorse dall'alto, e, vedendolo giovane vigoroso, da nefanda meretrice qual era, lo desider, e quindi gli fece sapere per mezzo di un messaggero che, se intendesse prenderla in matrimonio, gli avrebbe consegnato la citt con tutti gli abitanti. Udendo ci, il re barbaro le promise, con maligno inganno, che avrebbe fatto quanto ella chiedeva, e si impegn a prenderla in matrimonio. Quella, allora, senza por tempo in mezzo, apr le porte della rocca di Cividale, e fece entrare il nemico, per la rovina sua e di tutti quelli che c'erano. Entrati che furono in Cividale, gli Avari saccheggiarono tutto quello su cui poterono mettere le mani, e, bruciando tra le fiamme la stessa citt, portarono via prigionieri tutti quelli che trovarono, con la promessa menzognera che li avrebbero stabiliti nel territorio della Pannonia donde erano usciti. Invece, tornati alle loro sedi, e giunti nella piana che chiamano Sacra, decisero di passare a fil di spada tutti quei Longobardi che erano gi nella maggiore et, e si divisero col sorteggio le donne e i bambini prigionieri. Ma Tasone e Caccone, e anche Rodoaldo, figli di Gisulfo e di Romilda, capito questo tranello degli Avari, salirono d'un colpo sui cavalli e si diedero alla fuga. Uno di loro, per, giudicando che suo fratello Grimoaldo, ancora bambino, non potesse tenersi in sella su di un cavallo al galoppo, perch troppo piccolo, pens meglio sopprimerlo con un colpo di spada piuttosto che lasciargli subire il giogo della schiavit. E aveva gi alzato la lancia per colpirlo, quando il bambino esclam in lacrime: "Non colpirmi, perch sono in grado di reggermi a cavallo". Allora il fratello, stesa la mano e presolo per un braccio, lo pose sul dorso nudo del cavallo, e gli disse di starci saldo. E cos, il bambino strinse fra le mani le briglie del destriero, e segu i fratelli che fuggivano. Quando gli Avari se ne resero conto, saliti a cavallo, li inseguirono, e mentre i due fratelli sgusciavano via velocemente in fuga, il piccolo Grimoaldo venne ghermito da uno degli inseguitori che correva pi rapido di lui. Tuttavia il suo catturatore non pens che fosse il caso di trafiggerlo con la spada, data la piccola et, e prefer tenerlo in vita per farlo suo schiavo. Ora, mentre tornava al campo tirandosi dietro il cavallo per le briglie, ed era tutto fiero di una preda cos nobile (infatti, il piccolo aveva un aspetto elegante, gli occhi vivaci, e i capelli biondissimi), il fanciullo, che era angosciato d'esser tratto in prigionia, e nutriva in quel piccolo petto un coraggio immenso, estrasse dal fodero la spada che aveva, piccola quant'era adatta per la sua et, e us tutte le sue forze per colpire alla base del collo l'Avaro che lo trascinava. La spada penetr fino al cervello, e il nemico precipit di sella. Allora il piccolo Grimoaldo, girato il corsiero, riprese felice la fuga, e finalmente si ricongiunse con i fratelli, destando un'immensa gioia per la sua liberazione e per la morte del nemico. Gli Avari uccisero tutti i Longobardi che erano gi in et virile, e portarono via prigionieri le donne e i bambini. Romilda, che era stata al centro di tutto quel male, fu tenuta come in matrimonio, per una notte, dal re degli Avari, a soddisfazione della promessa che le aveva giurato. Infine, per, la diede a dodici Avari, i quali, succedendosi per tutta la notte, ne usassero carnalmente. Poi diede ordine che venisse confitto un palo in mezzo alla piana, e la fece infilzare sulla sua punta, schernendola con queste parole: "Questo  il marito che ti meriti!". Tale fu la morte di colei che aveva malvagiamente tradito la patria, che aveva badato pi alle sue voglie che alla vita dei parenti e dei concittadini. Le figlie sue, che non seguivano l'impudicizia della madre, ma erano appassionate d'amore per la castit, al fine di non essere violate dagli Avari si posero fra le mammelle, sotto la fascia reggiseno, pezzi di carne cruda di pollo, che putrefacendosi per il calore esalavano un lezzo nauseabondo. Quando gli Avari vollero toccarle, non riuscirono a sopportare quel fetore; credettero che esse puzzassero cos naturalmente, e se ne scostarono imprecando, e dicendo che tutte le Longobarde erano puzzolenti. Sfuggite con questa astuzia alla concupiscenza degli Avari, le nobili fanciulle si conservarono inviolate, e fornirono un esempio utile per preservare la castit, se ad altre donne dovesse capitare tal situazione. Vendute, poi, in differenti paesi, ebbero sponsali all'altezza della loro nobile condizione: infatti, una di loro si dice che abbia sposato il re degli Alamanni, un'altra un principe dei Bavari.
39. Genealogia di Paolo, figlio di Varnefrido.
Giunti a questo punto,  il caso che, lasciata da parte la storia generale, io dia qualche informazione anche sulla mia genealogia, e, quindi, per necessit dell'argomento, devo rifarmi a narrare di un'epoca precedente. Nel tempo in cui la gente dei Longobardi arriv in Italia dalla Pannonia, venne con loro anche il mio trisnonno Leufis, lui pure della medesima schiatta longobarda. Egli, dopo aver vissuto per alcuni anni in Italia, chiuse i suoi giorni lasciando cinque figli ancora piccoli che aveva procreato, i quali subirono la turbinosa vicenda della prigionia di cui gi dissi, che li port tutti, esuli, da Cividale fin nella patria degli Avari. Quando furono cresciuti, sempre in quella regione, soffrendo per molti anni la misera vita della prigionia, e furono giunti ormai all'et virile, mentre quattro di loro (i cui nomi non sappiamo) restavano in quell'infelice condizione, il quinto loro fratello, di nome Lupicis, che fu poi nostro bisnonno, decise - per ispirazione, crediamo, di Dio, fonte della misericordia - di scrollarsi il giogo della schiavit, e progett di dirigersi in Italia, dove ricordava che s'era stabilita la gente dei Longobardi, e di ritornare ai diritti di uomo libero. Part, dunque, prendendo la strada che dava inizio alla sua fuga, portando con s il solo arco, la faretra, e un po' di cibo per il viaggio. Non sapeva assolutamente da che parte volgersi, ma gli venne incontro un lupo come compagno del viaggio, che gli indic la via. Infatti questo animale camminava davanti a lui, e si voltava frequentemente a guardarlo, e si fermava quando egli si fermava, e riprendeva il cammino quando egli lo riprendeva, sicch cap che era stato mandato dal cielo per indicargli la direzione che non sapeva. Dopo che ebbe proseguito cos, per alcuni giorni, lungo monti disabitati, si trov ad aver consumato del tutto la piccola provvista di pane che aveva portato con s. Continuando la marcia a digiuno, e gi sfinito per l'inedia, tese, dunque, il suo arco e volle uccidere con una freccia il lupo per farsene cibo. Ma l'animale, intuendo il colpo del feritore, si dilegu dalla sua vista. Allora, scomparso il lupo, non sapendo dove dirigersi, e per di pi reso debole dal digiuno ormai troppo lungo, fu preso dalla disperazione di sopravvivere, e si lasci andare a terra. Mentre era assopito, vide in sogno un uomo che gli diceva tali parole: "Alzati, tu che dormi. Prendi la via dalla parte verso la quale tieni i piedi: l'Italia, dove vuoi arrivare, sta in quella direzione". Egli, allora, si alz subito e cominci a camminare verso la parte che aveva sentito dire in sogno: e, in breve tempo, arriv ad una capanna. Infatti, in quei luoghi c'era un'abitazione di Slavi. Quando una donna, che aveva una certa et, lo ebbe visto, cap subito che era un fuggiasco e che aveva una gran fame. Presa da compassione, allora, lo nascose nella sua casa, e di nascosto gli diede un po' di cibo, pochino alla volta, per, per non farlo morire, se gliene avesse dato tanto da saziarlo. Insomma, lo nutr con tanta bravura, finch egli, ristorato, pot riprendere le forze. E quando lo vide ormai in grado di mettersi in istrada, gli diede del cibo e i consigli giusti per la direzione che doveva prendere. Cos, dopo alcuni giorni, egli entr in Italia e arriv alla casa in cui era nato, la quale era cos abbandonata che non solo non aveva pi tetto, ma era persino piena di rovi e di sterpi. Ripulendo il luogo, trov un grande orno all'interno delle pareti, e vi appese la faretra. Poi, sostenuto dai doni dei parenti e degli amici, riedific la casa, e prese moglie, ma non pot ricuperare nulla dei beni che suo padre aveva avuto, poich quelli che vi si erano insediati li tenevano ormai come propri, grazie al lungo e ininterrotto possesso. Questa persona, come ho gi detto prima, fu mio bisnonno. Egli, infatti, gener mio nonno Arichi, e Arichi mio padre Varnefrido. Varnefrido, da Teodolinda, sua moglie, gener me, Paolo, e mio fratello Arichi, che porta il nome di nostro nonno. Dopo che ho fornito queste poche notizie sulla mia genealogia, ora torniamo alla narrazione della storia generale.
40. Ducato e morte di Tasone e Caccole.
Morto, come dicemmo, Gisulfo, duca di Cividale, i suoi figli Tasone e Caccone assunsero il governo di quel ducato. Durante il loro tempo, essi possedettero la regione degli Slavi che si chiama Zelia, fino ad un luogo di nome Medaria(109) : perci quegli Slavi continuarono a pagare un tributo ai duchi friulani, fino al tempo del duca Rachis. Questi due fratelli furono uccisi dal patrizio dei Romani Gregorio con un inganno sleale nella citt di Oderzo. Gregorio s'era impegnato con Tasone a radergli la prima barba, com' costume, e a farlo diventare, cos, suo figlio adottivo. Tasone, quindi, insieme con il fratello Caccone ed uno scelto gruppo di giovani, and da Gregorio senza nessun sospetto. Quando, per, il giovane fu entrato con i suoi in Oderzo, subito il patrizio ordin di chiudere le porte della citt, e mand soldati armati contro Tasone e i suoi compagni. Capito l'agguato, Tasone si prepar coraggiosamente a battersi insieme con i suoi, e, datisi l'ultimo saluto, si dispersero qua e l per le varie piazze della cittadina, trucidando tutti quelli che incontravano. Dopo aver fatto una grande strage di Romani, alla fine furono uccisi anche loro. Ma il patrizio Gregorio, per onorare il giuramento che aveva fatto, ordin che gli venisse portata la testa di Tasone, e gli tagli la barba, come aveva promesso nel suo spergiuro.
41. Grasulfo duca di Cividale. Arrivo di Radoaldo e di Grimoaldo a Benevento.
Dopo che furono uccisi in questo modo i due fratelli, viene costituito duca di Cividale Grasulfo, fratello di Gisulfo. Ma Radoaldo e Grimoaldo, sentendosi umiliati a vivere sotto la potest del loro zio Grasulfo, dato che erano gi quasi dei giovanotti, salirono su un'imbarcazione, e si spinsero fino al territorio di Benevento. Da l si presentarono ad Arichi, duca di Benevento, che un tempo era stato loro precettore, dal quale furono accolti con grande affetto e considerati come dei figli. Nel corso di questo tempo mor Tassilone, principe dei Bavari; suo figlio Garibaldo fu vinto dagli Slavi a Lienz(110)), e le zone di confine dei Bavari vennero saccheggiate. Tuttavia, i Bavari, riprese le forze, tolsero le prede ai nemici, e li cacciarono dal proprio territorio.
42. Pace fra l'imperatore e i Franchi. Devastazione dell'Istria. Morte di Gundualdo.
Il re Agilulfo fece la pace con l'imperatore per un anno, e poi per un altro ancora, e la rinnov anche con i Franchi. Gli Slavi, per, in quell'anno, fecero tristissimo saccheggio dell'Istria, massacrandone i soldati. Nel seguente mese di marzo mor, a Trento, il servo di Cristo Secondo, del quale abbiamo gi parlato spesso, il quale compose un breve compendio della storia dei Longobardi fino ai suoi giorni. In quel tempo, il re Agilulfo rinnov la pace con l'imperatore, il re dei Franchi Teodeberto fu ucciso, e scoppi una gravissima guerra civile tra i Franchi. Mor anche, per un colpo di freccia, senza che nessuno scoprisse l'autore dell'omicidio, Gundualdo, fratello della regina Teodolinda, che era duca nella citt di Asti. 
43. Morte di Agilulfo. Regno di Adaloaldo. Sua cacciata. Regno di Arioaldo.
Il re Agilulfo, che fu chiamato anche Agone, dopo che ebbe regnato per venticinque anni, chiuse il suo ultimo giorno lasciando sul trono il figlio Adoloaldo, molto piccolo, con la madre Teodolinda. Sotto di loro furono ricostruite chiese, e vennero fatte molte donazioni a luoghi venerati. Ma Adaloaldo ebbe la mente sconvolta ed impazz, sicch fu cacciato dal trono dopo che ebbe regnato per dieci anni assieme alla madre, e i Longobardi gli sostituirono Arioaldo. Delle opere di questo re non ci  giunta alcuna notizia. Durante questi tempi, il beato Colombano, originario della stirpe degli Scoti, dopo aver costruito un monastero in Gallia nel luogo chiamato Luxeuil, venne in Italia, e fu accolto con gioia dal re dei Longobardi; ed edific nelle Alpi Cozie il monastero che  chiamato Bobbio, distante quaranta miglia dalla citt di Pavia. A quel luogo furono donati molti possedimenti da ciascun principe longobardo, e l si cre una grande congregazione di monaci.
44. Morte di Arioaldo. Regno di Rotari. Il duca Arichi invia al re suo figlio Aione.
Arioaldo mor dopo che ebbe tenuto il regno sui Longobardi per dodici anni. Fu assunto al trono Rotari, Arodo per stirpe. Fu questi uomo di grande forza, e che procedeva per il sentiero della giustizia, ma non seguiva, per, la retta via della fede cristiana, poich si macchi della perfidia dell'eresia ariana. Gli ariani dicono, infatti, a loro rovina, che il Figlio  minore del Padre, e che lo Spirito Santo  minore sia del Padre che del Figlio. Noi cattolici dichiariamo, invece, che Padre, e Figlio, e Spirito Santo, sono un unico e vero Dio in tre persone, di pari potere e della medesima gloria. Al tempo di costui, in quasi tutte le citt del regno c'erano due vescovi, uno cattolico e l'altro ariano. Nella citt di Pavia si mostra ancor oggi il luogo dove aveva il battistero il vescovo ariano, che risiedeva nella basilica di Sant'Eusebio, mentre nel medesimo tempo un altro vescovo presiedeva alla Chiesa cattolica. Tuttavia questo vescovo ariano, che aveva nome Anastasio, si convert alla fede cattolica, e poi resse la Chiesa di Cristo. Il re Rotari fece mettere per iscritto le leggi dei Longobardi, che si conservavano solo nella memoria e nell'uso, e ordin di chiamare Editto quel libro. Correva l'anno settantasettesimo da quando i Longobardi erano venuti in Italia, come lo stesso re afferm nel prologo del suo editto.
45. Morte di Arichi, duca di Benevento. Ducato di Aione.
Il duca di Benevento Arichi invi a questo re suo figlio Aione, ma, quando egli giunse a Ravenna nel suo viaggio verso Pavia, la malvagit dei Romani gli propin una pozione che lo fece uscire di senno, e da quel momento non fu pi del tutto sano di mente. Quando il duca Arichi, suo padre, ormai carico d'anni, si fu avvicinato al suo ultimo giorno, sapendo che Aione non era pienamente in senno, raccomand ai Longobardi presenti i giovani Radoaldo e Grimoaldo, che avevano gi raggiunto il fiore dell'et, come fossero figli suoi, e disse che erano in grado di governarli meglio di quanto potesse suo figlio Aione.
46. Morte di Aione. Ducato di Radoaldo.
Defunto, dunque, Arichi, che aveva tenuto per
cinquant'anni il ducato, divent duca dei Sanniti suo figlio Aione, e a lui Radoaldo e Grimoaldo obbedirono in tutto, come a fratello maggiore e loro signore. Quando egli reggeva il ducato di Benevento da un anno e cinque mesi, vennero gli Slavi con un gran numero di navi, e, posto il campo ad una certa distanza dalia citt di Siponto, vi scavarono attorno delle fosse mimetizzate. Aione si mosse contro di loro, da solo perch Radoaldo e Grimoaldo erano assenti, e volle attaccarli, ma il suo cavallo cadde in una di queste fosse, e gli Slavi gli piombarono addosso e lo uccisero assieme a numerosi uomini. Quando ne ricevette notizia, Radoaldo accorse celermente, e parl a quegli Slavi nella loro lingua. Ci cre in loro una certa indecisione, ed egli ne approfitt per precipitarsi su di loro e sconfiggerli con grande strage. Vendic in tal modo la morte di Aione, e costrinse gli invasori rimasti a fuggire da quei territori.  
47. Citt conquistate da Rotari.
Il re Rotari conquist tutte le citt dei Romani che sono poste sulla riva del mare, a partire dalla citt di Luni della Tuscia fino al confine coi Franchi. Espugn e distrusse parimenti anche la citt di Oderzo, che  posta fra Treviso e Cividale. Fece una battaglia contro i Ravennati e i Romani, presso il fiume dell'Emilia che  chiamato Panaro, e in questa battaglia caddero ottomila dei Romani, mentre gli altri si diedero alla fuga. In quel tempo avvenne a Roma un forte terremoto, e ci fu una grande inondazione. Dopo questi disastri scoppi un'epidemia di scabbia, cos violenta che non si potevano neppure riconoscere i morti a causa dell'eccessiva tumefazione.
48. Morte del duca Radoaldo. Gli succede nel ducato suo fratello Grimoaldo.
A Benevento, morto Radoaldo, che aveva retto il ducato per cinque anni, fu fatto duca suo fratello Grimoaldo, il quale govern il ducato dei Sanniti per venticinque anni. Da una giovane prigioniera, che per era nobile di nascita, e si chiamava Itta, egli ebbe un figlio chiamato Romualdo, e due figlie. Fu uomo particolarmente pugnace e famoso ovunque. Quando i Greci vennero per depredare il santuario di San Michele Arcangelo, sito sul monte Gargano, si mosse a fronteggiarli con l'esercito e li schiacci, infliggendo loro una totale disfatta. 
49. Morte del re Rotari.
Il re Rotari, dopo che ebbe tenuto il trono per sedici anni e quattro mesi, usc da questa vita, lasciando il regno dei Longobardi a suo figlio Rodoaldo. Fu inumato vicino alla basilica del beato Giovanni Battista. Dopo qualche tempo, un tale, acceso da brama sacrilega, apr di notte il sepolcro e port via tutti gli ornamenti che trov sul corpo. Ma il beato Giovanni gli apparve in una visione, e lo atterr nell'intimo col dirgli: "Perch hai osato toccare il corpo di quell'uomo? Anche se non fu credente, tuttavia si era affidato a me. Ebbene, poich avesti l'ardire di commettere quell'atto, per il futuro non potrai pi entrare nella mia basilica". E fu cos: ogni volta, infatti, che quell'uomo voleva entrare nel santuario del beato Giovanni, subito stramazzava improvvisamente, respinto come se la sua gola venisse colpita da un fortissimo pugno. Dico la verit in nome di Cristo: me lo rifer una persona che vide questo fatto proprio con i suoi occhi.
50. Regno di Rodoaldo.
Rodoaldo, assumendo il regno dei Longobardi dopo i funerali del padre, prese in matrimonio Gundiberga, figlia di Agilulfo e di Teodolinda. La regina Gundiberga si comport in modo simile a come aveva fatto sua madre a Monza, e fece erigere una basilica in onore del beato Giovanni Battista entro la citt di Pavia, decorandola meravigliosamente con oro, argento e addobbi, e arricchendola di splendidi ornamenti. Il suo corpo fu l sepolto ed ora vi riposa. Quando essa fu accusata di adulterio davanti al marito, un servo di lei, di nome Carello, chiese al re di poter difendere l'innocenza della regina, battendosi in duello contro chi le aveva scagliato questa accusa. E, iniziata la prova, vinse sotto gli occhi di tutto il popolo. La regina, dopo questo esito, fu restituita alla precedente dignit(111).
51. Morte del re Rodoaldo. Regno di Ariperto.
Rodoaldo, a quel che si racconta, fu ucciso da un Longobardo del quale aveva violentato la moglie. Aveva regnato per cinque anni e sette giorni. Gli successe a reggere il trono Ariperto, figlio di Gundualdo, che era stato fratello della regina Teodolinda. Egli eresse a Pavia la chiesa del Salvatore, che  situata fuori della porta occidentale chiamata Marenca, e l'arred con vari ornamenti, e la dot in buona misura di beni.
52. Morte dell'Augusto Eraclio, e di Costantino che gli successe; regno del secondo Costantino.
In quei giorni, essendo defunto l'Augusto Eraclio, a Costantinopoli assunse il potere suo figlio Eraclione, assieme alla madre Martina, e resse l'impero per due anni. Quando mor, gli successe il fratello Costantino, altro figlio di Eraclio, che regn per sei mesi, e, morto anche costui, ascese alla dignit regale suo figlio Costantino, che tenne il regno per ventotto anni.
53. Cesara, regina dei Persiani.
Circa in questo tempo, la moglie del re dei Persiani, di nome Cesara, uscita dalla Persia con un seguito di pochi fedeli, venne a Costantinopoli in visita privata, per amore della fede cristiana. Accolta onorevolmente dall'imperatore, dopo alcuni giorni ottenne il battesimo, come desiderava, e fu l'Augusta a levarla dal sacro fonte. Venutolo a sapere, suo marito, il re dei Persiani, invi ambasciatori all'Augusto a Costantinopoli, perch gli riconsegnasse sua moglie. Quando costoro giunsero dall'imperatore, riferirono le parole del re dei Persiani, che chiedeva di riavere la regina. Ma l'imperatore, che ignorava completamente la cosa, rispose alle loro richieste: "Della regina che cercate dichiariamo di non sapere nulla, eccetto che  venuta qui una donna in veste privata". Gli ambasciatori replicarono dicendo: "Se piace alla vostra maest, vorremmo vedere questa donna che dite". L'imperatore diede l'ordine che venisse, e, subito, appena la scorsero, gli ambasciatori si gettarono ai suoi piedi, e le fecero presente con grande reverenza che suo marito la richiedeva. Ma essa rispose loro: "Andate, riferite al vostro re e signore che non potr pi avermi come compagna del talamo, se non creder anche lui in Cristo cos come io ormai credo". A che dire altre parole? Ritornati in patria, gli ambasciatori riferirono al re tutto quello che avevano udito: e questi, senza sprecar tempo, venne pacificamente con sessantamila uomini a Costantinopoli dall'imperatore, dal quale fu ricevuto con benignit e molto onore. Egli credette in Cristo Signore assieme a tutti gli altri, e, asperso alla pari di loro con l'acqua del sacro battesimo, e levato dal fonte battesimale dall'Augusto, fu confermato nella fede cattolica. Onorato dall'Augusto con molti doni, e ripresa sua moglie, torn in patria lieto e pieno di gioia. Circa in questo periodo mor a Cividale il duca del Friuli Grasulfo, e Agone assunse la reggenza del ducato. A Spoleto, morto Teodelapio, venne fatto duca Attone.
54. Morte di Ariperto e del figlio suo Godeberto, che gli era successo. Regno di Grimoaldo. Morte del duca Garibaldo.
Ariperto incontr il suo ultimo giorno di vita, dopo che ebbe governato i Longobardi a Pavia per nove anni, e lasci il governo del regno ai due figli ancora adolescenti, Bertarido e Godeberto. Godeberto stabil la sede del regno a Pavia, Bertarido, invece, nella citt di Milano. Ma per opera di uomini malvagi, nacque tra i fratelli un germe di odio e di discordia, sicch l'uno cercava di impadronirsi del regno dell'altro. Fu questa la causa per cui Godeberto invi Garibaldo, duca di Torino, da Grimoaldo, allora valoroso duca di Benevento, invitandolo a venire al pi presto e a portargli aiuto contro suo fratello Bertarido, e promettendo che gli avrebbe dato in matrimonio la figlia del re, sua sorella. Ma l'ambasciatore ag fraudolentemente contro il suo signore, ed esort Grimoaldo a venire per prendersi il regno, poich i giovani fratelli lo stavano distruggendo, mentre lui, Grimoaldo, era maturo d'anni, ricco di saggezza, e fornito di valide forze. Grimoaldo, udendo queste parole, fu preso dall'ambizione di possedere il regno dei Longobardi, e cos, dopo aver nominato duca a Benevento suo figlio Romualdo, si mosse assieme ad una scelta schiera, trovando amici e sostenitori della sua impresa in tutte le citt che incontrava nel suo viaggio. Invi, inoltre, Trasemundo, conte di Capua, lungo la via di Spoleto e della Tuscia, per associare al suo progetto i Longobardi di quelle regioni. Trasemundo, assolta efficacemente la missione di cui era incaricato, gli venne incontro sulla via Emilia con molti sostenitori. Quando Grimoaldo giunse presso Piacenza, seguito ormai da una schiera forte e numerosa, mand avanti a Pavia Garibaldo, quello che gli era giunto come ambasciatore da parte di Godeberto, per avvertire, appunto, Godeberto del suo arrivo. Garibaldo, giunto dal suo re, lo inform che Grimoaldo stava arrivando, e, quando Godeberto gli chiese dove dovesse preparare l'alloggio per l'ospite, rispose che gli pareva ben fatto che Grimoaldo, venuto per lui e destinato a ricevere in matrimonio sua sorella, avesse ospitalit entro il palazzo. E cos si fece. Infatti, quando Grimoaldo arriv, ricevette ospitalit entro il palazzo. Sempre Garibaldo - seminatore di ogni nefandezza - persuase Godeberto a non venire a colloquio con Grimoaldo senza portare sotto la veste una corazzatura, affermando che Grimoaldo lo voleva uccidere. D'altro canto, questo orditore d'inganni and anche da Grimoaldo a dirgli che, se non si fosse premunito energicamente, Godeberto lo avrebbe ucciso con la spada, e lo avvert che il re, quando sarebbe venuto a parlare con lui, avrebbe portato una corazza sotto la veste. Che dire di pi? Venuti a colloquio il giorno successivo, Grimoaldo, nell'abbracciare Godeberto dopo l'atto di omaggio, sent subito che portava la corazza sotto la veste. Allora sguain la spada senza indugio e lo priv della vita, e s'impadron del suo regno e di tutto il potere. In quel tempo Godeberto aveva gi un figlio piccolino di nome Reginberto, che fu portato via e allevato di nascosto dai fedeli del padre; n Grimoaldo si cur di cercarlo, perch era ancora un bambinetto. Bertarido, che regnava a Milano, udito che suo fratello era stato ucciso, prese la fuga con quanta rapidit pot, e and da Cacano, re degli Avari, abbandonando la moglie Rodelinda e un figlio piccolo di nome Cuniberto, che Grimoaldo mand in esilio a Benevento. Questa vicenda si concluse cos. Garibaldo, il quale era stato l'istigatore, e per i cui intrighi tutto ci era avvenuto, e che aveva commesso non solo queste azioni, ma anche usato frode nella sua ambasceria - non aveva portato a Benevento tutti i doni che gli erano stati affidati -, ebbene, il responsabile di tali ribalderie, non ne godette a lungo. C'era, infatti, nella citt di Torino, un ometto di piccola statura, che traeva origine dalla stessa famiglia di Godeberto. Egli, sapendo che il duca Garibaldo sarebbe venuto a pregare il giorno santissimo della Pasqua nella basilica del beato Giovanni, sal sul sacro fonte del battistero, vicino a dove Garibaldo sarebbe dovuto passare, e, sorreggendosi con la mano sinistra alla colonnina della copertura, tenne una spada sguainata sotto il mantello. Quando Garibaldo gli giunse vicino e lo stava sorpassando, egli alz la spada, e lo colp con tale forza alla nuca che gli spicc d'un sol colpo la testa. Quelli del seguito di Garibaldo, precipitandosi su di lui, lo uccisero tempestandolo di colpi. Ma bench egli soccombesse, tuttavia vendic in modo insigne l'offesa fatta al suo signore Godeberto.
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LIBRO QUINTO.
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1. Grimoaldo, confermato re, prende in moglie la figlia del re Ariperto.
Grimoaldo, dunque, confermato sul trono a Pavia, non molto dopo prese come moglie la figlia del re Ariperto, che gli era stata promessa in precedenza, e della quale aveva ucciso il fratello Godeberto. Rimand, poi, alle proprie sedi, carichi di molti doni, gli armati di Benevento col cui aiuto aveva ottenuto il regno. Ne trattenne, per, un certo numero, offrendo a loro vastissimi possedimenti perch restassero con lui.
2. Fuga di Bertarido, suo ritorno da Grimoaldo, e nuova fuga in Francia.
Quando Grimoaldo venne a sapere che Bertarido era andato profugo in Scizia, e che dimorava presso Cacano, re degli Avari, gli mand a dire per mezzo di ambasciatori che, se avesse continuato ad ospitare Bertarido nel suo regno, per il futuro non avrebbe pi potuto mantenere la pace che aveva avuto con i Longobardi fino ad allora. Udendo questo messaggio, il re degli Avari, fatto venire Bertarido, gli disse di andarsene via dove voleva, perch gli Avari non dovessero contrarre inimicizia con i Longobardi a causa sua. Allora Bertarido si diresse verso l'Italia per tornare da Grimoaldo: aveva, infatti, udito che era assai clemente. Giunto, dunque, alla citt di Lodi, si fece precedere da Unulfo, uomo a lui fedelissimo, perch annunziasse la sua venuta al re Grimoaldo, e Unulfo, giunto dal re, gli annunci, appunto, che Bertarido stava arrivando per consegnarsi fiducioso nelle sue mani. Udendo ci, il re promise lealmente che, siccome si poneva sotto la sua protezione, non avrebbe subito nulla di male. Nel frattempo Bertarido era arrivato e, presentatosi a Grimoaldo, volle prostrarsi ai suoi piedi, ma il re lo trattenne con benignit, e lo rialz all'altezza del suo volto e del suo bacio. Allora Bertarido gli disse: "Sono tuo servo. Sapendo che tu sei cristianissimo e pio, anche se potevo vivere tra i pagani, mi sono fidato della tua clemenza, e sono venuto ai tuoi piedi". Ed il re gli ripet la promessa, con un giuramento, come era solito fare: "Per colui che mi fece nascere, dato che sei giunto facendo appello alla mia lealt, non subirai assolutamente nulla di male, ma provveder per te in modo che tu possa vivere con decoro". Poi, offrendogli alloggio in una dimora spaziosa, gli fece avere pace dopo le fatiche della vita, ordinando che si provvedesse generosamente con spesa pubblica al suo vitto e a quanto gli fosse di necessit. Bertarido si stabil nel luogo che gli era stato preparato dal re come soggiorno; per cominciarono subito a venire da lui in gran folla i cittadini di Pavia, per vederlo, o per fargli omaggio, se l'avevano conosciuto in precedenza. Che cosa non pu distruggere la maldicenza? Alcuni maligni adulatori andarono subito dal re, e lo ammonirono che, se non si fosse affrettato a privare della vita Bertarido, presto avrebbe perso il regno e perfino la vita lui stesso: e portavano a riprova il fatto che l'intera citt accorreva da quello. Grimoaldo si mostr troppo credulo a queste parole che udiva. Dimentico delle sue promesse, subito s'accese per il desiderio di dar morte all'innocente Bertarido, e, siccome per quella giornata l'ora era ormai troppo tarda, incominci a progettare su come privarlo della vita l'indomani. Alla sera, dunque, gli fece portare cibi di vario genere, e soprattutto vini e vari tipi di bevande, perch il giovane si ubriacasse, e, spossato per il molto bere e immerso nel vino, quella notte non fosse in grado di pensare alla propria salvezza. Ma uno, che aveva fatto parte del seguito di suo padre, nel mettere davanti a Bertarido una portata inviata dal re, abbass il capo fin sotto la mensa come per fargli ossequio, e lo avvert di nascosto che il re si disponeva a ucciderlo. Bertarido ordin subito al suo coppiere di non dargli altro liquido che un po' d'acqua, in una coppa d'argento. Cos, quando gli inviati del re gli offrirono i vari tipi di bevande, e lo pregarono che vuotasse la coppa fino in fondo in nome del sovrano, egli simulando di tracannarla tutta in onore del re, sorbiva, invece, poca acqua dal calice d'argento. Quando quei servi annunciarono al re che egli aveva bevuto con gran gusto, il sovrano rispose lieto: "Beva, pure, quell'ubriacone: domani restituir quel vino insieme col sangue". Bertarido, per, fatto venire con sollecitudine Unulfo, lo inform che il re progettava la sua morte. Subito Unulfo invi un servo a casa a prendere il corredo necessario, e gli ordin di preparargli il letto vicino a quello di Bertarido. Non pass tempo, e il re Grimoaldo invi i suoi armati a custodire la casa nella quale Bertarido dormiva, perch non potesse fuggire in nessun modo. Quando la cena fu finita, tutti gli altri uscirono, e rimasero soltanto Unulfo e il guardarobiere, che erano fedelissimi al loro signore. Allora Unulfo svel all'altro il suo piano e lo preg che, quando Bertarido fosse fuggito, desse, invece, a intendere che stava dormendo in camera sua, e mantenesse la finzione il pi a lungo possibile. Costui promise che l'avrebbe fatto; quindi Unulfo sistem sulle spalle e sul collo di Bertarido le sue lenzuola, il materasso, e una pelle d'orso, e cominci a spingerlo fuori della porta, trattandolo a bella posta come se fosse un servo di campagna, e gli gridava molte improperi, e non la smetteva di dargli sopra bastonate, e di spronarlo, tanto che, per gli spintoni e le battiture, lo fece cadere a terra pi di una volta. E quando gli sgherri del re, che erano stati posti di guardia, gli chiesero cos'era mai tutto ci, egli rispose: "Questo servo inetto mi ha preparato il letto nella stanza di quell'ubriaco di Bertarido, che  tanto pieno di vino da star disteso che pare un morto. Ma mi basta: ho corso dietro a questo dissennato fino ad ora: da adesso in poi, giuro sulla vita del re mio signore, che rester a casa mia". Le guardie all'udire queste parole, e convinti che fosse vero quel che sentivano, ne furono divertiti, e, facendo luogo, lo lasciarono andare insieme con Bertarido, che credevano un servo, dato che aveva il capo coperto per non essere riconosciuto. Andati via che furono, dunque, quel fedelissimo guardarobiere serr con cura la porta e rimase dentro lui solo. Unulfo cal Bertarido con una fune da quell'angolo delle mura che guarda verso il fiume Ticino, e gli diede i compagni che pot. Il gruppetto, presi alcuni cavalli che trovarono al pascolo, arriv quella stessa notte nella citt di Asti, dove stavano certi amici di Bertarido. Il giovane, quindi, si diresse al pi presto verso Torino, e superati, poi, i confini dell'Italia, giunse nella patria dei Franchi. E cos Dio onnipotente, nella sua misericorde provvidenza, sottrasse alla morte un innocente, e salv dal commettere ingiustizia un re che aveva buone intenzioni nel suo animo.
3. Clemenza del re Grimoaldo verso Unulfo e il guardarobiere di Bertarido.
Il re Grimoaldo, intanto, mentre credeva che Bertarido dormisse nel suo alloggio, schier numerosi uomini da una parte e dall'altra della strada che andava dagli appartamenti di lui fino al suo palazzo, perch Bertarido fosse costretto a passare in mezzo a loro e non avesse modo di fuggire. Quando giunsero i messi da parte del re per invitarlo a palazzo, ed ebbero bussato alla porta dove credevano che stesse dormendo, il guardarobiere, da dentro, disse pregandoli: "Abbiate comprensione per lui, e lasciate che riposi un po', perch  ancora stanco del viaggio e sta dormendo un sonno profondissimo". Essi gli dettero retta, e riferirono al re che Bertarido riposava ancora, immerso in un sonno profondo. Ma quello osserv: "Cos tanto vino ha ingurgitato ieri sera, che ancora non riesce a destarsi?", e ordin loro di andarlo a svegliare e di portarlo subito al palazzo. Tornati alla porta della stanza in cui supponevano che Bertarido dormisse, cominciarono a bussare pi forte. E il guardarobiere prese di nuovo a pregarli che lo lasciassero dormire ancora un po', ma essi, irritati e strepitando che quell'ubriaco aveva dormito abbastanza, sfondarono subito a calci la porta della camera, e, entrati, cercarono Bertarido nel letto. Poich non lo trovarono, ebbero il sospetto che si fosse appartato per i bisogni naturali, ma, non avendolo rintracciato neanche l, chiesero al guardarobiere che cosa ne fosse del suo padrone: e quello rispose che era fuggito. Furenti, lo afferrarono subito per i capelli e lo trascinarono fino alla presenza del re, sbraitando ch'era complice della fuga di Bertarido e che assolutamente meritava la morte. Ma il re ordin che lo lasciassero, e lo interrog per sapere punto per punto come Bertarido fosse fuggito. Il guardarobiere narr tutto come era stato fatto. Allora il re chiese ai circostanti: "Che vi sembra di quest'uomo, che ha commesso tali azioni?". Tutti, ad una voce, risposero che meritava di morire, torturato con ogni supplizio. Ma il re ribatt: "Per colui che mi fece nascere! Quest'uomo  degno di esser trattato bene, perch non rifiut di consegnarsi alla morte per fedelt verso il suo signore". E gli ordin di stare tra i suoi guardarobieri, esortandolo ad avere verso di lui la stessa fedelt che aveva avuto verso Bertarido, e promettendo che gli avrebbe elargito molti benefici. Poi volle sapere che cosa fosse accaduto di Unulfo: gli fu riferito che aveva trovato rifugio nella basilica del beato Michele Arcangelo(112). Allora Grimoaldo gli mand subito dei messi, promettendogli di sua iniziativa che non avrebbe subito nulla di male: bastava che si consegnasse nelle sue mani. Unulfo, udendo tale impegno, venne subito a palazzo, e si prostr ai piedi del re, che lo interrog su come e qualmente Bertarido avesse potuto fuggire. Quando egli ebbe raccontato tutto quanto esattamente, il re lod la sua fedelt e la sua accortezza, e gli concesse con clemenza di conservare tutte le sue ricchezze e qualunque altro bene potesse avere.
4. Grimoaldo rimanda Unulfo e il guardarobiere da Bertarido.
Dopo qualche tempo, il re chiese a Unulfo se volesse vivere i suoi giorni con Bertarido, ed egli giur che avrebbe preferito morire con Bertarido piuttosto che vivere una vita di piaceri altrove. Allora il re chiese al guardarobiere se preferiva restare nel palazzo con lui oppure vivere in esilio con Bertarido. E poich anche quello diede una risposta simile a Unulfo, il re, accogliendo con benevolenza le loro parole, e lodando la loro fedelt, ordin a Unulfo di pigliarsi quel che voleva dalla sua casa, vale a dire schiavi, cavalli, e vari oggetti dell'arredo, e di andarsene sano e salvo da Bertarido. E parimenti lasci libero il guardarobiere. I due, profittando della benigna concessione del re, presero su tutto quel che gli occorreva delle loro cose, e si diressero, con l'aiuto del re stesso, dal loro amato Bertarido nella patria dei Franchi. 
5. Guerra e vittoria di Grimoaldo contro i Franchi.
In quel tempo un esercito dei Franchi, uscendo dalla Provenza, entr in Italia. Grimoaldo si mosse contro di loro con i Longobardi, e li ingann con questo stratagemma. Simulando di fuggire di fronte al loro attacco, condusse via gli uomini, lasciando completamente sguarnito l'accampamento, dove tutte le tende erano colme di ogni ben di Dio, e specialmente di una gran quantit di ottimo vino. Quando le schiere dei Franchi vi giunsero, convinte che Grimoaldo e i Longobardi avessero abbandonato intatto l'accampamento perch atterriti dalla paura, si dispersero festosi a impadronirsi subito di tutto, e imbandirono una lautissima cena. Ma, quando si furono addormentati, appesantiti per le diverse portate, e torpidi per il gran vino bevuto e pieni di sonno, Grimoaldo piomb su di loro dopo la met della notte, e ne fece tanta strage che pochi di quelli riuscirono con fatica a scampare e a tornare in patria. Il luogo dove avvenne questo scontro con i Franchi, ancor oggi  chiamato Rivo, e non  molto lungi dalle mura della citt di Asti.
6. L'Augusto Costante, venuto in Italia, assedia Benevento.
In quei giorni, l'Augusto Costantino (che fu chiamato anche Costante), poich desiderava sottrarre l'Italia dalle mani dei Longobardi, usc da Costantinopoli, costeggi il litorale fino ad Atene, e, fatta la traversata da l, approd a Taranto. Tuttavia, prima and da un eremita, che si diceva avere lo spirito di profezia, chiedendogli con sollecitudine se sarebbe riuscito a vincere e dominare il popolo dei Longobardi che abitava in Italia. Quel servo di Dio gli chiese una notte di tempo per rivolgere suppliche al Signore su questo argomento, e, venuta mattina, cos rispose all'Augusto: "La gente dei Longobardi non pu essere vinta da nessuno, perch una regina, venuta da altri paesi, ha costruito nel loro territorio una basilica al beato Giovanni Battista, e perci lo stesso beato Giovanni intercede continuamente a favore di quel popolo. Ma verr un tempo quando tale santuario non sar pi tenuto in onore, e allora quella gente perir". E noi comproviamo che questo accadde, perch, prima della rovina dei Longobardi, vedemmo in mano a vili individui la basilica del beato Giovanni sita nella cittadina di Monza, sicch quel luogo venerabile non veniva assegnato per i meriti di vita, ma era usato come oggetto di compenso da elargire a persone indegne e adultere.
7. Grimoaldo viene a Benevento, invitato da suo figlio Romoaldo.
Come gi dicemmo, l'Augusto Costante era giunto a Taranto. Da l si mosse per penetrare nel territorio dei Beneventani, e conquist quasi tutte le citt dei Longobardi per dove pass. Lucera, ricca citt dell'Apulia, l'espugn, vi entr, e la rase fino al suolo. Non pot, invece, prendere Acerenza, protetta dalle sue fortissime difese naturali, ma circond Benevento e cominci ad assalirla violentemente con tutto il suo esercito. Allora vi teneva il ducato Romoaldo, figlio ancora giovinetto di Grimoaldo. Appena seppe dell'arrivo dell'imperatore, il giovane invi il suo precettore, chiamato Sesualdo, oltre il Po da suo padre Grimoaldo, scongiurandolo di venire al pi presto, e di portare un forte soccorso al figlio e ai Beneventani, che egli stesso aveva nutriti. Il re Grimoaldo udendo ci, subito prese a dirigersi con l'esercito verso Benevento, per portare aiuto a suo figlio. Ma numerosi Longobardi lo abbandonarono durante il viaggio e tornarono alle loro sedi, dicendo che, dopo aver spogliato il palazzo, aveva preso la via di Benevento per non tornare pi indietro. Intanto, l'esercito dell'imperatore assaliva violentemente Benevento con molte macchine da guerra, e, per parte sua, Romoaldo resisteva valorosamente insieme con i Longobardi. E, sebbene non osasse affrontare in uno scontro sul campo un esercito cos grande a causa dello scarso numero dei suoi uomini, faceva tuttavia frequenti irruzioni nel campo dei nemici con gruppi di giovani arditi, e causava loro gravi disastri da ogni parte. Quando Grimoaldo era ormai in procinto di giungere, mand dal figlio quel precettore di cui abbiamo gi detto, perch gli annunciasse il suo arrivo. Ma l'uomo, giunto presso Benevento, fu catturato dai Greci. Portato dall'imperatore venne interrogato da dove venisse. Rispose che era mandato da parte del re Grimoaldo, e che il re in persona era l l per arrivare. L'imperatore, sgomento, prese la decisione assieme ai suoi di fare la pace con Romoaldo per potersene tornare a Napoli.
8. L'imperatore si allontana da Benevento, dopo aver accettato la sorella di Romoaldo come ostaggio.
Fece, dunque, la pace con Romoaldo, ricevendo in ostaggio la sorella di lui, che aveva nome Gisa. Poi ordin di condurre davanti alle mura il precettore del duca, minacciandogli la morte se avesse fatto cenno a Romoaldo o ai cittadini dell'arrivo dei soccorsi: doveva sostenere, al contrario, che il re non poteva assolutamente venire. Sesualdo promise che avrebbe fatto come gli veniva imposto; e, una volta giunto vicino alle mura, chiese di vedere Romoaldo. Ma, subito appena il duca arriv, gli parl cos: "Sta' saldo e pieno di fiducia, o signore mio Romoaldo, e non essere angustiato, perch tuo padre sar presto qui a darti aiuto: devi sapere, infatti, che questa notte egli sosta presso il fiume Sangro con un forte esercito. Ti prego solo di avere misericordia per mia moglie e i miei figli, perch questa perfida gente non mi lascer in vita". E, in effetti, dopo che ebbe detto queste parole, per ordine dell'imperatore gli tagliarono la testa, e la gettarono nella citt con quella macchina da guerra che chiamano catapulta da pietre. Romoaldo ordin che quel capo gli fosse portato, e lo baci in lacrime, e lo fece tumulare in una degna sepoltura. 
9. Il conte di Capua Mitola combatte vittoriosamente l'esercito dell'imperatore.
L'imperatore, dunque, temendo il rapido arrivo del re Grimoaldo, rinunci all'assedio di Benevento, e part per Napoli. Il conte di Capua Mitola si scontr vittoriosamente con l'esercito imperiale vicino al corso del fiume Calore, in un luogo che ancor oggi  chiamato Pugna.
10. Romoaldo vince Saburro, mandato dall'imperatore con ventimila uomini.
Dopo che l'imperatore giunse a Napoli, uno dei suoi nobili - a quel che si racconta - di nome Saburro, chiese all'Augusto ventimila uomini, e gli promise che avrebbe combattuto e vinto Romoaldo. Ricevette i soldati richiesti, e pose il campo quando giunse nel luogo chiamato Forino. Grimoaldo, che gi era arrivato a Benevento, udendo la notizia, volle marciare contro di lui, ma suo figlio Romoaldo gli disse: "Non ce n' bisogno, basta che diate a noi una parte del vostro esercito. Io lo combatter, con l'aiuto di Dio, e, quando l'avr vinto, verr maggiore gloria alla vostra potenza". Cos si fece: ebbe una parte dell'esercito del padre, e, associatala ai suoi uomini, part contro Saburro. Prima di attaccare battaglia contro di lui, ordin che si sonassero le trombe da quattro punti, e poi si precipit arditamente contro i nemici. Mentre ambedue le schiere combattevano con forte accanimento, uno dell'esercito reale, di nome Amalongo, che era solito portare la lancia del re, colp un Greco, violentemente, a due mani, proprio con quella picca e lo strapp dalla sella dove stava, e lo alz in aria sopra la sua testa. Vedendo questo fatto, l'esercito dei Greci fu di botto colpito da una paura incontenibile: si volse in fuga, e, fatto a pezzi fino alla distruzione, procur con la sua rotta la disfatta a s, e la vittoria a Romoaldo e ai Longobardi. Cos Saburro, che aveva promesso al suo imperatore di alzare il trofeo della vittoria sui Longobardi, gli port ignominia tornando con pochi dei suoi. Romoaldo, invece, ottenuta la vittoria sugli avversari, torn in trionfo a Benevento, e col dissolvere la paura dei nemici port sicurezza a tutti.
11. Mali procurati dall'Augusto Costante ai Romani. Saccheggio delle singole regioni. Morte dell'Augusto.
L'Augusto Costante, vedendo che non era riuscito a nulla contro i Longobardi, rivolse tutte le minacce della sua crudelt contro i suoi, cio contro i Romani. Infatti, uscito da Napoli, si diresse a Roma. L, a sei miglia dalla citt, gli venne incontro il papa Vitaliano con i sacerdoti e il popolo romano. L'Augusto, giunto alla soglia di San Pietro, gli offerse un pallio intessuto d'oro. Rimasto fra i Romani per dodici giorni, fece togliere tutti quegli ornamenti di bronzo che erano stati collocati fin dai tempi antichi per abbellire la citt, e arriv al punto di togliere la copertura anche alla basilica della beata Maria, che una volta era chiamata Pantheon, ed era stata costruita in onore di tutti gli dei, ma che, ormai, per concessione dei principi precedenti, era tempio di tutti i martiri: ne tolse le tegole di bronzo, e le mand a Costantinopoli insieme con tutti gli altri ornamenti. Poi, tornato a Napoli, prosegu per via di terra fino alla citt di Reggio. Entrato in Sicilia durante la settima indizione, prese alloggio a Siracusa, e impose tali vessazioni al popolo, e agli abitanti, e ai possidenti della Calabria, della Sicilia, dell'Africa e della Sardegna, quali prima non si erano mai udite, separando perfino le mogli dai mariti, o i figli dai genitori. Ma furono anche altre e inaudite le sofferenze che i popoli di quelle regioni dovettero subire, sicch non rimaneva ormai speranza di vita a nessuno. Infatti, per ordine imperiale e per l'avidit dei Greci, furono portati via i vasi e i tesori delle sante chiese di Dio. L'imperatore rimase in Sicilia dalla settima indizione fino alla dodicesima(113) ; ma alla fine pag il fio di tante iniquit, e fu ucciso dai suoi mentre si lavava nel bagno. 
12. Impero di Mecezio. Sua morte.
Ucciso a Siracusa l'imperatore Costante, prese il   potere Mecezio in Sicilia, ma contro la volont dell'esercito d'Oriente. Sicch i soldati dell'esercito d'Italia mossero contro di lui, alcuni lungo l'Istria, altri passando per la zona della Campania, altri ancora giungendo dalle parti dell'Africa e della Sardegna, e irruppero con la forza in Siracusa, e lo privarono della vita. Molti dei suoi magistrati furono decapitati, molti furono condotti a Costantinopoli, e, insieme con loro, vi fu anche portata la testa del falso imperatore.
13. I Saraceni, venendo da Alessandria, devastano la Sicilia, e fanno preda di tutto ci che l'Augusto Costante aveva portato via da Roma.
Informati di quanto era avvenuto, la gente dei Saraceni, che aveva occupato Alessandria e l'Egitto, arriv all'improvviso con molte navi. Invadendo la Sicilia, entrarono in Siracusa, e fecero una grande strage di gente, poich sfuggirono solo quei pochi che si erano rifugiati nei castelli pi protetti e sulle cime dei monti. Fecero un grande bottino prendendo tutti gli ornamenti, di bronzo e di altro genere, che l'Augusto Costante aveva portato via da Roma, e cos tornarono ad Alessandria.
14. Morte di Gisa, sorella di Romoaldo.
La figlia del re, di nome Gisa, che gi dicemmo portata via da Benevento come ostaggio, chiuse i suoi giorni nel viaggio che la portava in Sicilia.    
15. Le grandi piogge e i tuoni straordinari che successero in quel tempo.
In quel tempo vi furono tante piogge e tanti tuoni, che nessuno ricordava fossero mai prima venuti, sicch innumerevoli uomini e migliaia di animali morirono uccisi dai fulmini. In quell'anno i legumi, che non s'erano potuti raccogliere a causa delle piogge, rispuntarono e arrivarono fino a maturazione.
16. Il re Grimoaldo ordina duca di Spoleto Trasemundo, e gli d in matrimonio sua figlia.
Grimoaldo, una volta strappati Benevento e le sue province ai Greci, decidendo di tornare nel suo palazzo a Pavia, dispose chi doveva succedere al duca di Spoleto Attone, di cui abbiamo detto precedentemente, e nomin Trasemundo, che era stato fino ad allora conte di Capua e che aveva collaborato validissimamente con lui per fargli ottenere il regno. Dopo avergli dato in moglie una sua figlia, che era un'altra sorella di Romoaldo, torn a Pavia.
17. A Cividale, dopo Grasulfo, regge il ducato Agone, e, dopo di questo, viene nominato duca Lupo.
Dal momento che - come avevamo gi anticipato - il duca Grasulfo del Friuli era defunto, a succedergli nel ducato fu posto Agone, dal quale ancor oggi prende il nome di "casa di Agone" un edificio che si trova in Cividale. Quando costui mor, venne fatto duca del Friuli Lupo. Questi, per una strada che anticamente attraversava il mare, entr con un esercito di cavalieri nell'isola di Grado, che si trova non lontano da Aquileia. Poi, depredando quella comunit, prese i tesori della Chiesa di Aquileia, e li port via. Era a Lupo che Grimoaldo aveva affidato il suo palazzo, quando si diresse a Benevento.
18. Il duca Lupo si ribella contro Grimoaldo.
Questo Lupo si era comportato con molta arroganza a Pavia, quando il re era lontano, perch non credeva che sarebbe tornato. Sicch, al ritorno di Grimoaldo, sapendo che il suo comportamento non gli era piaciuto, conscio delle sue scorrettezze, si ribell contro il re tornando in Friuli.
19. Guerra di questo duca contro gli Avari.
Allora Grimoaldo, non volendo far scoppiare una guerra civile tra i Longobardi, mand a dire al re degli Avari Cacano che venisse nel Friuli con un esercito contro il duca Lupo, per eliminarlo con le armi. E cos accadde. Giunto Cacano con un grande esercito nel luogo detto Flovio, come ci raccontarono dei vecchi che avevano partecipato proprio a quella battaglia, Lupo e i Friulani combatterono per tre giorni contro gli armati di Cacano. Nella prima giornata, Lupo schiacci il pur forte esercito dell'avversario, concludendo lo scontro con pochi feriti soltanto; nella seconda, pur trovandosi a subire numerosi feriti e morti, uccise del pari molti degli Avari. E anche il terzo giorno, quando ormai i pi dei suoi si trovavano morti o feriti, ciononostante, distrusse una grande banda di Cacano, e si impadron di una lauta preda. Il quarto giorno, per, si videro venire contro un'orda cos sterminata che a malapena qualcuno pot salvarsi fuggendo.
20. Morte del duca Lupo. Gli Avari devastano il territorio del Friuli.
Morto, dunque, l il duca Lupo, quelli che erano rimasti si trincerarono nei castelli. E gli Avari, sparpagliandosi per tutte quelle zone, misero a sacco ogni cosa o la distrussero appiccandovi il fuoco. Quando erano alcuni giorni che devastavano, fu intimato loro da Grimoaldo che ponessero fine a quel saccheggio. Ma essi mandarono a dire in risposta che non avrebbero lasciato il Friuli, terra che avevano conquistato con le loro armi.  
21. Gli Avari, che non volevano andarsene dal Friuli, ne vengono allontanati da un'astuzia di Grimoaldo.
Allora Grimoaldo, costretto dalla necessit, ordin di radunare l'esercito per cacciare gli Avari dai suoi territori. Stabil, dunque, il campo di fronte a quello degli Avari, in mezzo ad una piana. Era per giunto con una parte esigua del suo esercito e, dato che Cacano gli aveva mandato alcuni ambasciatori, davanti ai loro occhi fece sfilare pi e pi volte, durante alcuni giorni, i medesimi soldati, ma abbigliati e armati in modo sempre diverso, come se gli continuassero ad arrivare truppe con flusso continuo. Gli ambasciatori degli Avari, vedendo il continuo transitare in fogge diverse di quello che era invece sempre lo stesso esercito, credettero che il numero dei Longobardi fosse immenso. Allora Grimoaldo disse loro: "Io mi precipiter subito su Cacano con tutto lo sterminato numero di armati che avete visto, e disperder l'esercito degli Avari, se non saranno usciti rapidamente dal territorio del Friuli". Viste e udite queste cose, i messi degli Avari le annunciarono al loro re, il quale subito torn nel proprio regno con tutta la sua armata.
22. Varnefrido, figlio di Lupo.
Morto Lupo nel modo che abbiamo raccontato, suo figlio Varnefrido volle ottenere il ducato del Friuli, succedendo al padre, ma, siccome teneva le forze del re Grimoaldo, fugg presso la gente degli Slavi a Carnunto, luogo che usano chiamare Carantano, storpiandone il nome. In seguito venne con gli Slavi, come per riprendere il ducato grazie alle loro forze, ma fu assalito dai Friulani presso la rocca di Nimis, luogo non molto distante da Cividale, e fu ucciso.   
23. Il duca di Cividale Vectari. Sua vittoria.
Fu, poi, ordinato duca del Friuli Vectari, il quale era originario della citt di Vicenza, uomo benevolo e che governava con mitezza il popolo. Quando la gente degli Slavi ud che egli era andato a Pavia, riunirono un forte numero di armati e vollero fare una spedizione contro la fortezza di Cividale. Qui giunti, posero il campo in un luogo chiamato Broxas, non lontano dalla citt. Per disposizione divina era successo, per, che il duca Vectari la sera prima era tornato da Pavia, senza che gli Slavi lo venissero a sapere. Come di consueto, i suoi conti erano gi tornati alle proprie dimore, quando egli, udita la notizia dell'arrivo degli Slavi, procedette contro gli invasori con quei pochi venticinque uomini che aveva. Gli Slavi, vedendo arrivare un gruppo cos sparuto, scoppiarono a ridere, dicendo che veniva contro di loro il patriarca con i chierici. Egli, intanto, si avvicin al ponte sul fiume Natisone, che era proprio dove gli Slavi erano accampati, e, togliendosi l'elmo dal capo, mostr le sue fattezze agli avversari: era infatti calvo. Quando gli Slavi lo riconobbero, subito turbati si misero a gridare che c'era Vectari. E, poich Dio li atterriva, pensarono pi alla fuga che alla battaglia. Allora Vectari, precipitandosi su di loro con l'esigua schiera che aveva, ne fece tanta strage che di cinquemila uomini furono a stento pochi quelli che riuscirono a sfuggire.
24. Morte di Vectari. Gli succede Laudari, e, dopo di lui, tiene il ducato Rodoaldo.
Dopo Vectari, tenne il ducato del Friuli Laudari, e, morto anche lui, gli successe nel ducato Rodoaldo.
25. Grimoaldo unisce in matrimonio a suo figlio Romoaldo la figlia del duca Lupo.
Morto, come dicemmo, il duca Lupo, il re Grimoaldo diede in matrimonio la figlia di lui, di nome Teoderada, a suo figlio Romoaldo, che reggeva il ducato di Benevento. Da essa egli ebbe tre figli, cio Grimoaldo, Gisulfo, e Arichi.
26. Grimoaldo si vendica di quelli che lo avevano abbandonato.
Il re Grimoaldo vendic anche l'offesa subita da tutti quelli che lo avevano abbandonato, quando s'era diretto a Benevento.
27. Grimoaldo espugna Forlimpopoli e la distrugge.
Distrusse, anche, la citt romana di Forlimpopoli, i cui abitanti gli avevano causato danni durante la sua calata a Benevento, e avevano pi d'una volta attentato ai suoi messaggeri che partivano da quella citt o che vi tornavano. Oper cos. Entrato in Tuscia attraverso il monte Bardone senza che i Romani ne avessero il minimo sentore, piomb inaspettato su quella citt proprio nel santissimo giorno del sabato di Pasqua, all'ora in cui si conferiva il battesimo, e fece una tale strage di morti, che uccise nello stesso sacro fonte perfino i diaconi che battezzavano i bambini. Stronc talmente quella citt che anche oggi vi restano pochissimi abitanti.
28. Odio di Crimoaldo verso i Romani.
In realt Grimoaldo nutriva un odio smisurato verso i Romani per il fatto che una volta avevano ingannato i suoi fratelli Tasone e Caccone, venendo meno alla parola data. Per questo motivo distrusse dalle fondamenta la citt di Oderzo, nella quale erano stati uccisi, e spart il territorio di quelli che l'abitavano tra i Friulani, i Trevigiani e i Cenedesi.    
29. Il duca dei Bulgari Alzecone viene insediato con i suoi nel territorio di Benevento.
Durante questi tempi, un duca dei Bulgari, di nome Alzecone, allontanatosi dalla sua gente non si sa per quale motivo, entr pacificamente in Italia, e si present al re Grimoaldo insieme con tutto l'esercito del suo ducato, promettendo che lo avrebbe servito e chiedendo di stabilirsi nel suo territorio. Il re lo invi a Benevento da suo figlio Romoaldo, al quale ordin di concedere ad Alzecone alcune localit affinch vi si stanziasse con il suo popolo. Romoaldo, ricevendoli con benevolenza, assegn loro da abitare luoghi spaziosi, fino a quel tempo deserti, e cio Sepino, Boiano e Isernia, ed altre cittadine con i loro territori, e ordin che lo stesso Alzecone, cambiando il titolo, anzich duca fosse chiamato gastaldo. Questi Bulgari abitano ancor oggi nei luoghi che ho indicato, e, sebbene parlino anche il linguaggio locale(114), tuttavia non hanno perso affatto l'uso della loro lingua.
30. Ucciso il tiranno Mecezio, Costantino viene acclamato prncipe dei Romani, succedendo all'Augusto Costante.
Spento, come dicemmo, in Sicilia l'Augusto Costante, e punito con la morte l'usurpatore Mecezio, che gli era succeduto, assunse il potere Costantino, figlio dell'Augusto Costante, che imper sui Romani per diciassette anni. Al tempo di Costantino, l'arcivescovo Teodoro e l'abate Adriano, uomini ambedue dottissimi, furono inviati in Britannia dal papa Vitaliano, e con la dottrina della Chiesa resero la terra degli Angli feconda di moltissime chiese. Questo vescovo Teodoro indic quali giudizi fossero da dare ai peccatori, precisando con mirabile e chiara distinzione quanti anni ognuno debba fare penitenza per ciascun singolo peccato.
31. La stella cometa. Le opere del papa Dono.
Nel tempo che segu, durante il mese di agosto apparve a oriente una stella cometa che emanava raggi molto risplendenti, la quale, poi, volgendo indietro il suo corso, disparve. Non pass tempo, e segu una grave epidemia, sempre dalla parte di oriente, e il popolo dei Romani ne rimase devastato. In questi giorni, Dono, papa della Chiesa di Roma, paviment splendidamente, con grandi lastre di marmo candido, il luogo che  chiamato Paradiso, davanti alla basilica del beato Pietro apostolo. 
32. Bertarido si dispone ad andare nel regno dei Sassoni, in Britannia.
In quel tempo, governava il regno dei Franchi in Gallia, Dagoberto, con cui il re Grimoaldo aveva stretto un saldissimo trattato di pace. Ma Bertarido, che temeva le forze di Grimoaldo anche se si era stabilito nella patria dei Franchi, usc dalla Gallia e si dispose ad andare nell'isola della Britannia, dal re dei Sassoni.
33. Morte del re Grimoaldo. Ritorno di Bertarido, e suo regno.
Grimoaldo, per, trascorsi nove giorni da che era stato riportato nel suo palazzo dopo una flebotomia, imbracci l'arco e tent di colpire con la freccia una colomba. Ma nel far questo la vena del suo braccio si ruppe e i medici, applicandovi - come raccontano - dei medicamenti avvelenati, lo privarono compietamente della vita. Grimoaldo aggiunse all'editto emanato dal re Rotari alcuni capitoli di legge, che gli sembrarono utili. Dotato di un fisico fortissimo, eccelleva per audacia; ebbe il capo calvo, la barba lunga, fu dotato di avvedutezza non meno che di forza. Il suo corpo fu sepolto nella basilica del beato Ambrogio martire, che poco prima aveva fatto costruire all'interno della citt di Pavia. Egli aveva preso il trono dei Longobardi quand'erano trascorsi un anno e tre mesi dalla morte del re Ariperto, e regn per nove anni, lasciando re in et ancora puerile suo figlio Garibaldo, che aveva avuto dalla figlia del re Ariperto. Come avevamo cominciato a raccontare, dunque, Bertarido, uscito dalla Gallia, sal su una nave per trasferirsi nell'isola della Britannia, presso il regno dei Sassoni. Dopo che s'era gi inoltrato un po' al largo, fu udita una voce dalla costa, che chiedeva se Bertarido stesse su quella nave. E, sentita la risposta che Bertarido era l, quello che gridava soggiunse: "Ditegli che ritorni nella sua patria, perch fanno tre giorni oggi da che Grimoaldo  stato sottratto a questo mondo". Come ebbe udito, Bertarido torn subito indietro, ma, arrivato sulla spiaggia, non pot trovare la persona che aveva annunciato la morte di Grimoaldo: perci ritenne che quello non fosse un uomo, ma un messo divino. Tornando in patria, quando fu giunto ai confini dell'Italia trov una gran folla di Longobardi, che gli avevano preparato ogni ossequio di corte e gli riconoscevano piena dignit regale. E cos, rientrato a Pavia e rimosso dal trono il piccolo Garibaldo, Bertarido fu riconosciuto re da tutti i Longobardi nel terzo mese dopo la morte di Grimoaldo. Fu un uomo pio, di fede cattolica, tenace nella giustizia, generosissimo sostenitore dei poveri. Egli mand subito dei messi a Benevento, per richiamare da l sua moglie Rodelinda e suo figlio Cuniberto.
34. I monasteri, fatti costruire uno da Bertarido, e uno dalla sua regina.
Quando assunse la dignit regale, fece costruire in onore del suo Signore e liberatore, nel luogo che sta dalla parte del fiume Ticino per dove egli una volta era fuggito, il monastero che  chiamato Nuovo, dedicato alla santa Vergine e alla martire Agata. Riun in esso molte giovani, e lo arricch di numerose e svariate risorse e di ornamenti. La regina Rodelinda, sua consorte, fece erigere con una splendida costruzione, fuori le mura della stessa citt di Pavia, la basilica che  dedicata alla santa Genitrice di Dio, e che viene chiamata "Alle Pertiche", e la imprezios con meravigliosi ornamenti. Quel luogo si chiama "Alle Pertiche" per il motivo che l, una volta, stavano erette delle pertiche, cio dei pali, che, secondo il costume dei Longobardi, si solevano alzare per questo motivo: se accadeva che uno fosse stato ucciso in qualche luogo, o in guerra o in qualsiasi altra maniera, i suoi consanguinei piantavano una pertica entro il suo sepolcro, e sulla sommit di essa ponevano una colomba intagliata nel legno, che fosse volta verso quel luogo dove il loro caro era morto, perch si potesse sapere in quale parte riposasse il defunto. 
 35. Regno di Bertarido insieme col figlio Cuniberto.
Bertarido, dopo aver regnato da solo per sette anni, all'ottavo si associ nel governo il figlio Cuniberto, col quale regn insieme per un decennio.
 36. Prima ribellione di Alachi, e suo perdono.
Mentre vivevano in grande pace, e da ogni parte tutt'intorno c'era tranquillit, si sollev contro di loro un figlio dell'iniquit di nome Alachi, a causa del quale, sconvolta la pace, avvennero grandissime stragi nel regno dei Longobardi. Mentre egli era duca nella citt di Trento, entr in conflitto con un conte dei Bavari, che essi dicono "gravione", che governava Bolzano e altre roccaforti, e lo vinse brillantemente. Imbaldanzito da tale evento, alz la mano anche contro il suo re Bertarido, e, ribellandosi, si fortific dentro il castello di Trento. Quando il re Bertarido avanz contro di lui e lo strinse in assedio, Alachi fece una sortita con i suoi in modo subitaneo ed imprevisto, e danneggi il campo del re, costringendo il re stesso a cercare la fuga. Ciononostante, fu poi perdonato da Bertarido per opera di Cuniberto, il figlio del re, che gi da tempo gli era affezionato. E, bench il re avesse voluto pi di una volta ucciderlo, suo figlio Cuniberto gli imped sempre di farlo, reputando che Alachi sarebbe rimasto fedele per il futuro. N smise di insistere presso il padre finch gli ottenne il ducato di Brescia, bench suo padre protestasse ripetutamente che Cuniberto lo faceva a sua rovina, dato che offriva ad un avversario le forze per aspirare al regno. In realt, Bertarido temeva che Alachi diventasse troppo potente grazie al sostegno di quei numerosi nobili longobardi che c'erano nella citt di Brescia. In questi giorni, il re Bertarido fece costruire, nella citt di Pavia, quell'opera meravigliosa che  la porta contigua al palazzo chiamata Palatina.
37. Morte di Bertarido e regno di Cuniberto.
Il re Bertarido lasci questo mondo dopo aver regnato per diciotto anni, prima da solo e poi con suo figlio, ed il suo corpo fu sepolto presso la basilica del Signore Salvatore, che suo padre Ariperto aveva costruito. Ebbe statura proporzionata, corpo sodo, fu mite e gentile in ogni cosa. Il re Cuniberto prese come moglie Ermelinda, della stirpe degli Anglo-Sassoni. Un giorno la regina vide nel bagno la giovane Teodote, di nobilissima stirpe romana, dalla figura elegante e adorna di splendidi capelli biondi lunghi fin quasi ai piedi, e ne parl al marito Cuniberto, lodandone la bellezza. Egli dissimul di fronte alla moglie il piacere che provava al sentire queste parole, ma s'accese di grande amore per la giovane. Senza indugio, and a caccia nel bosco che chiamano Urbe, e ordin a sua moglie Ermelinda di venire con lui. Poi, la notte, se ne part tornando a Pavia, e, fatta venire la giovane Teodote, si accompagn con lei. La mand, quindi, nel monastero che si trova entro Pavia, il quale fu poi chiamato col suo nome(115).
38. Alachi invade il palazzo di Cuniberto.
Alachi, realizzando l'iniquit che aveva concepita gi da tempo, dimentico dei grandi benefici che il re Cuniberto aveva riversato su di lui, e anche del giuramento con il quale s'era impegnato ad essergli in tutto fedele, quando Cuniberto fu lontano occup il trono e il palazzo posto entro Pavia, sostenuto da Aldone e Grausone, cittadini di Brescia, e anche da molti altri fra i Longobardi. Cuniberto, ricevuta questa notizia nel luogo dove stava, si rifugi sull'isola del lago Lario, non lontano da Como, e l si fortific saldamente. Allora tutti quelli che lo amavano dovettero subire una grande tribolazione, e specialmente i sacerdoti e i chierici, che Alachi detestava tutti. In quel tempo era vescovo della Chiesa di Pavia l'uomo di Dio Damiano, insigne per santit e ben istruito nelle arti liberali. Egli, vedendo che Alachi s'era impadronito del palazzo, al fine che non causasse nulla di male n a lui n alla sua Chiesa, gli mand il suo diacono Tommaso, uomo sapiente e religioso, per mezzo del quale gli trasmise la benedizione della santa Chiesa. Fu annunciato, dunque, ad Alachi che il diacono Tommaso stava davanti alla porta, e che aveva portato la benedizione del vescovo. Allora Alachi, che, come dicemmo, aveva in odio tutti i chierici, disse cos ai suoi: "Andate, ditegli: se ha le cose intime pulite, che entri; se no, che tenga fuori il suo piede". Tommaso, udite queste parole, rispose cos: "Riferitegli che ho le cose intime pulite, dal momento che le ho indossate oggi di bucato". Al che Alachi: "Andate di nuovo, e ditegli che io non parlo delle mutande, ma di quello che tiene dentro le mutande". A queste parole, Tommaso rispose: "Andate e ditegli: solo Dio pu giudicare se in me ci sia motivo per rimproverarmi a questo proposito, Alachi certo no". A questo punto Alachi fece entrare alla sua presenza il diacono, e lo invest con parole assai aspre e sferzanti. Allora tutti i chierici e i sacerdoti furono presi da un sentimento di paura e di ostilit per il tiranno, giudicando di non poterne assolutamente sopportare il comportamento selvaggio. E cominciarono a rimpiangere pi ancora Cuniberto, poich esecravano quel superbo usurpatore del trono, ma la ferocia e la crudele barbarie di lui non riuscirono a tenere per lungo tempo il regno di cui s'era appropriato.  
 39. Cuniberto riprende possesso del suo palazzo.
Infine, mentre un giorno Alaci contava del denaro sopra un tavolo, cadde una moneta(116), e il figlio di Aldone, ancora fanciullino, la raccolse da terra e gliela restitu. Alachi, pensando che il piccolo capisse poco, gli parl cos: "Tuo padre ne ha molte di queste e, se Dio vorr, me le dar tra poco". Quando, la sera, il bambino torn a casa, suo padre gli chiese se in quella giornata il re avesse detto qualcosa. E il piccolo rifer tutto quanto era successo e le parole rivoltegli dal re. All'udirle, Aldone fu preso da una gran paura e, fatto venire suo fratello Grausone, gli raccont quello che il re malignamente aveva detto. Subito fecero un piano con gli amici, e con quelli di cui potevano fidarsi, per privare Alachi del potere prima che egli potesse fare loro del male. Colta l'occasione, andarono a palazzo, e parlarono cos ad Alachi: "Perch continui a restare chiuso in citt? Ormai tutti i cittadini e tutta quanta la popolazione ti sono fedeli, e quell'ubriacone di Cuniberto  cos snervato che non pu pi riprendere forze. Esci, va' a caccia, esercitati con i tuoi giovani: difenderemo noi per te questa citt insieme con gli altri tuoi fedeli. E ti facciamo anche questa promessa, di portarti tra breve il capo del tuo nemico Cuniberto". Persuaso dalle loro parole, egli usc dalla citt e and nel vastissimo bosco di Urbe, dove cominci a dedicarsi a cacce e divertimenti. Aldone e Grausone, invece, andati al lago di Como, salirono su di una nave e si recarono da Cuniberto. Giunti da lui, si gettarono ai suoi piedi, dichiarando di aver agito in modo iniquo nei suoi confronti, e gli raccontarono quello che Alachi aveva detto malignamente contro di loro, e il consiglio che essi gli avevano dato per la sua rovina. Che dire di pi? Piansero insieme e si scambiarono giuramenti, stabilendo il giorno in cui Cuniberto dovesse venire perch gli consegnassero la citt di Pavia. E cos fu. Infatti Cuniberto, venendo a Pavia nel giorno stabilito, fu accolto con grandissima soddisfazione da loro, ed entr nel suo palazzo. Allora tutti i cittadini, e specialmente il vescovo, i sacerdoti, i chierici, i giovani e i vecchi, facendo a gara per accorrere da lui e tutti abbracciandolo in lacrime, manifestavano gratitudine a Dio per il suo ritorno, pieni di una gioia immensa. Egli li tacit tutti, consolandoli come poteva. Giunse di botto ad Alachi un messaggero a riferirgli che Aldone e Grausone avevano adempiuto la promessa fatta, e che avevano portato il capo di Cuniberto, ma non solo quello, bens tutto il corpo, e ad informarlo che Cuniberto s'era insediato nel palazzo. Udendo ci, Alachi fu costernato nel suo intimo, e lanci molte minacce contro Aldone e Grausone, furibondo e digrignando i denti. Poi, partitosene, torn in Austria, passando per Piacenza, e, parte con gli allettamenti, parte con la forza, leg a s diverse citt. Infatti, quando arriv a Vicenza, i cittadini uscirono a battaglia contro di lui, ma poi, vinti, dovettero diventare suoi alleati. Proseguendo da l, occup Treviso in modo analogo, ed anche altre citt. Poich Cuniberto raccoglieva un esercito per muovere contro di lui, e i Friulani volevano andare in suo aiuto per rispettare il loro impegno di fedelt, Alachi personalmente si appost presso il ponte del fiume Livenza, che dista quarantotto miglia da Cividale, e sta sulla strada per chi si reca a Pavia, nascondendosi nel bosco che  detto Capulano, e man mano che giungeva ciascun gruppo dei Friulani - perch venivano, cos, alla spiccicata - li costringeva a giurargli fedelt, mentre stava ben attento che nessuno di loro tornasse indietro per avvertire gli altri di quanto succedeva. E cos, tutti quelli che venivano dal Friuli si trovarono legati a lui con un giuramento. Che dire di pi? Alachi con tutta l'Austria, e di contro Cuniberto con tutti i suoi, quando giunsero nella piana che ha nome Coronate, si fermarono e posero il campo. 
 40. Battaglia di Alachi contro Cuniberto.
Cuniberto invi un messaggio al rivale, invitandolo a fare un duello con lui: non c'era bisogno di mandare allo sbaraglio i due eserciti. Ma Alachi non accett affatto questa proposta. E poich uno dei suoi, di stirpe Tosca, chiamandolo uomo battagliero e forte, voleva convincerlo a scendere coraggiosamente in campo contro Cuniberto, Alachi gli rispose: "Cuniberto, per quanto sia amante del vino e ottuso d'animo,  per molto audace e uomo di forza eccezionale. Al tempo di suo padre, quando noi eravamo giovinetti, c'erano nel palazzo dei montoni di grandezza eccezionale, ed egli, abbrancandoli per la lana del dorso, li alzava da terra a braccio teso, cosa che io non riuscivo a fare". A queste parole, il Tosco ribatt: "Se tu non hai il coraggio di metterti a duellare con Cuniberto, allora non mi avrai pi ad aiutarti come alleato". Dette queste parole, se n'and via e subito ripar da Cuniberto, raccontandogli quant'era successo. Si fronteggiarono, dunque, come dicemmo, le schiere nella piana di Coronate. Ma quando erano gi sul punto di toccarsi, Zenone, diacono della Chiesa di Pavia, che era custode della basilica del beato Giovanni Battista eretta un tempo dalla regina Gundiberga all'interno di quella citt, poich amava molto il re e temeva che egli perisse nel duello, gli disse: "O re mio signore, tutta la nostra vita dipende dalla tua salvezza; se tu morirai nello scontro, questo usurpatore Alachi ci uccider tutti con mille torture. Ti piaccia, quindi, il mio consiglio. Dammi la tua armatura, e scender io in campo e mi batter con questo usurpatore. Se uscir da questa vita, tu continuerai a difendere la tua causa, se, al contrario, vincer, te ne verr una gloria maggiore, perch avrai vinto per mezzo di un tuo servo". Poich il re si rifiutava, i pochi suoi fedeli che erano presenti cominciarono a pregarlo in lacrime che desse il suo consenso alla proposta del diacono. Alla fine, vinto dalle preghiere e dalle loro lacrime, dato che era di animo sensibile, diede al diacono la sua corazza, l'elmo, gli schinieri, e tutte le altre armi, e lo invi al duello in sua vece. Il diacono, infatti, aveva la stessa statura e lo stesso portamento, sicch, quando fu uscito armato dalla tenda, fu scambiato da tutti per il re Cuniberto. Inizi, dunque, il duello, e fu combattuto con grandissimo accanimento. Alachi si batt con tanta pi furia in quanto credeva che l ci fosse il re, e, alla fine, credendo di aver ucciso Cuniberto, uccise, invece, il diacono Zenone. Cos, quando ordin di tagliare la testa al corpo, per alzarla su di una picca fra le grida di ringraziamento a Dio, toltogli l'elmo, scopr di aver ucciso un chierico. Allora esclam furente: "Ahim! non abbiamo concluso nulla, dato che siamo scesi a questo duello col risultato di uccidere un chierico! Perci ora faccio voto, che se Dio mi dar la vittoria, riempir un pozzo con i testicoli dei chierici".
41. Duello di Cuniberto e di Alachi, e vittoria di Cuniberto, che entra a Pavia in trionfo.
Allora Cuniberto, vedendo che aveva gettato nella disperazione i suoi, si mostr subito a loro, e, eliminata la paura, rianim il cuore di tutti a sperare nella vittoria. Si allineano di nuovo le schiere, e da questa parte Cuniberto, da quella Alachi, si preparano allo scontro. Quando furono vicini al punto che ambedue gli schieramenti stavano per toccarsi, Cuniberto, per la seconda volta, mand una sfida ad Alachi con queste parole: "Guarda quanta gente c' da ambedue le parti: che bisogno c' che tanta moltitudine perisca? Scontriamoci, quindi, tu ed io, e quello di noi al quale il Signore avr voluto dare la vittoria, abbia tutto questo popolo, salvo e incolume". I suoi esortavano Alachi ad accettare la sfida che Cuniberto gli aveva proposto, ma egli rispose: "Non posso farlo, perch vedo tra le sue lance l'immagine dell'arcangelo Michele, su cui io gli prestai giuramento". Allora uno di loro: "Per la paura vedi quello che non c', ma ormai  tardi per te pensare a queste cose". Si scontrarono, dunque, le schiere, fra un gran suono di trombe, e, poich nessuna delle sue parti cedeva, venne fatta un'ecatombe d'uomini. Alla fine, il crudele usurpatore Alachi mor, e Cuniberto, con l'aiuto di Dio, ottenne la vittoria. I soldati di Alachi, sparsasi la notizia della sua morte, cercarono di salvarsi con la fuga, e di essi, quello che la spada non trafisse, lo ingoi il fiume Adda. Il capo di Alachi fu troncato e le sue gambe amputate, e del cadavere rimase soltanto un tronco informe. In questa battaglia l'esercito dei Friulani non ebbe parte, perch, avendo prestato giuramento ad Alachi contro il loro volere, non portarono aiuto n a lui, n al re Cuniberto, ma, quando inizi la battaglia, tornarono alla propria terra. Morto, dunque, in questo modo Alachi, il re Cuniberto fece seppellire con grandi onori il corpo del diacono Zenone, davanti alle porte della basilica del beato Giovanni che egli aveva custodito. Torn, poi, a Pavia per riprendere il trono, nel trionfo della vittoria e fra l'esultanza di tutti.
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IBRO SESTO.
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1. Romoaldo prende Taranto. Teoderada edifica il monastero di San Pietro.
Mentre avvenivano questi fatti tra i Longobardi oltre il Po, Romoaldo, duca di Benevento, dopo aver raccolto un esercito molto numeroso, espugn Taranto e prese allo stesso modo Brindisi, e sottomise tutta l'estesissima regione che sta loro dintorno. Sua moglie Teoderada, nello stesso arco di tempo, fece costruire, fuori delle mura della citt di Benevento, una basilica in onore del beato Pietro Apostolo, e in questo luogo istitu un cenobio di molte ancelle di Dio.
2. Morte di Romoaldo. Il corpo del beato Benedetto viene portato in Gallia.
Romoaldo chiuse gli occhi a questa luce, avendo retto il ducato per sedici anni(117). Dopo di lui, resse il popolo dei Sanniti per tre anni suo figlio Grimoaldo, e a lui fu unita in matrimonio Vigilinda, sorella di Cuniberto, figlia del re Bertarido. Defunto Grimoaldo, fu fatto duca Gisulfo, fratello di lui, il quale resse Benevento per diciassette anni. Ebbe quale consorte Viniberta, che gli partor Romoaldo. All'incirca in questo tempo, poich la rocca di Cassino, dove riposava il corpo del beatissimo Benedetto, si trovava in grave abbandono dopo ch'erano trascorsi ormai alquanti anni, alcuni Franchi che venivano dalla regione dei Cenomanni e di Orlans, simulando di voler trascorrere la notte presso il corpo del venerabile Padre, ne presero le ossa, e insieme anche quelle della sua venerabile sorella Scolastica, e le portarono nella loro patria, dove furono costruiti due monasteri, in onore l'uno del beato Benedetto e l'altro di santa Scolastica. Ma siamo sicuri che quella bocca venerabile, cosparsa di ogni nettare, e quegli occhi che vedevano sempre cose celesti, e anche le altre membra, bench ridotte in cenere, sono rimaste. Infatti, solo e unicamente il corpo del Signore non vide corruzione, ma i corpi di tutti i santi, eccettuati quelli che, per un miracolo divino, si conservano senza danno, sono soggetti a decomporsi, e verranno, poi, ricostituiti nella gloria eterna.
3. Rodoaldo, duca di Cividale. Ansfrit invade il suo ducato.
Quando Rodoaldo, che abbiamo gi detto avere il ducato del Friuli, era lontano da Cividale, Ansfrit del castello di Ragogna invase il suo ducato senza il consenso del re. Saputolo, Rodoaldo fugg in Istria, e poi, su una nave, attraverso la zona di Ravenna arriv dal re Cuniberto a Pavia. Ansfrit, intanto, non contento del ducato di Cividale, si ribell anche contro il re Cuniberto, e volle invadere il suo regno. Ma, imprigionato a Verona, fu portato dal re e gli furono strappati gli occhi, e poi fu cacciato in esilio. Dopo questi avvenimenti, Adone, fratello di Rodoaldo, govern il ducato per un anno e sette mesi, col titolo di "conservatore del luogo"(118).
4. Si fa un sinodo a Costantinopoli. Lettera del vescovo Damiano.
Mentre si verificavano queste cose in Italia, a Costantinopoli sorse un'eresia, la quale sosteneva che nel nostro Signore Ges Cristo c'erano una sola volont e un solo operare(119). Promotori di questa eresia furono il patriarca di Costantinopoli Gregorio, Macario, Pirro, Paolo e Pietro. Per questo motivo l'Augusto Costantino fece riunire centocinquanta vescovi(120), tra i quali ci furono anche i rappresentanti della santa Chiesa di Roma, mandati dal papa Agatone, il diacono Giovanni e il vescovo di Porta(121)  Giovanni, che condannarono tutti quell'eresia. In quel momento caddero tante tele di ragno in mezzo al popolo da destare la meraviglia di tutti: ci a significare che le impurit della nequizia eretica erano state respinte. Il patriarca Gregorio si corresse, invece tutti gli altri, che perseverarono in quella posizione, furono colpiti dalla condanna dell'anatema. In quel tempo, Damiano, vescovo della Chiesa di Pavia, scrisse su questo argomento, a nome del vescovo di Milano Mansueto, una lettera assai utile e di retta fede, che nel predetto sinodo ottenne non piccolo consenso. La retta e vera fede  questa: che nel nostro Signore Ges Cristo, come ci sono due nature, cio quella di Dio e quella di uomo, cos si deve credere ci siano anche due volont, ovvero operazioni. Vuoi udire qual  l'aspetto divino in lui? "Io - disse - e il Padre siamo una cosa sola". Vuoi udire qual  quello umano? "Il padre  maggiore di me". Vedine l'aspetto umano quando dorme nella barca; ecco la sua divinit, quando l'evangelista dice: "Allora, alzandosi, diede ordini ai venti e al mare, e si fece una grande bonaccia". Questo fu il sesto sinodo universale, celebrato a Costantinopoli, che fu registrato in lingua greca, ai tempi del papa Agatone, mentre il principe Costantino continu a risiedere entro il palazzo e a seguire i lavori fino alla fine.
5. Eclissi della luna e del sole. Epidemia che avvenne a Roma e a Pavia.
In quei tempi, la luna sub un'eclisse durante l'ottava indizione. Quasi nello stesso tempo avvenne un'eclissi di sole verso la decima ora del giorno, il tre di maggio, e subito segu una gravissima epidemia che dur tre mesi, cio luglio, agosto e settembre. Fu tanto il numero dei morti, che, nella citt di Roma, venivano posti sullo stesso feretro e portati alla sepoltura, persino i genitori con i figli, e i fratelli con le sorelle. Questa epidemia devast similmente Pavia, al punto che nel foro e negli spiazzi della citt spuntavano arbusti ed erbe, dato che tutti i cittadini erano fuggiti sulle cime dei monti o in altri luoghi. Allora apparve chiaro a molti che l'angelo buono e l'angelo cattivo s'aggiravano di notte per la citt, e che, quante volte l'angelo del male, per comando di quello buono, avesse colpito l'uscio di una qualche casa con lo spiedo da caccia che gli si vedeva tenere in mano, altrettante persone di quella stessa dimora il giorno dopo erano morte. Ad un tale fu data la rivelazione che quella peste non sarebbe cessata prima che si fosse eretto un altare a san Sebastiano martire nella basilica di San Pietro, che si chiama "In Vincoli". Lo si fece. Vennero portate da Roma le reliquie del beato martire Sebastiano, e, non appena nella basilica fu consacrato l'altare, la peste cess. 
6. L'antico nemico annuncia ad Aldone e a Grausone che il re Cuniberto li vuole uccidere.
Dopo questi avvenimenti, un giorno il re Cuniberto stava nella reggia di Pavia insieme al suo scudiero (che in quella lingua si dice marpahis), e vagliavano diversi progetti per togliere la vita ad Aldone e Grausone, quando un grosso moscone si ferm sulla finestra presso cui sedevano. Cuniberto vibr un colpo di coltello per ucciderlo, ma gli mozz solo una zampa. Quando Aldone e Grausone, che stavano recandosi al palazzo ignari del piano del re, furono giunti vicino alla basilica del santo Romano martire, che sta nei pressi della reggia, all'improvviso si fece loro incontro uno zoppo, privo di un piede, e li avvert che Cuniberto, se fossero andati da lui, li avrebbe uccisi. Udite queste parole, i due furono presi da grande paura, e si rifugiarono dietro l'altare di quella stessa basilica. Venne subito annunciato al re Cuniberto che Alcione e Grausone si erano rifugiati nella basilica del beato Romano martire. Allora Cuniberto cominci a incolpare il suo scudiero, accusandolo che gli doveva essere sfuggita qualche parola sul progetto. Ma lo scudiero gli rispose: "O re mio signore, tu sai che dopo che ci siamo consultati, io non sono uscito dalla tua vista: come avrei potuto parlarne a qualcuno?". Allora il re mand un messo da Aldone e Grausone, chiedendo loro perch mai avessero cercato asilo in un luogo santo. Ed essi risposero: "Perch ci  stato riferito che il re nostro signore voleva ucciderci". Di nuovo, il re mand a farsi dire chi gliel'aveva riferito, ammonendoli che, se non gliel'avessero rivelato, non avrebbero pi potuto riavere il suo favore. Ed essi narrarono al re come era avvenuta la cosa, dicendo che s'era fatto loro incontro un uomo zoppo, con un'estremit tagliata, il quale usava una gamba di legno fino al ginocchio, e che costui aveva preannunciato loro la morte. Cos il re cap che quella mosca, alla quale aveva tagliato la zampa, era uno spirito maligno, e che era stato lui a rivelare il suo piano segreto. Quindi, accolse subito sotto la sua protezione Aldone e Grausone, facendoli uscire dalla basilica, e perdon la loro colpa, tenendoli per il futuro come figlioli.
7. Il diacono Felice, grammatico.
In quel tempo fior nell'arte grammaticale Felice, zio del mio precettore Flaviano, e il re lo ebbe tanto caro che, fra gli altri segni della sua generosit, gli don un bastone ornato d'argento e d'oro.
8. Giovanni, vescovo di Bergamo.
In quello stesso torno di tempo visse Giovanni, vescovo della Chiesa di Bergamo, uomo di mirabile santit. Nel sermone, che pronunci durante un banchetto, gli venne di offendere il re Cuniberto, il quale gli fece preparare per il ritorno a casa un cavallo fiero   e indomito, che soleva disarcionare con sgroppate incontrollabili chi gli stava sopra, facendolo finire a terra. Ma quando il vescovo gli sal in groppa divenne cos mansueto, che lo port fino alla sua dimora con tranquilla andatura. Venutolo a sapere, da quel giorno il re tenne quel vescovo nel dovuto onore, e gli elarg in dono lo stesso cavallo che prima gli aveva assegnato per farlo cadere.
9. Apparizione di una stella velata. Eruzione del monte Vesuvio.
Di questi tempi, in una notte del periodo tra il Natale e l'Epifania, comparve una stella vicino alle Pleiadi, a ciel sereno, e aveva un aspetto offuscato, come quando la luna si trova coperta da una nube. In seguito, a met di una giornata del mese di febbraio, la stella prese a muoversi da occidente, e tramont con grande splendore a oriente. Poi, nel mese di marzo, il Vesuvio fece un'eruzione per alcuni giorni, e distrusse tutte le piante circostanti con la sua polvere e le sue ceneri.
10. La gente dei Saraceni prende l'Africa, e distrugge Cartagine.
Allora, la gente dei Saraceni, infedele e nemica di Dio, si diresse in numero ingente dall'Egitto verso la provincia d'Africa. Qui assedi e prese Cartagine, e la rase fino al suolo, dopo averla saccheggiata crudelmente(122).  
11. Morte di Costantino. Regno di Giustiniano, e sua vittoria sui Saraceni.
Frattanto, a Costantinopoli mor l'imperatore Costantino(123). Assunse il potere sui Romani suo figlio minore Giustiniano, che regn per dieci anni(124). Egli tolse l'Africa ai Saraceni, e fece pace con loro sia per terra che per mare. Invi Zaccaria, capo delle guardie imperiali, con l'ordine di deportare a Costantinopoli il pontefice Sergio, perch non aveva voluto appoggiare e sottoscrivere l'eresia nel sinodo tenuto a Costantinopoli(125). Ma i soldati di Ravenna e delle zone vicine, disobbedendo agli empi ordini del principe, cacciarono da Roma Zaccaria con ingiurie e contumelie.
12. Leone prende il potere e caccia in esilio Giustiniano.
Levandosi contro questo Giustiniano, Leone assunse la dignit di Augusto, e lo priv del regno; e, per i tre anni in cui tenne il potere sui Romani, confin Giustiniano in esilio nel Ponto.
13. Tiberio diventa imperatore, vincendo Leone e gettandolo in carcere.
A sua volta, contro Leone si sollev Tiberio, che si impadron del potere e tenne Leone in prigionia nella stessa citt per tutto il tempo che regn.
14. Il papa Sergio corregge il sinodo di Aquileia, che non voleva riconoscere il santo quinto sinodo.
In questo tempo, un sinodo fatto ad Aquileia, per sprovvedutezza nella fede rifiut di riconoscere le conclusioni del quinto concilio ecumenico, finch, orientato dai salutari ammonimenti del beato papa Sergio, anch'esso accett di consentire con le altre chiese di Cristo. Questo concilio si era tenuto a Costantinopoli al tempo del papa Vigilio, quand'era principe Giustiniano, contro Teodoro e tutti gli eretici sostenitori che la beata Maria aveva generato solo l'uomo, non Dio e l'uomo. In questo concilio si stabil con valore universale che la beata Maria sempre vergine si chiamasse "Theotokos", cio Madre di Dio, poich, come ritiene la fede cattolica, gener non solo uomo, ma veramente Dio e l'uomo.  
15. Il re degli Angli, Cedoaldo, giunge a Roma, riceve il battesimo e subito dopo muore.
In questi giorni, Cedoaldo, re degli Anglo-Sassoni che aveva combattuto molte guerre nella sua patria, si convert a Cristo e venne a Roma. Presentatosi al re Cuniberto, fu accolto da lui con grandi onori; giunto, quindi, a Roma, fu battezzato dal papa Sergio, ricevendo il nome di Pietro, e, ancora vestito di bianco, migr ai regni celesti(126). Il suo corpo fu sepolto nella basilica del beato Pietro, con questo epitafio:
Altezza, risorse, progenie, potenza di regni, trionfi, 
spoglie, nobilt, mura, lari, accampamenti, 
ci che il valore dei padri e lui stesso avean cumulato, 
l'armipotente Cedoaldo lasci per amore di Dio, 
per vedere, re ospite, Pietro e la sede di Pietro, 
dal cui fonte egli, almo, pure acque traesse, 
e con sete radiosa attingesse la gloria raggiante, 
dalla quale vivifica luce si spande dovunque. 
Ricevendo, impaziente, i premi della vita risorta, 
mutando la furia barbarica e quindi il suo nome, 
si converte entusiasta, e il pontefice Sergio 
gli impose il nome di Pietro, come il medesimo padre. 
Dal fonte risorto, la grazia purificante del Cristo 
subito lo alz, candido, al regno del cielo. 
Mirabile fede del re, massima clemenza di Cristo, 
il cui consiglio nessuno pu cogliere.
Giunto incolume dall'estrema terra Britannia,
superando genti, mari, strade, 
vide la citt di Romolo, contempl
il tempio venerando di Pietro, mistici doni recando. 
Candido andr ad unirsi al gregge di Cristo, 
il suo corpo ha la tomba, lo spirito il cielo. 
Pensa che abbia, piuttosto, mutato le insegne e lo scettro, 
lui che vedi merit il regno di Cristo. 
16. Il regno dei Franchi nella Gallia comincia a dipendere dai Maggiordomi del Palazzo.
Poich in Gallia i re dei Franchi tralignavano dalla tempra e saggezza consuete, in quel tempo cominciarono ad amministrare i poteri del regno, e a fare tutto ci che  costume facciano i re, coloro che si presentavano come governatori del palazzo reale, cio i Maggiordomi del re, in quanto era stato disposto dal cielo che il regno dei Franchi passasse alla loro discendenza(127). Fu in quel tempo Maggiordomo del palazzo reale Arnulfo, uomo gradito a Dio e di meravigliosa santit, come poi fu palese. Egli, dandosi in servizio a Cristo dopo la gloria di questo mondo, fu mirabile nell'attivit di vescovo, e poi, scegliendo la vita dell'eremita, offr tutto il suo servizio ai lebbrosi, e visse nella massima rinuncia. Circa le meraviglie che comp presso la Chiesa di Metz, dove ebbe l'episcopato, c' un libro che narra i suoi miracoli e la sua vita di continenza. Anch'io, nel libro che ho scritto sui vescovi di Metz per soddisfare la richiesta dell'arcivescovo di quella Chiesa, Agilramno, uomo mitissimo e di profonda santit, esposi alcuni fatti mirabili di questo santissimo Arnulfo, e perci ritengo superfluo ripeterli(128).
17. Morte del re Cuniberto. Regno di suo figlio Liutberto.
Nel frattempo, Cuniberto, sovrano amato da tutti, fu sottratto alla luce terrena, poi ch'ebbe tenuto il regno dei Longobardi da solo per dodici anni dopo la morte del padre. Egli costru nella campagna di Coronate, dove sostenne la battaglia contro Alachi, un monastero in onore del beato Giorgio martire. Fu uomo fine, e ricco di ogni bont, coraggioso in guerra. Venne sepolto, fra il pianto dei Longobardi, nella chiesa del Signore Salvatore, che un tempo suo nonno Ariperto aveva eretto, e lasci il regno dei Longobardi a suo figlio Liutberto, ancora bambino, ponendogli come tutore Ansprando, uomo sapiente e illustre.  
18.  Il duca di Torino Ragunberto, vinto Liutberto, ne occupa il regno, ma muore nello stesso anno.
Passati otto mesi da allora, il duca Ragunberto di Torino, che un tempo il re Godeberto - come gi abbiamo raccontato - aveva lasciato ancora bambino quando fu ucciso da Grimoaldo, giunto con un forte gruppo contro Ansprando e il duca di Bergamo Rotarit, si scontr con loro presso Novara, li vinse sul campo, e s'impadron del trono dei Longobardi, ma mor nel medesimo anno(129).
19. Ariperto invade il regno, cattura vivo Liutberto e poi lo uccide.
Suo figlio Ariperto, allora, riprese la guerra, e combatt presso Pavia col re Liutberto e con Ansprando, Ottone, e Tazone, nonch con Rotarit e Farone. E, superandoli tutti in battaglia, prese vivo il piccolo Liutberto. Ansprando, fuggito, si fortific nell'isola Comacina.
20. Rotarit, che regnava a Bergamo, viene preso e privato della vita da Ariperto.
Il duca Rotarit, per, mentre tornava alla sua citt di Bergamo, s'impadron del regno. Allora il re Ariperto si diresse contro di lui con un grande esercito, e prima espugn e conquist Lodi, poi assedi Bergamo e la occup senza difficolt, attaccandola con arieti e diverse macchine da guerra. Catturato il falso re Rotarit, gli rase la barba e il capo(130), e lo rinchiuse in esilio a Torino, dove lo fece eliminare dopo alcuni giorni. Del pari, tolse la vita nel bagno anche a Liutberto, che teneva prigioniero.  
21. Ansprando, fuggendo in Bavaria, si trattiene presso il duca Teodeberto.
 Invi anche un esercito contro Ansprando nell'isola Comacina. Saputo ci, Ansprando fugg a Chiavenna, e poi, passando per Coira, citt dei Reti, pervenne dal duca dei Bavari Teodeberto, e si trattenne presso di lui per nove anni. L'esercito di Ariperto, intanto, invasa l'isola nella quale Ansprando s'era rifugiato, ne distrusse la cittadella.
 22. Ariperto sconcia in diverse maniere la moglie, la figlia e il figlio di Ansprando, e permette che Liutprando vada da suo padre in Bavaria.
 Il re Ariperto, ristabilito nel regno, priv degli occhi Sigibrando, un figlio di Ansprando, e mutil in diversi modi tutti i consanguinei di lui. Tenne in prigionia anche il figlio minore di Ansprando, Liutprando, ma quando vide che era ancor giovinetto e di aspetto trascurabile, non solo rinunci a mutilarlo per vendetta, ma gli permise di andarsene da suo padre. E non c' dubbio che ci avvenne per volont di Dio onnipotente, che lo preparava a tenere le redini del regno. Liutprando, dunque, andato in Bavaria da suo padre, gli procur una gioia immensa con il suo arrivo. Il re Ariperto fece catturare anche la moglie di Ansprando, di nome Teoderada. E, poich essa, con millanteria femminile si vantava che sarebbe stata regina, ebbe la bellezza del suo viso sconciata dal taglio del naso e delle orecchie. Fu resa, parimenti, deforme anche la sorella di Liutprando, di nome Aurona.
 23. Nelle Gallie  Maggiordomo Anchis, figlio di Arnulfo.
 In questo tempo, in Gallia, amministrava il potere del regno dei Franchi col titolo di Maggiordomo, Anchis, figlio di Arnulfo, chiamato cos - si crede - dal nome dell'antico troiano Anchise(131). 
 24. Morte di Aldone a Cividale. Ducato di Ferdulfo, che viene ucciso dagli Slavi.
 Morto in Friuli Aldone, del quale gi dicemmo che fu il "conservatore del luogo", ebbe il ducato di Ferdulfo. Ma questi, originario delle parti della Liguria, era uomo inaffidabile e vanitoso e, nella sua bramosia di ottenere la gloria di una vittoria sugli Slavi, attir su di s e sui Friulani gravi danni. Elargendo alcuni doni, infatti, corruppe alcuni Slavi perch, con i loro consigli, facessero entrare l'esercito degli Slavi nella sua provincia. E la cosa avvenne. Ma ci caus grande rovina alla regione dei Friulani per questo motivo: alcuni malandrini degli Slavi si precipitarono a far razzia di un gregge di pecore e dei suoi pastori, che stavano nelle vicinanze. Li insegu il governatore del luogo, che nella loro lingua chiamano sculdahis, uomo nobile e colmo di forza e coraggio, ma non riusc a raggiungere i ladri. Mentre tornava da l, gli venne incontro il duca Ferdulfo, e, alla sua domanda su che cosa fosse stato di quei ladri, Argaid (questo, infatti, era il suo nome) rispose che erano fuggiti. Allora, irritato, Ferdulfo lo apostrof: "Quando mai sarai capace di fare qualcosa di valido, tu che hai il nome che viene da arga?"(132). E l'altro, spinto da un'ira profonda, gli rispose cos, da uomo fierissimo qual era: "Voglia Iddio che n io n tu, Ferdulfo, usciamo da questa vita prima che altri conosca chi di noi due  pi arga". Queste furono le parole insolenti che si scambiarono. Successe, non molti giorni dopo, che l'esercito degli Slavi, per la cui venuta il duca Ferdulfo aveva offerto doni, arriv con grandi forze. Dopo che questi ebbero posto il campo sulla cima di un monte, dove era difficile salire quasi da ogni parte, il duca Ferdulfo, giunto con l'esercito, cominci ad andare attorno a questo monte, per vedere se poteva irrompere su di loro attraverso punti pi accessibili. Allora Argaid, di cui abbiamo gi detto, parl cos a Ferdulfo: "Ricordati, duca Ferdulfo, che m'hai definito inerte e buono a nulla, e hai avuto la volgarit di chiamarmi arga. Ora, l'ira di Dio scenda su quello di noi che arriver dagli Slavi secondo dopo l'altro". E, nel dire queste parole, gir il cavallo, cominciando a salire verso il campo degli Slavi lungo le asperit del monte, per dove l'ascesa era disagevole. Ferdulfo allora, giudicando un'onta se non si fosse precipitato contro gli Slavi anche lui, lo segu per quei luoghi fortemente dirupati, difficili e impraticabili. E il suo esercito, considerando un disonore non seguire il duca, cominci anch'esso a salire. Gli Slavi, vedendo che i nemici si avvicinavano seguendo un tragitto in salita, si prepararono coraggiosamente, e, combattendo pi con pietre e scuri che con le armi, li disarcionarono e li uccisero quasi tutti, e cos ottennero la vittoria non grazie alle loro forze, ma per la fortuna. L per tutta la nobilt dei Friulani, e morirono anche il duca Ferdulfo e quello che lo aveva sfidato. E l tanti uomini valorosi furono sconfitti per colpa del puntiglio e dell'imprudenza, mentre, invece, avrebbero potuto far strage di molte migliaia di avversari, se uniti nella concordia e in un salutare consiglio. In quell'occasione, tuttavia, uno dei Longobardi, di nome Munichi, che fu in seguito padre dei duchi Pietro di Cividale e Orso di Ceneda, lui solo si comport con valore e da uomo. Quando fu rovesciato da cavallo, mentre uno degli Slavi gli era saltato addosso e gli aveva legato le mani con una corda, us le due mani legate per strappare la lancia dalla destra dello Slavo, e lo fer, e, bench legato, si salv precipitandosi fra gli scoscendimenti. Abbiamo voluto raccontare tale vicenda nella nostra storia, proprio perch non capiti ad altri un simile disastro a causa di un puntiglio.
25. Ducato di Corvulo nel Friuli. Tale duca viene accecato dal re.
Morto in tal modo il duca Ferdulfo, a succedergli fu posto Corvulo, che tenne il ducato per poco tempo: avendo offeso il re, ebbe gli occhi strappati e visse nel disonore. 
26. Pemmone, duca del Friuli. Nascita dei suoi tre figli.
In seguito merit il ducato Pemmone, che fu uomo intelligente e utile alla patria. Egli nacque da un tale, originario di Belluno, ma che, per una sommossa che l aveva provocato, era venuto nel Friuli e qui era vissuto pacificamente. Pemmone ebbe per moglie una donna di nome Ratberga. Essa, poich aveva un aspetto campagnolo, pregava sovente il marito che la ripudiasse e si prendesse per moglie un'altra, pi all'altezza per impersonare la consorte di un duca tanto importante. Ma egli, che era uomo savio, diceva che gli piacevano di pi il suo carattere, la sua umilt, la sua verecondia e la sua pudicizia, piuttosto che l'avvenenza del corpo. Da tale moglie, dunque, Pemmone ebbe tre figli, cio Rachis, Ratcait, e Astolfo, uomini valorosi, la cui nascita mut in gloria l'umilt della madre. Questo duca, riuniti i figli di tutti i nobili che erano morti nella battaglia che abbiamo raccontato, li allev insieme con i suoi, come se fossero stati anche loro suoi figli.
27. Il duca di Benevento Gisulfo conquista Sora e altri castelli.
Durante questo tempo, Gisulfo, duca di Benevento, prese Sora, citt dei Romani, ed anche le cittadelle di Irpino e di Arce. Questo Gisulfo, al tempo del papa Giovanni, venne in Campania con tutte le sue forze, e, incendiando e depredando, fece molti prigionieri. Arriv a porre l'accampamento fino nel luogo che  chiamato Orrea, e nessuno riusc a resistergli. Il pontefice, mandando da lui alcuni sacerdoti con pii doni apostolici, riscatt tutti i prigionieri e fece tornare alle sue sedi il duca con l'esercito.  
     29. Benedetto, arcivescovo di Milano.
In quel tempo venne a Roma Benedetto, arcivescovo di Milano, e sostenne la causa della Chiesa di Pavia. Ma fu vinto, per il fatto che i vescovi di Pavia fin dai tempi antichi venivano consacrati dai vescovi della Chiesa di Roma. Questo venerabile arcivescovo Benedetto fu uomo di alta santit, e su di lui si diffuse in tutta Italia la fama di una grande stima.
30. Morte di Trasemundo, duca di Spoleto. Ducato di suo figlio Faroaldo.
Morto Trasemundo, duca di Spoleto, fu assunto al suo posto il figlio di lui, Faroaldo. Fratello di Trasemundo fu Vachilapo, che resse il ducato assieme a lui.
31. L'imperatore Giustiniano prende il trono per la seconda volta, e uccide quelli che lo avevano combattuto.
Giustiniano, che, perso il potere, viveva esule nel Ponto, riprese il trono con l'aiuto di Terebello, re dei Bulgari, e uccise i patrizi che lo avevano cacciato. Cattur anche Leone e Tiberio, che avevano usurpato il suo trono, e li fece sgozzare in mezzo al circo davanti a tutto il popolo. Invi a Roma il patriarca di Costantinopoli Gallicino, dopo avergli strappato gli occhi, e insedi come vescovo, al posto di lui, l'abate Ciro, che lo aveva ospitato quand'era esule nel Ponto. Imposto al papa Costantino di venire da lui, lo accolse e lo conged con manifestazioni di onore. E, mentre, prostrato a terra, pregava il papa di intercedere per i suoi peccati, gli conferm tutti i privilegi della sua Chiesa. Quando volle mandare l'esercito nel Ponto a catturare Filippico, da lui relegato in quel luogo, questo venerabile papa cerc fortemente di impedirglielo, ma tuttavia non pot. 
32. Filippico uccide Giustiniano, e si appropria della dignit di Augusto.
L'esercito, che era stato mandato contro Filippico, pass dalla parte di lui e lo acclam imperatore. E Filippico, a Costantinopoli contro Giustiniano, si scontr con lui a dodici miglia dalla citt, lo vinse, lo uccise, e prese il regno. Giustiniano, in questo secondo periodo, regn per sei anni col figlio Tiberio. Leone, mandandolo in esilio, lo aveva mutilato del naso, ed egli, quand'ebbe ripreso il potere per la seconda volta, faceva sgozzare qualcuno di quelli che s'erano posti contro di lui, quasi ogni volta che si asciugava con la mano una goccia di muco che gli scendeva dal naso.
33. Morte del patriarca Pietro, e successione di Sereno.
Morto, infine, in quei giorni il patriarca di Aquileia Pietro, assunse la guida di quella Chiesa Sereno, il quale fu uomo dotato di semplicit, e dedito al servizio di Cristo.
34. Anastasio supera Filippico.
Quando Filippico, che fu detto anche Bardane, fu confermato nella dignit imperiale, cacci dal patriarcato Ciro, di cui abbiamo detto, e gli ordin di tornare al governo del suo monastero nel Ponto. Indirizz, poi, al papa Costantino una lettera che sosteneva un dogma errato, ma il pontefice la respinse col consiglio della sede apostolica. Per questo motivo fece fare dei dipinti nel portico di San Pietro, che raffigurano gli avvenimenti dei sei santi sinodi ecumenici: infatti, Filippico aveva fatto togliere le pitture di questo soggetto che c'erano nella citt capitale. E il popolo di Roma stabil di non accettare il nome, i sigilli, e l'effigie sulle monete dell'imperatore eretico: perci, n la sua immagine fu introdotta in chiesa, n il suo nome fu proferito nella solennit della messa. Quando esercitava il potere da un anno e sei mesi, insorse contro di lui Anastasio, detto anche Artemisio, il quale lo cacci dal regno, e lo priv degli occhi, ma tuttavia non lo uccise(133). Questo Anastasio fece pervenire una lettera al papa Costantino a Roma per mano di Scolastico, patrizio ed esarca dell'Italia, nella quale dichiar di essere sostenitore della fede cattolica e propagatore delle conclusioni del santo sesto concilio.
 35. Ansprando, grazie all'aiuto di Teodeberto, supera Ariperto venuto con i Bavari. Morte di Ariperto in un fiume. Fuga di suo fratello Cuniberto. Regno di Ansprando e di Liutprando, suo figlio.
 Dopo che Ansprando fu rimasto esule per nove anni compiuti in Bavaria, al decimo anno convinse Teodeberto, duca dei Bavari, e venne in Italia a capo di un esercito, combatt con Ariperto, e ci fu dall'una e dall'altra parte molta strage di uomini(134). Ma, sebbene l'ultimo scontro si fosse spento a causa dello scendere della notte,  certo tuttavia che i Bavari volsero le spalle e che l'esercito di Ariperto rientr da vincitore nell'accampamento. Tuttavia, poich Ariperto non aveva voluto restare sul campo di battaglia, ma aveva preferito entrare nella citt di Pavia, con questo atto caus gran disperazione ai suoi e ridiede baldanza ai nemici. Sicch, quando fu entrato in citt e si rese conto che col suo comportamento aveva offeso l'esercito, prese subito la decisione di fuggire in Francia, e port via dal palazzo tutto l'oro che pensava occorrergli. Volle, per, cos carico attraversare a nuoto il fiume Ticino, e fin per sprofondare, morendo annegato. Trovato il giorno dopo, il suo corpo fu portato nella reggia e venne rivestito con gli ornamenti regali, e indi sepolto nella basilica del Signore Salvatore (che l'altro Ariperto aveva costruito in tempi antichi). Nei giorni in cui regnava, questo re usciva di notte, e, andando qua e l, si informava di persona su quel che si dicesse di lui nelle singole citt, e attentamente cercava di sapere quale giustizia rendessero al popolo i giudici. Quando giungevano da lui i rappresentanti di genti straniere, davanti a loro indossava vesti dozzinali o di pelliccia, e, perch tramassero meno contro l'Italia, non offriva mai loro vini eccezionali o altre raffinatezze. Regn, con suo padre Ragunberto e poi da solo, per undici anni compiuti. Fu uomo pio, dedito all'elemosina, amante della giustizia. Nei suoi tempi, la terra ebbe fertilit grandissima, ma furono tempi barbari. Durante questi anni suo fratello Gumperto fugg in Francia e vi rimase fino al giorno della morte; egli ebbe tre figli, dei quali il maggiore, di nome Raginberto, resse ai nostri giorni la citt di Orlans. Dopo il funerale di Ariperto, Ansprando s'impadron del regno dei Langobardi, ma regn soltanto tre mesi: uomo notevole sotto ogni aspetto, e alla cui saggezza rare persone possono paragonarsi. Vedendo che la sua morte era imminente, i Longobardi posero sul soglio regale suo figlio Liutprando, e Ansprando, che lo venne a sapere mentre era ancora in vita, ne fu molto rallegrato.
36. Teodosio vince Anastasio, e s'impadronisce del regno. Inondazione del Tevere.
In questo tempo, l'imperatore Anastasio invi la flotta ad Alessandria contro i Saraceni. Ma il suo esercito, decidendo altrimenti, a met del viaggio torn indietro alla citt di Costantinopoli, e, cercando l'ortodosso Teodosio, lo acclam imperatore, e lo obblig a restare sul soglio imperiale. Teodosio vinse Anastasio in una grave battaglia, presso la citt di Nicea; e, dopo aver ricevuto il suo giuramento di sottomissione, lo fece diventare chierico e ordinare prete. Appena ebbe preso il trono, ricolloc subito dove stava originariamente, nella citt capitale, la venerabile immagine dipinta del santo sinodo che era stata tolta da Filippico. In questi giorni il fiume Tevere si ingross tanto, che, uscito dal suo alveo, provoc molti danni alla citt di Roma, s che nella via Lata giunse fino all'altezza di una statura e mezza d'uomo, e gli straripamenti finirono per congiungersi, espandendosi dalla porta di san Pietro fino al ponte Milvio.
37. Il popolo degli Angli. Il re dei Franchi Pipino. Sue guerre. Gli succede il figlio Carlo.
In quei tempi, per ispirazione del divino amore, presero l'abitudine di venire a Roma molti della gente degli Angli, nobili e popolani, uomini e donne, capi militari ed eminenti cittadini. Nel regno dei Franchi, allora deteneva il potere Pipino. Fu uomo di straordinaria audacia, che travolgeva i suoi nemici al primo assalto. Infatti, una volta, attraversato il Reno con un solo soldato di scorta, irruppe in casa di un suo avversario, e lo massacr mentre stava con i suoi nella stanza da letto. Sostenne valorosamente molte guerre contro i Sassoni, e specialmente contro il re dei Frisoni Ratodo. Ebbe anche altri figli, ma il pi importante fu Carlo, che gli successe, poi, nel principato.
38. Il re Liutprando uccide Rotarit che gli si era ribellato. Audacia del medesimo re.
Una volta che il re Liutprando fu confermato nel regno, un suo consanguineo, Rotarit, volle sopprimerlo. Gli prepar, dunque, un banchetto nella sua casa a Pavia, dove nascose alcuni uomini fortissimi armati perch lo uccidessero mentre mangiava. Ma Liutprando ne fu informato. Allora lo fece chiamare a palazzo, e, toccandolo con la mano, riscontr che portava la corazza sotto le vesti come gli era stato consigliato. Rotarit cap d'essere stato scoperto, e, facendo subito un salto indietro, sguain la spada per colpire il re, che, a sua volta estrasse dal fodero la sua. Allora una delle guardie del re, di nome Subone, prendendo Rotarit alle spalle, rimase ferito alla fronte, ma altri, balzandogli addosso, lo uccisero sul posto. Quattro suoi figli, che non erano presenti, furono uccisi dove furono trovati. Il re Liutprando fu molto audace, tanto che, quando gli fu riferito che due armigeri meditavano di ucciderlo, and da solo con loro nel fitto di un bosco; poi, sguainata la spada e puntandola contro di loro, li accus di meditare di ucciderlo, e li sfid a farlo. Essi, allora, si gettarono subito ai suoi piedi, e gli confessarono tutto quello che avevano macchinato. Cos fece anche con altri. Tuttavia, a chi aveva confessato la colpa di cos grande malvagit diede poi il perdono.
39. Morte del duca di Benevento Gisulfo. Ducato di suo figlio Romoaldo.
Morto Gisulfo, duca di Benevento, il popolo dei Sanniti innalz al potere Romoaldo, figlio di lui, perch li governasse.
40. Il beato Petronace ricostruisce il monastero del santo Padre Benedetto a Cassino. Il monastero di San Vincenzo.
Circa di questi tempi, Petronace, cittadino di Brescia, venne a Roma spinto dall'amore di Dio, e per esortazione di Gregorio, allora papa della sede apostolica, si diresse alla rocca di Cassino. Giunto dov'era il sacro corpo del beato Padre Benedetto, prese dimora l assieme ad alcuni uomini di animo semplice che gi vi abitavano, i quali, poi, nominarono come loro superiore il medesimo venerabile Petronace. In seguito, grazie al concorso della misericordia divina e all'intercessione dei molti meriti del beato Padre Benedetto, accorsero da lui molti a vivere come monaci, nobili e gente comune. Egli, divenuto Padre, organizz la vita sotto il vincolo della santa regola e degli insegnamenti del beato Benedetto, dopo che erano passati quasi centodieci anni da quando il luogo s'era fatto deserto, e, riparate le abitazioni, riport il santo cenobio nella condizione che si vede oggi. In seguito, il primo tra i sacerdoti, il pontefice diletto da Dio, Zaccaria, invi a questo venerabile Petronace molti ausili, cio libri della Sacra Scrittura, ed altri beni ad utilit del monastero; e, in pi, concesse anche con paterna carit la santa regola che il beato Padre Benedetto aveva scritto con le sue stesse mani. Era gi stato edificato il monastero del beato Vincenzo martire, che  sito presso la sorgente del fiume Volturno, e che ora splende per il gran numero di monaci. L'avevano eretto tre nobili fratelli, Tatone, Tasone e Paldone, come si trova scritto nel libro che il coltissimo Autberto, abate di quel monastero, compose su tale argomento. Quando era ancora in vita il beato Gregorio, papa della sede di Roma, la citt di Cuma fu invasa dai Longobardi di Benevento; ma, essendo sopraggiunto nella notte il duca di Napoli, alcuni dei Longobardi furono catturati, altri furono uccisi, e la citt fu ripresa dai Romani. Per il riscatto di questa citt il pontefice diede settanta libbre d'oro, come aveva promesso in precedenza.
41. Morto l'imperatore Teodosio, gli succede nel regno Leone.
Frattanto, morto l'imperatore Teodosio(135), che aveva esercitato il potere per un anno soltanto, viene chiamato a succedergli l'Augusto Leone.
42. Carlo, principe dei Franchi, vince Reginfrido.
Uscito di vita Pipino presso la gente dei Franchi, suo figlio Carlo, di cui abbiamo gi fatto cenno, tolse il principato dalle mani di Reginfrido, dopo molte guerre e battaglie. Infatti, scampato per volere divino dalla prigionia nella quale era tenuto, fugg, e prima si batt con pochi seguaci contro Reginfrido, in ultimo lo super in una grande battaglia presso Vinciaco(136). Gli concesse, tuttavia, una citt per abitarvi, quella di Angers, mentre egli assunse il governo di tutto il popolo dei Franchi. 
43. Il re Liutprando conferma la donazione fatta alla Chiesa. Prende in matrimonio la figlia di Teodeberto.
In quel tempo il re Liutprando conferm la donazione del patrimonio delle Alpi Cozie alla Chiesa di Roma. Non molto dopo, quel re prese in matrimonio Guntruda, figlia del duca dei Bavari presso il quale era stato esule, dalla quale, per, ebbe solo una figlia.
44. Faroaldo invade Classe. Tendone, duca dei Bavari, viene al soglio degli apostoli a Roma.
Durante questo tempo, Faroaldo, duca di Spoleto, invase Classe, citt dei Ravennati; ma, per ordine del re Liutprando, fu restituita ai Romani. Si lev contro questo duca Faroaldo suo figlio Trasemundo, che si insedi al suo posto, costringendolo a farsi chierico. In questi giorni, Teudone, duca della gente dei Bavari, venne a Roma per pregare alla sede dei beati apostoli.
45. Defunto il patriarca Sereno, Calisto prende il governo della Chiesa. Guerra di Pernmone contro gli Slavi.
Nel Friuli, intanto, sottratto alle cose di questo mondo il patriarca Sereno, Calisto, valente persona, che era arcidiacono della Chiesa di Treviso, assunse la direzione della Chiesa di Aquileia con l'assenso del principe Liutprando. In questo tempo, come dicemmo, governava i Longobardi friulani Pernmone. Quando egli ebbe portato all'et della giovent quei figli dei nobili che allevava assieme ai propri, gli giunse all'improvviso la notizia che un'immensa moltitudine di Slavi stava arrivando nel luogo chiamato Lauriana(137). Il duca li attacc per tre volte con quei giovani, e li vinse facendo grande strage di loro. Della parte dei Longobardi, in quella battaglia, non mor nessuno, eccetto Sigualdo, che era gi molto avanti nell'et, e che aveva perso due figli nella battaglia precedente, avvenuta sotto Ferdulfo. Dopo ch'egli si fu vendicato sugli Slavi una prima e una seconda volta, secondo la sua volont, quando il duca e gli altri Longobardi vollero impedirgli di partecipare al terzo assalto, rispose loro cos: "Ho gi vendicato a sufficienza la morte dei miei figli, e, se ora verr la mia, l'accetter contento". Cos avvenne: e in quella battaglia mor lui solo. Pemmone, dopo aver abbattuto molti nemici, per timore di perdere qualcun altro dei suoi nello scontro, fece sul posto stesso un patto di pace con quegli Slavi, che, da quel momento, cominciarono a temere sempre pi le armi dei Friulani.
46. Arrivo dei Saraceni in Spagna. Carlo e Eudone li vincono in Gallia.
In quel tempo, la gente dei Saraceni, partendo dall'Africa dal luogo detto Ceuta, effettu la traversata e invase tutta la Spagna. Dopo dieci anni si mossero da l, con le mogli e con i figli, ed entrarono nella provincia gallica dell'Aquitania come per insediarvisi. In quel momento c'era discordia fra Carlo e Eudone, principe dell'Aquitania; essi, per, unendosi in un fronte comune, combatterono con intento concorde contro quei Saraceni. I Franchi, precipitandosi sugli avversari, ne uccisero settantacinquemila, mentre i caduti di parte loro furono soltanto mille e cinquecento. Eudone, irrompendo con i suoi nell'accampamento dei Saraceni, ne uccise parimenti molti, e devast tutto(138).
47. I Saraceni assediano Costantinopoli, e vengono vinti dai Bulgari.
In questo tempo, sempre la stessa gente dei Saraceni, giungendo con un esercito immenso, circond Costantinopoli, e l'assedi per tre anni continui, finch, levando i cittadini molte suppliche a Dio, moltissimi degli assalitori perirono per fame e freddo, guerra e pestilenza; e cos, stancatisi dell'assedio, se ne andarono(139). Usciti da quella zona, assalirono la gente dei Bulgari, che  stanziata sopra il Danubio, la quale, per, li sconfisse. Sicch i Saraceni si rifugiarono sulle navi, e stavano dirigendosi verso il largo, quando una tempesta, scoppiata all'improvviso, ne fece perire moltissimi, poich le navi colarono a picco o furono danneggiate. Dentro Costantinopoli un'epidemia fece morire trecentomila persone.
48. Il re Liutprando porta a Pavia il corpo del beato Agostino.
Liutprando, quando venne a sapere che i Saraceni, devastata la Sardegna, guastavano anche i luoghi dove, a causa delle incursioni dei barbari, una volta erano state traslate e sepolte con onore le ossa del vescovo Agostino, mand l una delegazione, e, pagata una forte somma per averle, le trasport nella citt di Pavia e le tumul con l'onore dovuto ad un cos grande Padre. In quei giorni fu invasa dai Longobardi la citt di Narni.
49. Le citt dei Romani che il re Liutprando occup. Pessime azioni dell'Augusto Leone.
In quel tempo il re Liutprando assedi Ravenna, e occup e distrusse Classe. Allora il patrizio Paolo mand una spedizione da Ravenna a uccidere il pontefice. Ma i Longobardi combatterono in difesa del pontefice, quelli di Spoleto resistendo sul ponte Salario, e quelli di Tuscia in altre parti, sicch il progetto dei Ravennati sfum. In questo tempo, l'imperatore Leone fece rimuovere e bruciare le immagini dei santi, e ingiunse al pontefice di Roma di fare altrettanto, se voleva conservare la grazia imperiale, ma il pontefice sdegn l'imposizione. Anche tutte le truppe di Ravenna e delle Venezie respinsero all'unanimit tali ordini, e, se il pontefice non glielo avesse proibito, avrebbero progettato l'elezione di un loro imperatore. Il re Liutprando occup le citt dell'Emilia: Feroniano, Montebello, Busseto, Persiceto, Bologna, la Pentapoli e Osimo. Invase, allora, anche Sutri, ma pochi giorni dopo la restitu ai Romani. Nello stesso tempo l'Augusto Leone si orient a comportamenti sempre peggiori, sicch costrinse tutti gli abitanti di Costantinopoli, con la forza o con le lusinghe, a rimuovere dovunque stessero le immagini sia del Salvatore che della santa sua Genitrice, e di tutti i santi, e le fece bruciare in mezzo alla citt con un gran rogo. E, poich la maggior parte del popolo creava ostacoli perch non si facesse tale scempio, alcuni di loro ebbero la testa tagliata, altri furono mutilati di parti del corpo. Il patriarca Germano, che non aderiva a tale errore, fu cacciato dalla sua sede, e al suo posto fu nominato il presbitero Anastasio.
 50. Romoaldo, duca di Benevento, e suo figlio Gisulfo.
 Romoaldo, duca di Benevento, ebbe come moglie una donna di nome Guntberga, che era figlia di Aurona, sorella del re Liutprando. Da essa ebbe un figlio, che, dal nome di suo padre, chiam Gisulfo. Dopo di questa ebbe anche un'altra moglie, di nome Ravigunda, figlia del duca di Brescia Gaidoaldo. 
51. Inimicizia di Pemmone con il patriarca Calisto.
Durante questo stesso periodo(140), sorse un grave motivo di discordia fra il duca Pemmone e il patriarca Calisto. Causa del contrasto fu questo fatto, In tempi anteriori, il vescovo Fidenzio, arrivando da Zuglio, ebbe dimora entro le mura di Cividale con il consenso dei duchi, e l stabil la sede del suo episcopato. Quando mor, fu ordinato al suo posto Amatore. Fino a Fidenzio, i precedenti patriarchi, poich non potevano abitare in Aquileia per le incursioni dei Romani, avevano tenuto sede, non a Cividale, ma a Cormons. A Calisto, che era di elevata nobilt, dispiacque molto che nella sua diocesi il vescovo abitasse insieme col duca e i Longobardi, e che vivesse tanto legato al popolo. Che dire di pi? Ag contro il vescovo Amatore, e lo cacci da Cividale, e della dimora di lui fece un'abitazione per s. Per questo motivo, il duca Pemmone complott contro il patriarca insieme a molti nobili Longobardi, e presolo, lo port al castello di Ponzio(141), che  posto sopra il mare, e da l voleva precipitarlo. Dio non volle che giungesse a tanto: lo tenne, invece, in carcere e lo nutr col pane della tribolazione. Quando il re Liutprando venne a saperlo, avvamp di grande ira, e, tolto il ducato a Pemmone, gli sostitu il figlio Rachis. Allora Pemmone decise di fuggire con i suoi sostenitori nella patria degli Slavi; ma Rachis supplic il re finch ottenne il perdono per il padre, e lo riport nella grazia del re. Pemmone, avuta garanzia che non avrebbe subito nulla di male, si diresse, quindi, dal re con tutti i Longobardi con i quali aveva tenuto consiglio. Il re, seduto in giudizio, concedendo a Rachis Pemmone e i due figli, Ratcait e Astolfo, li fece sedere dietro il suo trono, poi, a voce alta, ordin di prendere, indicandoli per nome, tutti quelli che avevano collaborato con Pemmone. A questo punto, Astolfo, non sopportando il dolore, aveva quasi sfoderata la spada per colpire il re, se suo fratello Rachis non lo avesse fermato. Mentre quei Longobardi venivano presi, uno di loro, Erfemar, sguainata la spada e continuando a difendersi valorosamente dai molti che lo inseguivano, si rifugi nella basilica del beato Michele. E fu l'unico che, per l'indulgenza del re, merit di sfuggire alla punizione, mentre tutti gli altri subirono per lungo tempo il tormento del carcere. 
52. Guerra di Rachis contro gli Slavi.
Rachis, divenuto duca del Friuli come abbiamo detto, entr con i suoi in Carniola, patria degli Slavi e, uccidendo un gran numero di abitanti, devast tutte le loro case. Ma, all'improvviso, gli Slavi si precipitarono contro di lui, ed egli, che non aveva ancora preso la lancia dalle mani dello scudiero, men un gran colpo, con la mazza che teneva in mano, a quello che gli si era fatto incontro, e gli tolse la vita.
53. Il re Liutprando taglia i capelli a Pipino, figlio del re Carlo.
Circa in questi tempi, Carlo, principe dei Franchi, invi suo figlio Pipino da Liutprando, perch gli tagliasse i capelli, secondo il costume. Ed egli, recidendone la chioma, gli divenne padre, e lo rimand dal genitore, dopo averlo colmato di molti doni regali.
54. I Saraceni, che insistono a entrare nelle Gallie, sono vinti dai Franchi. Liutprando va in aiuto dei Franchi.
Durante lo stesso tempo, l'esercito dei Saraceni, entrato di nuovo in Gallia, caus molte devastazioni. Carlo, attaccata battaglia contro di loro non molto lontano da Narbona, ne fece grandissima strage, come era avvenuto anche in precedenza. Entrati un'altra volta nel territorio dei Galli, i Saraceni giunsero fino alla Provenza, e, presa Arles, ne distrussero tutto quel che stava dintorno. Allora Carlo mand ambasciatori con doni dal re Liutprando, chiedendogli soccorso contro i Saraceni; e il re, senza perdere tempo, s'affrett in suo aiuto con tutto l'esercito dei Langobardi. Venuta a saperlo, la gente dei Saraceni fugg subito da quelle zone, e Liutprando, allora, rientr in Italia con tutto l'esercito. Questo re combatt molte battaglie contro i Romani, e risult sempre vincitore, se eccettuiamo una volta a Rimini, quando il suo esercito fu fatto a pezzi mentre egli era lontano, e, un'altra volta presso il villaggio di Pilleo, quando il re si era fermato nella Pentapoli, dove furono uccisi o fatti prigionieri da un'incursione dei Romani un gran numero di quelli che gli portavano piccole offerte, segni di ospitalit e doni da parte di tutte le chiese. E ancora, quando Ildebrando, nipote del re, e Peredeo, duca di Vicenza, tenevano Ravenna, e i Veneti fecero un'incursione improvvisa, Peredeo soccombette, pur battendosi valorosamente, e Ildebrando fu catturato. Nel tempo che segu, i Romani, gonfi della solita boria, vennero, tutti insieme uniti e con a capo Agatone, duca di Perugia, per prendersi Bologna, dove allora stavano accampati Vaicari, Peredeo, e Rotari; ma essi, precipitandosi sui Romani, ne fecero molta strage e costrinsero gli altri a cercare la fuga.
55. Trasemundo, duca di Spoleto, e Gisulfo, duca di Benevento. Gregorio e il regno di Ildeprando.
In quei giorni, Trasemundo si ribell contro il re, e, quando questi gli mosse contro con l'esercito, Trasemundo si diresse in fuga a Roma. Al suo posto fu insediato Ilderico. Romualdo il Giovane, duca di Benevento, che aveva tenuto il ducato per ventisei anni, morendo(142) lasci il figlio Gisulfo ancor piccolo, e alcuni, insorgendo contro di lui, cercarono di ucciderlo. Ma il popolo dei Beneventani, che fu sempre fedele ai suoi duchi, uccise i ribelli, salvando la vita del giovane duca. Dato, per, che Gisulfo, a causa della giovane et, non era in grado di governare un popolo cos importante, il re Liutprando, venne a Benevento e lo port via da l, e insedi come duca suo nipote Gregorio, che ebbe in matrimonio una donna di nome Giselberga. Sistemate in questo modo le cose, il re Liutprando torn alla sua sede; educ il nipote Gisulfo con paterno affetto, e gli un in matrimonio Coniberga, discendente di nobile stirpe. Fu in quel periodo che il re, caduto in uno stato di grave debolezza, arriv vicino alla morte, e i Longobardi, riuniti fuori delle mura della citt nella chiesa della santa Genitrice di Dio, detta "alle Pertiche'', ritenendo che fosse in punto di morte, acclamarono re suo nipote Ildeprando. E mentre - come  costume - gli consegnavano l'asta, sulla sommit di essa si pos volando un cuculo. Ad alcuni saggi questo prodigio sembr significare che l'elezione sarebbe stata inutile. Il re Liutprando, quando seppe dell'accaduto, non lo accett di buon grado; tuttavia, uscito dalla malattia, tenne il nipote come collega nel regno. Passati alcuni anni, Trasemundo, che era riparato a Roma, torn a Spoleto e uccise Ilderico, e di nuovo ebbe l'audacia di ribellarsi contro il re.
56. Morto Gregorio, viene fatto duca di Benevento Godescalco. Il re Liutprando porta guerra nella Pentapoli.
Gregorio, dopo aver retto il ducato di Benevento per sette anni, lasci questa vita. Dopo la sua morte fu fatto duca Godescalco, che govern i Beneventani per tre anni. Egli ebbe quale moglie una donna di nome Anna. Il re Liutprando, udendo tali cose di Spoleto e di Benevento, ridiscese con l'esercito a Spoleto. Quando fu giunto nella Pentapoli, gli abitanti di Spoleto si allearono con i Romani, e gli procurarono grandi danni all'esercito, assalendolo nel bosco che sta sul percorso mentre si dirigeva da Fano a Fossombrone. Allora il re pose alla retroguardia il duca Rachis con suo fratello Astolfo, e con i Friulani. Gli Spoletani e i Romani, precipitandosi sopra di loro, ne ferirono alcuni, tuttavia Rachis, con suo fratello e alcuni uomini valorosissimi, sostenendo tutto il peso della battaglia e combattendo virilmente, uccisero molti assalitori, scampando dall'agguato e salvandone i loro uomini, tolti pochi, che, come dissi, rimasero feriti. In quell'occasione, uno dei pi valorosi tra gli Spoletani, di nome Bertone, mosse armato in tutto punto contro Rachis, gridando a gran voce il suo nome, ma Rachis, lo colp subito e lo rovesci da cavallo. I compagni del duca lo volevano uccidere, ma egli, con la consueta umanit, lo lasci fuggire: e quello, strisciando sulle mani e sui piedi, entr nel bosco e si dilegu. Astolfo, a sua volta, quando stava su di un ponte e due fortissimi Spoletani lo assalirono alle spalle, ne colp uno con la punta della lancia, precipitandolo gi, poi, voltosi immediatamente contro l'altro, lo priv della vita, e lo scaravent dietro al compagno.
57. Azioni di Liutprando a Spoleto. Godescalco, udendo del suo arrivo a Benevento, viene ucciso dai Beneventani mentre fugge.
Liutprando, giunto a Spoleto, cacci dal ducato Trasemundo, e lo fece diventare chierico. Al suo posto insedi il proprio nipote Agibrando. Mentre, poi, si dirigeva a Benevento, Godescalco, udendo della sua venuta, cerc di salire su di una nave e di fuggire in Grecia, ma, quando aveva gi fatto imbarcare la moglie e tutti i suoi beni, e alla fine stava per salire anche lui, sopravvennero i Beneventani fedeli di Gisulfo e lo uccisero. Sua moglie, per, giunse a Costantinopoli con tutto ci che aveva.
58. Azioni di Liutprando a Benevento. Notizie su Baodolino, uomo di straordinaria santit, su Teudelapio, pari a lui, e Pietro, vescovo di Pavia.
Quando giunse a Benevento, il re Liutprando reinsedi come duca sul proprio seggio il nipote Gisulfo. Sistemate cos le cose, ritorn al palazzo. Questo gloriosissimo re costru in onore di Cristo moltissime basiliche in tutti i luoghi dove soleva fermarsi. Fuori le mura della citt di Pavia istitu il monastero del beato Pietro, che  chiamato "Cielo d'oro". In vetta al monte Bardone edific il monastero che si chiama Berceto. Nei sobborghi di Olona, con una meravigliosa costruzione, edific una sede a Cristo, in onore di sant'Anastasio martire, nella quale fece anche un monastero. Parimenti, costru in molti luoghi altri templi di Dio. Anche dentro il suo palazzo fece costruire un tempio al Signore Salvatore, e istitu un collegio di sacerdoti e chierici - cosa che nessun altro re aveva avuto -, che ogni giorno celebrassero per lui l'ufficio divino. Ai tempi di questo re, visse nel luogo che ha nome Foro, vicino al fiume Tanaro, un uomo di straordinaria santit, di nome Baodolino, che rifulse per molti miracoli con l'aiuto della grazia di Cristo. Egli predisse pi volte il futuro, e annunci quello che era lontano come se gli fosse presente agli occhi. Una volta, quando il re Liutprando era andato a caccia nel bosco di Urbe, uno dei suoi compagni, che mirava a colpire un cervo, involontariamente fer con la freccia un nipote del re, il figlio di sua sorella, di nome Aufuso. Il sovrano, che era affezionatissimo a quel giovane, vedendo l'incidente, si diede a dolersi in lacrime, e subito incaric uno dei suoi cavalieri di correre dall'uomo di Dio Baodolino, e di chiedergli che pregasse Cristo per la vita di quel ragazzo. Mentre il cavaliere galoppava, il ragazzo spir, e, giunto il messo dal servo di Dio, questi gli disse: "So per quale motivo sei venuto, ma quello che tu chiedi ormai non pu avvenire, perch il ragazzo  morto". Quando l'inviato rifer al re le parole del servo di Dio, il re, bench addolorato che le sue speranze non fossero state esaudite, cap, tuttavia, chiaramente che l'uomo di Dio Baodolino possedeva lo spirito di profezia. Anche nella citt di Verona ci fu un uomo di nome Teodelapio, non diverso da lui, il quale, fra le cose meravigliose che compiva, predisse anche con spirito profetico molti fatti che stavano per accadere. In quel tempo si distinse, anche, nella vita e negli atti, Pietro, vescovo della Chiesa di Pavia, il quale, poich era consanguineo del re, una volta era stato cacciato in esilio a Spoleto dal re Ariperto. Mentre frequentava la chiesa del beato martire Sabino, lo stesso venerabile martire gli preannunci che sarebbe stato vescovo di Pavia. Una volta che ci fu avvenuto, egli eresse una basilica al beato martire Sabino in un terreno che possedeva nella medesima citt. Fra le altre virt che ebbe nella sua ottima vita, egli rifulse anche per il fiore della verginit. Noi descriveremo, in un'opera apposita, alcuni suoi miracoli che avvennero in seguito. Liutprando, dopo che tenne il regno per trentun anni e sette mesi, gi in et matura, concluse il corso di questa vita(143). Il suo corpo fu sepolto nella basilica del beato Adriano martire, dove riposa anche il suo genitore. Fu uomo di molta sapienza, sagace nel consiglio, molto pio e amante della pace, forte in guerra, clemente con chi sbagliava, casto, pudico, attentissimo oratore, generoso nel dar elemosina, ignaro, s, di lettere, ma degno di stare alla pari con i filosofi. Cur il benessere del suo popolo, accrebbe il corpo delle leggi. All'inizio del suo regno conquist moltissimi castelli dei Bavari, fidando, sempre, pi nelle preghiere che nelle armi; custod sempre, con la massima cura, la pace con i Franchi e con gli Avari.
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FINE.
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Cronologia dei re longobardi secondo Paolo Diacono.
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1. Agilmundo. Figlio di Aione, della nobile stirpe dei Gunginci. Venne eletto dopo la morte di Ibor e Aione. Regn trentatr anni.
2. La missione. Figlio adottivo di Agilmundo.
3. Letu. Regn quarant'anni.
4. Ildeoc. Figlio di Letu.
5.  Gedeoc.
6. Claffone. Figlio di Gedeoc. 
7. Tatone. Figlio di Claffone.
Vacone. Uccise lo zio Tatone e ne usurp il trono.
8. Valtari. Figlio di Vacone. Regn per sette anni.
9. Audoino.
10. (1) Alboino (568-571). Figlio di Audoino e di Rodelinda. Regn tre anni e sei mesi in Italia.
11. (2) Clefi o Clefone (571-572). Regn un anno e sei mesi. 
12. (3) Autari (583-590). Figlio di Clefi. Eletto dopo dieci anni di interregno. Assunse il titolo di Flavio. Spos Teodolinda, figlia del re dei Bavari Garibaldo. Mor avvelenato dopo sei anni di regno. 
13. (4) Agilulfo (detto anche Agone) (591-616). Duca di Torino. Spos Teodolinda. Regn venticinque anni.
14. (5) Adaloaldo (616-626*). Figlio di Agilulfo e Teodolinda. Regn dieci anni con la madre. Deposto per insania.
15. (6) Arioaldo (624-636). Subentr al precedente. Regn dodici anni.
16. (7) Rotari (636-652). Di stirpe Aroda. Regn sedici anni e quattro mesi.
17. (8) Rodoaldo (652-654?). Figlio di Rotari. Regn cinque anni e sette giorni.
18. (9) Ariperto (654-662). Nipote di Teodolinda. Regn nove anni.
19. (10) Godeberto e Bertarido (661-662). Figli di Ariperto. Regnarono un anno e tre mesi. Godeberto venne ucciso da Grimoaldo; Bertarido fugg in Gallia.
20. (11) Grimoaldo (662-671). S'impadron del trono e venne confermato re. Regn nove anni. Lasci il regno al figlio bambino Garibaldo.
21. (12) Bertarido (671-688). Riprende il trono tre mesi dopo la morte di Grimoaldo, esautorando Garibaldo. Si associ nel regno il figlio Cuniberto. Regn per diciotto anni.
22. (13) Cuniberto (688-700). Figlio di Bertarido. Regn da solo per dodici anni.
23. (14) Liutberto. Figlio di Cuniberto e di Ermelinda. Regn per otto mesi, assieme al tutore Ansprando.
24. (15) Ragunberto. Mor nell'anno in cui conquist il regno, combattendo contro Liutberto.
25. (16) Ariperto (701-712). Figlio di Ragunberto. Vinse e fece prigioniero Liutberto, uccidendolo in seguito. Combattuto dal duca Rotarit di Bergamo, che aveva preso il regno, lo uccise. Regn per dodici anni. Mor affogato nel Ticino. 
26. (17) Ansprando. Regn tre mesi, dopo aver vinto Ariperto.
27. (18) Liutprando (712-744). Figlio di Ansprando. Regn trentun anni e sette mesi.
Fin qui la storia di Paolo. I re che seguirono fino alla distruzione del regno furono:
28. (19) Rachis (744-749). Gi duca del Friuli.
29. (20) Astolfo (749-756). Fratello di Rachis.
30. (21) Desiderio (756-774). Sub l'invasione dei Franchi che determin il crollo del regno dei Longobardi.
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NOTE al testo.
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(1) Il Don.
(2) Germania  sentita derivare etimologicamente da germen, "germe", "pollone", o germinare, "germinare", "produrre".
(3)  l'attuale Francia.
(4) La maggior parte dei codd., compresi i migliori, riportano sempre il nome Langobardi. Tale sembra essere stato il nome all'origine; la pronuncia Longobardi, che si  scelto di mantenere nella presente traduzione, sembra essere piuttosto tarda.
(5) Circio  il nome di un vento di nord-ovest. In ogni caso, le varie edizioni in cui ci  giunta la Storia di Paolo presentano su questo punto lezioni diverse e dubbie.
(6) Il nome presenta varianti: Scrito-Wini, Scritobini, Scritiphikoi, eccetera. La forma Scritofinni sembra sia preferibile. L'identificazione di questo popolo non  certa.
(7) La renna.
(8) Grosso modo  la regione che, stando fra la Senna e il Reno, si estende fino alla Svizzera.
(9) Probabilmente  l'attuale Thionville.
(10) Cio a settentrione. Aquilone   propriamente, il nome del vento di tramontana.
(11)  stata proposta l'identificazione con il Maelstrm, corrente vorticosa nella zona delle isole Lofoten.
(12) Le coste sulla Manica e quelle atlantiche della Francia.
(13) L'isola non ha un'identificazione sicura;  stata proposta la corrispondenza con l'isola di Alderney.
(14) I codd. di Paolo riportano i nomi Odoacar, Odoachar, Odachar, eccetera, per indicare Odoacre. Nella traduzione abbiamo scelto la forma che  tradizionale in italiano. Tale criterio  stato applicato, in genere, anche per altri termini, ad es. Burgundi anzich Burgundioni, Baviera anzich Baioaria, Longobardi anzich Langobardi, eccetera.
(15) Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (Squillace, 485 circa - Vivarium/Squillace, 580 circa). Ebbe altissime cariche di governo sotto Teodorico e anche dopo la morte di questi. Nel 540 si ritir a Vivarium, in un monastero di sua fondazione. Le sue opere pi interessanti sono le Variae, dodici libri di lettere, ricche di notizie d'ogni genere; una storia sui Goti, che ci  giunta nell'estratto fattone da Giordane; i Commenta, i salterii, commenti ai Salmi, e i due libri delle Institutiones divinarum et humanarum rerum, un'opera a carattere enciclopedico.
(16) Dionigi il Piccolo (Dionysius exiguus), visse a Roma fra il 500 e il 545. Teologo e studioso di cronologia, costru una tavola dei cicli pasquali e introdusse l'era cristiana, fissando la nascita di Cristo al 25 dicembre dell'anno 753 di Roma.
(17) Prisciano di Cesarea d'Africa, vissuto a Costantinopoli alla fine del V sec. Fu grammatico autorevole; la sua opera principale, l'Institutio de arte grammatica, in diciotto libri, nei quali tratta sistematicamente la lingua latina dalla morfologia alla sintassi, divenne il libro di testo per tutto il medioevo, e la sua influenza si estese anche dopo.
(18) Aratore, ligure, VI secolo. Poeta cristiano. Dopo una limitata carriera sotto Atalarico, re degli Ostrogoti, prese gli ordini religiosi verso il 540. Redasse una Historia Apostolica, in due libri, in cui parafras gli Atti degli Apostoli, che fu molto apprezzata anche in seguito.
(19) Il distico elegiaco  costituito dall'associazione di due versi dattilici, un esametro e un pentametro, ed  chiamato elegiaco perch  usato, appunto, nei poemetti elegiaci della letteratura classica greca e latina. Il dattilo  un ritmo costituito da una sillaba lunga, seguita da due brevi. La traduzione italiana non ha inteso riprodurre tale ritmo.
(20) Norcia  il luogo natale di Benedetto.
(21) Un giorno la nutrice di Benedetto si trov rotto il vaso che aveva chiesto in prestito per pulirvi il grano. Disperata, si mise a piangere, e il giovane, commosso, cominci a pregare. Quando ebbe conclusa la preghiera, s'accorsero che il vaso era tornato intero e integro. Questo, e gli altri miracoli indicati nei versi che seguono, si trovano narrati nei primi due libri dei Dialoghi di Gregorio Magno.
(22) Il monaco Romano aiuta Benedetto, che s'era ritirato nella zona disabitata di Subiaco.
(23) Romano faceva scendere il cibo a Benedetto con una cordicella alla quale era legato un sonaglio. Il demonio fece entrare un sasso nel sonaglio perch non desse suono.
(24) Una volta un sacerdote offr del cibo a Benedetto durante la solennit di Pasqua.
(25) Dei pastori, portato cibo a Benedetto, se ne tornarono convertiti.
(26) Il demonio, comparso sotto le spoglie di un merlo, viene messo in fuga dal segno di croce di Benedetto.
(27) Benedetto, assalito da tentazione carnale, la vince gettandosi in un cespuglio d'ortiche.
(28) Di fronte alle lamentele dei monaci per dover attingere faticosamente acqua al lago, Benedetto fa scaturire una sorgente in cima al monte.
(29) Il ferro d'un falcetto, finito in fondo al lago, si reinserisce spontaneamente nel manico che Benedetto immerse nell'acqua.
(30) Mauro, per ordine di Benedetto, corre sul pelo dell'acqua e salva il giovane Placido, che era caduto nel lago.
(31) Il prete Fiorenzo, per invidia, manda a Benedetto un pane avvelenato, che egli fa portare via da un corvo.
(32) Il medesimo prete Fiorenzo, mentre gode al vedere la partenza di Benedetto, che aveva costretto ad andarsene, precipita e muore; e Benedetto ne piange la morte.
(33) Monte Cassino, le cui falde sono bagnate dal Liri.
(34) Un grosso pietrone, che i frati volevano utilizzare per costruire il monastero, non si poteva muovere. Venuto Benedetto, si pot facilmente sollevare, dopo ch'egli ebbe pregato e allontanato il demonio.
(35) Un'immagine pagana, gettata in cucina, crea nei frati l'impressione che sia scoppiato un incendio. Grazie alla preghiera di Benedetto, l'illusione svanisce.
(36) Mentre lo erigevano, un muro frana e schiaccia un giovane monaco, che viene risuscitato da Benedetto.
(37) Infrangendo la regola, alcuni monaci si cibano fuori del convento, e vengono sbugiardati da Benedetto
(38) Benedetto scopre un inganno di Totila che aveva mandato un cortigiano in sua vece.
(39) Benedetto profetizza il sacco di Totila a Roma.
(40) Un chierico, ossessionato dal demonio, ne viene liberato da Benedetto, il quale gli intima di non ricevere gli ordini sacri. Passato del tempo, il chierico si fa ordinare, ma viene riposseduto dal demonio e portato a morte.
(41) Profezia che i Longobardi avrebbero saccheggiato il monastero senza toccare i monaci.
(42) Il convertito Esilarato, che doveva portare due fiaschi di vino a Benedetto, ne nasconde uno per istrada. Ammonito dal santo di guardarvi, vi trova un serpe.
(43) Un monaco s'infastidisce a tenere il lume a Benedetto, il quale svela i pensieri dell'orgoglioso.
(44) In un momento di carestia, vengono trovati davanti alla porta del monastero dei sacchi di farina.
(45) Dei monaci, inviati a costruire un monastero, ricevono le indicazioni da Benedetto in sogno. Increduli, tornano da lui per avere i piani di costruzione, ma egli ricorda loro quanto aveva detto nel sogno.
(46) Due monache, minacciate di scomunica, vengono riammesse alla comunione dopo morte, per grazia di Benedetto
(47) Un monaco, partito dal convento senza la benedizione, muore e pu venir sepolto solo dopo che Benedetto gli ha ridata la sua grazia.
(48) Per irrequietezza, un monaco insiste tanto finch lo si lascia andar via dal monastero, ma, giunto fuori, si vede minacciato da un serpente e rientra pi docile.
(49) Benedetto risana dalla lebbra un giovane e gli restituisce i capelli.
(50) Un uomo onesto chiede aiuto a Benedetto per saldare un debito di dodici soldi, e il santo, pur privo di denaro, glielo promette. Le monete, poi, giungono miracolosamente.
(51) Benedetto risana un avvelenato.
(52) Giunto un tale Agapito a chiedere dell'olio, Benedetto glielo concesse, nonostante l'ampolla della dispensa ne contenesse solo alcune gocce. Il monaco dispensiere, invece, rimand Agapito a mani vuote, giustificandosi che era l'ultimo olio rimasto nel convento, sicch Benedetto, adirato, fece gettare fuori dalla finestra quell'ampolla, perch materia di disubbidienza. L'ampolla cadde sui sassi e non si ruppe, n si vers l'olio che conteneva; intanto, un orcio da olio, vuoto, si riemp improvvisamente e l'olio trabocc sul pavimento.
(53) Un monaco, invasato, venne fatto cadere; Benedetto, con uno schiaffo, ne cacci il demonio.
(54) Il goto Zalla aveva legato un contadino che assicurava d'aver consegnato tutte le sue cose a Benedetto. Quando il santo se li trov davanti, le funi caddero di dosso del malcapitato, e Zalla si gett a terra, prostrandosi.
(55) Benedetto risuscita un bimbo, presentatogli morto dal padre
(56) Un temporale, richiesto in preghiera da santa Scolastica, impedisce a Benedetto, e ai frati che erano con lui, di tornare al convento, sicch passano la notte conversando di cose spirituali, com'ella voleva
(57) L'anima di Scolastica vien vista dal fratello quando sale al cielo sotto forma di colomba
(58) Benedetto riceve una visione in cui vede tutto il mondo, e chiama tre volte Servando, perch sia testimone di quanto vedeva.
(59) Benedetto abbandona le gioie di questo mondo e si rivolge a quelle spirituali.
(60) Benedetto e Scolastica, sepolti nello stesso sepolcro.
(61) Due monaci, in luoghi diversi, ebbero la visione di una strada rischiarata da fiaccole, da terra al cielo, per cui Benedetto era transitato alla sua morte.
(62) Nel testo latino, Paolo usa un dimetro giambico, cio una sequenza di quattro giambi. Il giambo  un'unit ritmica costituita da una sillaba breve e da una lunga. Archiloco, al quale la definizione fa riferimento, fu un poeta greco del VII secolo a. C. famosissimo per l'uso di questo ritmo. Nella traduzione, come per il carme precedente, non si  inteso riprodurre il ritmo dell'originale
(63) Il termine chartularius equivaleva sostanzialmente al nostro "segretario", e indica un funzionario imperiale con mansioni molto elevate.
(64) Con questo termine Paolo indica i Bizantini (eredi diretti dell'impero romano), e gli abitanti delle regioni che sottostavano al governo bizantino
(65) Secondo Agazia, ci avvenne presso Ceneda (oggi parte della citt di Vittorio Veneto)
(66) In altre edizioni troviamo le varianti Brenti, Benti, Bretoni
(67) Esiste la variante "Agothiensem civitatem", a fianco di "Mago thiensem civitatem" ma, bench Agontium, cio Lienz (o Innichen?) si trovi pi vicina, e, in quel tempo, fosse sede suffragata del Patriarcato di Aquileia cos come lo era Aitino,  luogo che si trova nel regno dei Bavari.
(68) Originariamente l'indizione indicava un periodo di quindici anni, alla fine del quale si effettuava la revisione delle imposte. Esteso a tutto l'impero romano nell'anno 297, la data d'inizio tradizionale per i computi  per il 312. Fu usato come sistema di datazione specialmente nel mondo ecclesiastico, durante il Medioevo. L'indicazione di Paolo  da intendersi, pi propriamente, come il primo anno della diciassettesima indizione.
(69) Cio a sud-est.
(70) Nord, essendo l'Aquilone il vento di tramontana.
(71) L'identificazione non  certa.
(72) Il testo porta "Aguntum castrum", che viene normalmente fatto corrispondere all'attuale Lienz, ma il Cluverio sostiene che "Littamum, et Loncium, atque Aguntum sunt hodie Luttach, Lientz, et Innichen" (citato da Muratori).
(73) Popolazione che abitava la zona dell'attuale Vipiteno.
(74) In direzione est-ovest, la Pannonia si estendeva, approssimativamente, da Budapest a Lubiana.
(75) Paolo propone l'etimologia del tempo, per cui ''Veneti" sarebbe costituito da una "V" premessa al termine "Eneti"; e quest'ultimo vocabolo deriverebbe dal greco aineti, "lodevoli", trasportato in latino nella forma aeneti, come si trova in Servio, e pronunciato rteti.
(76) Cividale venne fondata da Giulio Cesare, forse nel 55 a. C., col nome di Forum Udii, Piazza di Giulio. Data la sua importanza, in epoca longobarda il suo nome si estese a indicare tutta la regione che da essa dipendeva (Friuli). Alla fine del periodo longobardo prese il nome di Civitas Austriae, ridotto, poi, a Civitas, da cui Cividale.
(77) In latino, legere significa "raccogliere"; ma l'etimologia  infondata, perch Liguria riprende il nome dalla popolazione dei Liguri.
(78) Paolo chiama sempre questa citt Ticinum, ma nella versione abbiamo usato il nome di Pavia per maggiore chiarezza.
(79) In latino thus.
(80) Circius  il nome di un vento di nord-ovest.
(81) Anche in Isidoro, Etymol., XIV, 4, 21: "Umbria vero, historiae narrant, eo quod tempore aqtiosae cladis imbribus superfuerit, et ob hoc "Ombria " Graece cognominata".
(82) Cio, da Incus.
(83) Sesto Aurelio Vittore, Epit., V, 4: "Pontum in ius provinciae Polemonis reguli permissu redegit, a quo Polemoniacus Pontus appellatus est, itemque Cottias Alpes Cottio rege mortuo".
(84) Vento del sud, e, per metonimia, il sud.
(85)  tradizione, invece, che l'Adriatico abbia preso nome da Adria sulle foci del Po.
(86) Il Sannio  oggi il Molise.
(87) Vento del sud.
(88) Sembra un riferimento al verbo greco apllymi, che significa distruggere, ma non  chiaro da quale fonte Paolo tragga l'indicazione.
(89) Evidente confusione del santuario di Delfi con l'isola di Deio.
(90) Tale etimologia si ritrova in Festo, ma linguisticamente non  fondata.
(91) Latium  sentito derivato dal latino latere, "star nascosto".
(92) Cio nel 570.
(93) Della Chiesa di Aquileia.
(94)  stata proposta l'identificazione con Mzel, in Provenza.
(95) Localit non identificata.
(96) Monete d'oro.
(97) Il significato del passo non  chiaro. Gli studiosi hanno proposto varie interpretazioni, nessuna delle quali  pi convincente delle altre, ed anche l'ipotesi che il testo sia corrotto.
(98) Moneta d'oro romana, coniata dal IV al X secolo, molto diffusa e apprezzata. Pesava circa 4,5 grammi.
(99) In latino, "svevo" si dice Suavus, e "soave" suavis, donde  evidente l'assonanza.
(100) Dei Longobardi.
(101) Di Concordia.
(102) In una rissa, a causa di un furto, erano rimasti uccisi dalle autorit i due colleghi di Grippone, che erano andati con lui in ambasceria in quella citt.
(103) Anno 603
(104) Ottavo anno della diciannovesima indizione, cio il 605.
(105) Adaloaldo doveva avere due anni, e la fidanzata tre.
(106) La popolazione di Costantinopoli era stata raggruppata in quattro organizzazioni (Bianchi, Rossi, Azzurri o Veneti, e Verdi o Prasini), di fatto, poi, ridotte ai soli Veneti e Prasini, con funzioni amministrative e civili, che si occupavano anche di spettacoli del circo e di qualsiasi cosa appassionasse la popolazione (dal punto di vista religioso, i Veneti sostenevano l'ortodossia cattolica, i Prasini la posizione monofisita).
(107) Non sappiamo dove fosse la fortezza di Ibligine, e gli studiosi hanno proposto un ampio ventaglio di nomi (Ipplis, Reggio, Invillino, eccetera).
(108) Come Paolo indica nel cap. 38,  l'appellativo di re.
(109)  stata proposta l'ipotesi (Paschini) che la Zelia corrisponda alla valle del Gail, e che Medaria sia da identificare con Maglerm.
(110)  l'ipotesi pi probabile per Aguntum (in alternativa si indica Innichen o San Candido.
(111) Era il giudizio di Dio, con cui si poteva regolare l'accusa di adulterio, cfr. il canone 198 dell'Editto di Rotari.
(112) Unulfo fa uso del diritto di asilo, garantito dalle leggi, che rendeva inviolabile la persona del supplice rifugiato all'interno di un tempio.
(113) Dal 664 al 669.
(114) Il testo dice "Quamquam et Latine loquantur", il che indica, per, "parlar chiaro", cio in lingua comune e comprensibile, come osserva giustamente il Muratori.
(115)  il monastero di Santa Maria Teodata, detto poi "della Posteria".
(116) Il testo dice "unus tremissis" cio una moneta equivalente, in origine, alla terza parte di un asse, poi, alla terza parte di un solido.
(117) Nel 687, computando, per, la datazione dalla morte del padre.
(118) Cio duca vicario. Secondo alcuni studiosi govern dal 699 al 701.
(119)  la dottrina monotelitica.
(120)  il sesto concilio ecumenico, tenutosi nel 680.
(121) Fiumicino.
(122) Nell'anno 697.
(123) Nell'anno 685.
(124) Si tratta di Giustiniano II, cacciato dal trono nel 695, e poi nuovamente imperatore dal 705 al 711.
(125) Nel 691.
(126) Nel 689.
(127) Indica il passaggio dai Merovingi a quelli che poi saranno i Carolingi.
(128) Libellus de ordine episcoporum Mettensium.
(129) L'anno 700.
(130) Era il trattamento riservato ai prigionieri di guerra e agli schiavi.
(131) L'indicazione di Paolo  anacronistica. Il nome  offerto variamente nei codici (Achises, Ansis, eccetera), e, in altra fonte,  dato come Ansegisus. Nelle leggende romane, Anchise  il principe di Troia, padre di Enea, sfuggito alla distruzione della citt operata dagli Achei. Enea  il progenitore di Romolo, fondatore di Roma.
(132) Grave ingiuria, contemplata anche nel canone 381 dell'Editto di Rotari, che equivale a "vigliacco, inetto".
(133) Nell'anno 713.
(134) Nell'anno 712.
(135) Circa l'anno 720-22. In realt, Teodosio III abdica.
(136) Nella zona di Chambry, nel 717.
(137) Il luogo  incerto; si  proposto Spittai, e, per la data, il 717.
(138)  la battaglia di Poitiers, nel 732.
(139) L'assedio dur dall'agosto 717 all'agosto 718.
(140) Forse nel 737.
(141) Paschini lo identifica col castello di Duino.
(142) Nel 731.
(143) Mor nel 744.
...
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...
FINE.